La morte co la coda è un sonetto composto da Giuseppe Gioachino Belli il 29 aprile 1846.

Versione in prosa del sonetto Non c'è via di scampo: o siamo miscredenti giacobini o crediamo alla legge divina (Cqua nun ze n'essce: o ssemo ggiacubbini,/ O ccredemo a la lègge der Ziggnore.): se ci crediamo, a qualunque stato sociale si appartenga (Si cce credemo, o mminenti o ppaini),I minenti erano la parte non infima e, relativamente, agiata del popolo, formata soprattutto da artigiani e salariati fissi dei rioni Monti e Trastevere: si caratterizzavano (specialmente le donne) per l'uso di abiti sgargianti che ostentavano un'eleganza un po' chiassosa (collane a catena ed anelli d'oro, nastri colorati e lunghe piume al cappello, fibbie d'argento alle maniche, alla gamba dei pantaloni - corti al ginocchio - ed alle scarpe); i paini erano invece gli autentici eleganti appartenenti alle classi sociali superiori (soprattutto i damerini della piccola nobiltà ed i funzionari laici dell'amministrazione papalina). per tutti il pensiero della morte fa gelare il sangue dal terrore (La morte è un passo cche we ggela er core). Su questo mondo ci si affanna per divertirsi andando al teatro o ai banchetti, ad ubriacarsi nelle osterie o a fare l'amore; ci si dà da fare per trafficare e accumulare denari (Se trafica, s'impozzeno quadrini) senza badare a niente e a nessuno...(Se fa dd'oggn'erba un fasscio... eppoi se more!) e tutto questo per arrivare alla inesorabile fine comune della morte. Morte che non è la fine di tutto ma che ha un seguito, una coda: ed è proprio allora che cominciano i guai: tutti nell'altro mondo dobbiamo andare incontro a un'altra vita che, non importa tanto che sia buona o cattiva (Eppuro, o bbene o mmale, o a ggalla o a ffonno), ma il peggio è che non finisce mai: un'eternità che è una cagna di eternità (Sta cana eternità ddev'èsse eterna!).

Commento

Il tema della morte e dell'inesorabile destino dell'uomo accompagna tutta la riflessione dei sonetti belliniani. È un tema dominante che, in modo esplicito o accennato, appare sin dai primi sonetti, che la critica letteraria considera come un'unica meditazione lirica del Belli, composti nel periodo che va dal 1830 al 1837: (Er peccato d'Adamo (1831),«È ttanto chiaro, e ste testacee storte Nu la sanno capi, che dda cuer pomo Che in barba nostra se strozzò er prim'omo Pe ddegreto de Ddio nacque la morte» Sto monno e quell'antro (1832),«Me fai ride: e cche ssò ttutti sti guai Appett'ar tibbi de cuer foco eterno? Nu lo sai che le pene de l'inferno So ccom'Iddio che nun finissce mai?» La vita dell'Omo (1833),«Er zol d'istate, la neve d'inverno... E pper urtimo, Iddio sce bbenedica, Vie la morte, e ffinissce co l'inferno.»Er caffettiere fisolofo (1833) «E mmovennose oggnuno, o ppiano, o ffòrte, Senza capillo mai caleno a ffonno Pe ccascà nne la gola de la morte.»; pensiero assillante ripreso ne La morte co la coda del 1846 poco prima che Belli terminasse la sua produzione poetica.

La teologia popolare de La morte co la coda si rifà a quella della Controriforma ma l'immagine della morte è molto più antica, risale alla tradizione pittorica medioevale dove si raffigura la morte caudata.Trionfo della morte

Questa coda della morte, l'eternità è peggio della morte stessa: è un pensiero questo che squinterna, scuote il plebeo (ppaino) come il nobile (mminente). Non è il rimanere a galla o l'andare a fondo che incute terrore ma il pensiero dell'eternità che sconquassa, che va oltre la mente dell'uomo. Ed è un'eternità "cana", maledetta, quella che aspetta l'uomo abituato alla sua dimensione temporale.

Appare chiaro come ormai sia lo stesso Belli ad essere diventato il vero protagonista delle amare riflessioni sul destino dell'uomo; non è più il rozzo plebeo che riflette sull'inferno e sulla morte ma lo stesso colto autore che cerca ancora di nascondersi dietro il dialetto romanesco che non a caso, com'è stato osservato dalla critica letteraria, tende ora ad essere meno stretto e più vicino alla lingua, alla razionalità dell'intellettuale "giacobino" ed insieme alla religiosità del devoto papalino.

Gli interpreti della poesia belliniana hanno visto gli stretti legami stilistici e di contenuto che collegano questo ad altri sonetti dello stesso periodo e ad altri autori sullo stesso tema.Per esempio Meditazione del 1833 o ancor più La golaccia del 1834, che con la metafora barocca dell'orologio: «La morte sta anniscosta in ne l'orloggi; E ggnisuno pò ddì: ddomanì ancora Sentirò bbatte er mezzoggiorno d'oggi» richiama apertamente i sonetti di Ciro di Pers. (cfr. Giuseppe Samonà, G.G.Belli la commedia romana e la commedia celeste.,Firenze, 1969) Belli di solito assume la maschera-dialetto del plebeo sfacciato facendogli raccontare ciò che prova con un atteggiamento doppio e ambiguo di contestazione e polemica ma nello stesso tempo di ossequio al potere clericale, di blasfemia ma assieme di congenita fede superstiziosa. Questo duplice aspetto dell'intellettuale Belli che convive con il popolano romanesco nei sonetti che affrontano temi più specificatamente esistenziali che trattano della morte, sembra saltare, sostituito dalla cupa riflessione dell'autore in prima persona.

Così Il caffettiere fisolofo, che apertamente si allontana dai protagonisti plebei dei sonetti del Belli, di cui rimane solo quel termine storpiato di fisolofo a richiamare l'ignoranza popolare, può essere considerato il sonetto che segna il termine ultimo della riflessione del Belli sulla sorte disperata dell'uomo, stritolato senza neppure saperlo come un chicco di caffè nel macinino, caratterizzata dalla completa assenza di una speranza religiosa.

Note

Bibliografia Edoardo Ripari,Giuseppe Gioachino Belli. Un ritratto Editore Liguori, 2008 Piero Gibellini, Giuseppe Gioachino Belli in Storia Generale della Letteratura Italiana, Vol. VIII, Federico Motta Editore, Milano, 2004 Marcello Teodonio, Vita di Belli Editore Laterza, Collana Storia e società Anno 1993 Giuseppe Gioachino Belli, Sonetti, a cura di Giorgio Vigolo, Mondadori. - Collana: Meridiani - Serie: Letteratura italiana dell'Ottocento, 1978 Giuseppe Samonà, G.G.Belli, la commedia romana e la commedia celeste., Firenze, 1969, La Nuova Italia Ed. Coll. Biblioteca di Cultura Giorgio Vigolo, Il genio del Belli, 2 Vol. Saggiatore, 1963

Voci correlate Giuseppe Gioachino Belli La vita dell'Omo La creazzione der monno Er giorno der giudizzio

Collegamenti esterni La morte co la coda . Il sonetto interpretato (insieme a molti altri nel suo sito I sonetti di Giuseppe Gioachino Belli dedicato al grande poeta) dall'attore Maurizio Mosetti.

Morte Categoria:Sonetti di Giuseppe Gioachino Belli