La Tomba della Quadriga Infernale è una tomba etrusca dipinta della necropoli delle Pianacce di Sarteano, nell'antico territorio di Chiusi, scoperta l'11 ottobre 2003 dagli scavi del museo civico archeologico e datata agli ultimi decenni del IV secolo a.C... È una delle testimonianze più significative della pittura etrusca parietale di età tardo-classica: prende il nome dalla scena, priva di confronti nell'arte etrusca, di un demone dai capelli rossi che guida un carro trainato da due leoni e due grifoni, e conserva inoltre un banchetto oltremondano, un grande serpente a tre teste e un ippocampo... Le pitture, che per stile e iconografia rimandano alle tombe dipinte e alla ceramografia di Orvieto (l'etrusca Velzna, in latino Volsinii), sono state pubblicate da Alessandra Minetti, direttrice del museo di Sarteano, che ne ha condotto lo scavo...

Scoperta e scavo Il Museo Civico Archeologico di Sarteano conduce dall'estate del 2000, su concessione ministeriale, lo scavo della necropoli delle Pianacce, un'area sepolcrale in uso dalla seconda metà del VI agli inizi del II secolo a.C. e già in gran parte violata dagli scavatori clandestini.. Nell'ottobre del 2003, dopo le tombe 7 e 8, venne riconosciuto un terzo dromos, che converge verso i due già noti: la tomba n. 9, scoperta l'11 ottobre, è appunto la Tomba della Quadriga Infernale. Lo scavo ha lavorato con i tecnici del restauro e, su indicazione della Soprintendenza, ha lasciato lungo la parete dipinta uno spessore di terra «di risparmio», per proteggere le pitture e per non esporle a un flusso d'aria costante.. Alla pubblicazione scientifica del 2006 hanno collaborato restauratori, geologi, antropologi e archeozoologi, con analisi al radiocarbonio dei resti lignei.. La tomba è aperta al pubblico dall'estate del 2005, con un numero di visitatori contingentato a tutela delle pitture..

La scoperta è stata definita eccezionale sia per lo stato di conservazione delle pitture sia per l'unicità delle scene rappresentate: si tratta, insieme ai lacerti della tomba della Palazzina nello stesso territorio di Sarteano, dell'unica tomba dipinta nota fuori dal centro urbano di Chiusi e dell'unica di IV secolo a.C. nel territorio di Sarteano; per Stephan Steingräber è una novità cronologica nella pittura funeraria dell'agro chiusino, dove quasi tutte le altre tombe dipinte appartengono alla fase tardo-arcaica.

Architettura L'ipogeo è scavato nel banco di travertino, entro cui le tombe della necropoli raggiungono profondità di 4-5 metri dal piano di campagna. (appendice di Gianna Giachi e Pasquino Pallecchi). Il dromos è lungo 19 metri e presenta nella parte centrale quattro nicchie simmetriche, rinvenute quasi prive di materiali; nel riempimento è stato trovato un grosso cippo di travertino, caduto dall'alto davanti alla porta. Questa, alta 2,05 metri e larga 1,10, con frontone aggettante e tracce di intonacatura bianca all'esterno, conservava ancora in situ la base della pietra di chiusura, di forma trapezoidale rovesciata; i violatori erano entrati dal varco superiore, rimuovendo una seconda lastra più piccola. Davanti alla porta, sul pavimento, uno strato carbonioso è stato interpretato come resto del rogo funebre.

Superata la porta, un corridoio di 7 metri presenta una nicchia sulla parete sinistra incorniciata da una porta dorica dipinta e chiusa in origine da porte in pietra fetida; sul lato destro esisteva un vano simmetrico, distrutto insieme a tutta la parte destra dell'ipogeo. Il corridoio immette nella camera di fondo, a pianta quadrangolare