Massimo divulgatore in chiave marginalista e neoclassica in Italia, si prodigò nella diffusione della teoria pura dell'economia, applicando il rigore matematico alla scienza delle finanze e difendendo fermamente i principi del libero mercato contro ogni forma di interventismo statale. Fu docente di economia politica e scienza delle finanze in prestigiosi istituti quali la Scuola Superiore di Commercio di Bari, la Scuola Superiore di Commercio di Venezia e gli atenei di Camerino, Macerata e Napoli, per poi trasferirsi all'Università di Ginevra, passare brevemente dall'Università degli Studi di Pavia e stabilirsi, infine, alla cattedra dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". A tali impegni affiancò importanti ruoli manageriali e diplomatici, ricoprendo la carica di direttore generale della Cirio nel corso degli anni novanta dell'Ottocento e svolgendo in seguito le funzioni di delegato ufficiale per l'Italia presso la Società delle Nazioni.

Dal 1890 al 1924 fu condirettore del Giornale degli economisti, insieme agli amici e colleghi Antonio De Viti De Marco e Ugo Mazzola. Sotto la loro direzione, la rivista si trasformò in uno dei principali punti di riferimento per il dibattito scientifico europeo, ambito nel quale Pantaleoni ottenne una vasta notorietà internazionale e ricevette grandi attestati di stima da parte di economisti del calibro di Piero Sraffa, che lo definì «il principe degli economisti italiani», e del premio Nobel James M. Buchanan, che lo indicò esplicitamente come un precursore fondamentale della moderna Scuola di scelte pubbliche nell'ambito della scienza delle finanze.

La parabola di Pantaleoni, caratterizzata dalla celebre e accanita difesa della politica economica del laissez-faire, vide un'intensa evoluzione sul piano ideologico e politico che, iniziata con l'elezione a deputato nelle file dei radicali, proseguì con una decisa adesione al nazionalismo. Durante la crisi del primo dopoguerra partecipò attivamente all'impresa di Fiume guidata da Gabriele D'Annunzio, assumendo l'incarico di ministro delle finanze all'interno del governo della Reggenza italiana del Carnaro proprio per tentarne un'applicazione pratica, trovando il suo coronamento istituzionale nella nomina a senatore del Regno poco prima della sua scomparsa.

Biografia

Origini familiari e formazione Figlio di Diomede Pantaleoni, stimato medico e politico liberale moderato, e della nobile irlandese Jane Isabella Massy-Dawson, Maffeo nacque a Frascati, allora parte dello Stato Pontificio, in una famiglia profondamente legata alle vicende del Risorgimento italiano. Il padre, figura centrale nei contatti segreti tra Cavour e la Santa Sede per la risoluzione della questione romana, subì l'esilio dalle autorità pontificie, stabilendo in seguito forti legami con l'ambiente politico ed economico marchigiano di Macerata. Cresciuto in questo stimolante contesto intellettuale, il giovane ricevette i primi fondamenti dell'istruzione in un collegio parigino per poi trasferirsi in Germania, dove si diplomò a Potsdam nel 1877. Rientrato in Italia, frequentò la facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma, laureandosi nel 1881 con una tesi pionieristica sulla Teoria della traslazione dei tributi.

Il percorso accademico e gli anni a Ginevra Nel 1890, assieme ai colleghi Antonio De Viti De Marco e Ugo Mazzola, acquistò il Giornale degli economisti con l'intento di farne la voce teorica del marginalismo e l'organo politico dei liberisti italiani. Dalle pagine della rivista criticò la politica finanziaria del ministro Agostino Magliani (inizialmente liberista e poi vicino alla scuola storica dell'economia lombardo-veneta) e le spese militari.

Avviata con forti difficoltà a causa dell'ostracismo subìto negli ambienti romani per via delle sue inchieste sul sistema bancario, la sua carriera accademica si snodò attraverso l'insegnamento in vari istituti italiani. Nel 1897 si trasferì in Svizzera per assumere la cattedra di economia politica all'Università di Ginevra. La dimora ginevrina di Maffeo divenne ben presto un punto di ritrovo e di rifugio per numerosi intellettuale e attivisti politici in esilio: in quel periodo, a seguito della durissima repressione militare dei moti di Milano del 1898 guidata dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, l'economista accolse e ospitò il profugo e storico socialista Ettore Ciccotti, fuggito dall'Italia per evitare la condanna dei tribunali militari. Questo gesto di profonda solidarietà intellettuale, compiuto nonostante la netta distanza ideologica dal pensiero socialista, testimoniò la sua ferma difesa della libertà di espressione e l'indipendenza della rete accademica dell'epoca.

Lo scandalo della Banca Romana e l'attività parlamentare Nel 1892 il senatore Leone Wollemborg consegnò a Pantaleoni una relazione (firmata dal commendator Gustavo Biagini e dal senatore Giuseppe Giacomo Alvisi, ma insabbiata dal ministro del tesoro Giovanni Giolitti e dal Presidente del Consiglio Francesco Crispi) che dimostrava la presenza di ampie e ripetute irregolarità nella gestione della Banca Romana da parte del governatore Bernardo Tanlongo e del resto del personale, insieme ad un'intricata rete di corruttela e prestiti senza garanzie a vari importanti politici italiani. Il 10 dicembre 1892, Pantaleoni consegnò la relazione al deputato dell'estrema sinistra Napoleone Colajanni, che ne rivelò il contenuto dieci giorni dopo davanti alla Camera dei deputati, dando il via allo scandalo della Banca Romana.

Nelle elezioni del 1900 venne eletto deputato nel collegio di Macerata dopo aver accettato una alleanza tattica con l'Estrema sinistra storica in funzione anti-sonniniana ed anti-pellusiana. Critico verso la politica di Giuseppe Saracco, orientata alla protezione dell'industria siderurgico-cantieristica, durante il governo Zanardelli sostenne prima la scelta di militarizzare le ferrovie (voluta dal ministro della guerra Coriolano Ponza di San Martino per reprimere lo sciopero dei lavoratori del settore) e poi criticò aspramente il dietrofront dell'esecutivo per le concessioni economiche varate agli scioperanti.

Massone, fu membro del Grande Oriente d'Italia e fece parte della sua Commissione permanente, costituita nel febbraio 1901 "col mandato di spingere le logge a promuovere, disciplinare ed aiutare le istituzioni cooperative e di previdenza, nelle loro varie forme e nelle loro attinenze con la pubblica e privata economia, su di una base civile, laica ed obbiettiva"Aldo A. Mola, Storia della Massoneria in Italia, Bompiani/Giunti, Firenze-Milano, 2018, p. 319..

Nel giugno 1904, trovatosi coinvolto in uno scandalo bancario e duramente attaccato dalla stampa giolittiana, Pantaleoni si dimise da deputato per potersi dedicare alla famiglia e in particolare alla moglie.

Il nazionalismo liberista e l'antisocialismo La traiettoria ideologica di Pantaleoni fu caratterizzata dal passaggio da un iniziale radicalismo individualista a un nazionalismo intransigente e antisocialista. Sul piano teorico, la sua visione politica poggiava su una rigida interpretazione del darwinismo sociale: egli considerava la libera concorrenza economica come una forma di selezione naturale, reputando la società individualista l'unica in grado di generare innovazione e ricchezza strutturaleMaffeo Pantaleoni, Erotemi di economia, vol. 2, Bari, Laterza, 1925.. Di conseguenza, manifestò un profondo disprezzo per le tutele assistenziali, definendo coloro che rifiutavano la lotta della concorrenza di mercato come individui inferiori.

Questo radicato antisocialismo lo spinse, a partire dal 1910, ad aderire all'Associazione Nazionalista Italiana (ANI). All'interno del dibattito nazionalista italiano, Pantaleoni rappresentò l'esponente di punta della corrente del "nazionalismo liberista", in aperto contrasto con la componente statalista e protezionista guidata da Alfredo Rocco.

Pantaleoni condannava fermamente ogni forma di intervento dello Stato nell'economia, inclusi i sussidi industriali e il calmiere dei prezzi. Al contempo, era un convinto sostenitore dell'imperialismo e della guerra italo-turca prima, e della prima guerra mondiale poi, da lui interpretate come catalizzatori di sviluppo per i settori privati della nazione.

L'esperienza di Fiume e la Reggenza del Carnaro Al termine della prima guerra mondiale, le posizioni di Pantaleoni subirono una forte virata in senso nazionalista, alimentata dal mito della "Vittoria mutilata". Il legame intellettuale e politico con Gabriele D'Annunzio si sviluppò attraverso un fitto e consistente carteggio incentrato sulla gestione finanziaria dell'impresa adriatica e sulla visione di Fiume come laboratorio politico per l'Italia del dopoguerra. Nel settembre del 1920, l'economista accettò l'invito del poeta a trasferirsi a Fiume per assumere la guida della politica economica della neonata Reggenza italiana del Carnaro.

Dal settembre al dicembre del 1920 ricoprì la carica di Rettore delle Finanze (l'equivalente di Ministro delle Finanze) del governo provvisorio fiumano, subentrando ai tentativi falliti di D'Annunzio di reclutare grandi banchieri e industriali del calibro di Giuseppe Toeplitz o Giuseppe Volpi.

La sua adesione al fiumanesimo rappresentò una peculiarità teorica: un rigoroso economista liberista e individualista si trovò a collaborare a stretto contatto con il sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris, estensore della Carta del Carnaro. All'interno del governo d'annunziano, Pantaleoni cercò di mitigare le spinte più radicali e collettiviste, apportando modifiche normative mirate a garantire il rigore e la transparanza dei conti pubblici locali, tra cui la riforma del decreto istitutivo della Contabilità centrale dello Stato fiumano.

Nel novembre del 1920, di fronte alla firma del Trattato di Rapallo che istituiva lo Stato libero di Fiume, Pantaleoni (insieme a Guglielmo Marconi) cercò invano di mediare con D'Annunzio per convincerlo ad accettare l'accordo con il governo di Roma ed evitare lo scontro armato. L'esperienza ministeriale si interruppe bruscamente nel dicembre dello stesso anno con gli eventi del Natale di sangue, che segnarono la fine della Reggenza.

La radicalizzazione ideologica, gli ultimi anni e la morte Subito dopo l'esperienza fiumana, Pantaleoni si spostò su posizioni sempre più radicali ed antisemite: sostenne infatti che la "vittoria mutilata" fosse l'esito di una congiura ebraica volta al dominio delle nazioni con le armi della propaganda bolscevica e della finanza internazionale. Già nel 1917, d'altronde, in linea con le sue posizioni a difesa del fronte interno, era stato tra i promotori del Comitato di difesa nazionale e del "Fascio nazionale", stringendo forti legami con gli ambienti del nazionalismo radicale.

In questo periodo finale si avvicinò stabilmente a Giovanni Preziosi, assieme al quale diresse la rivista La Vita Italiana. Secondo gli studi dello storico Luca Michelini, nel contesto di questa collaborazione Pantaleoni contribuì attivamente e con piena consapevolezza alla diffusione in Italia del falso documentale antisemita dei Protocolli dei Savi di Sion, inserendosi nel quadro dei movimenti culturali e politici che favorirono l'ascesa del fascismo.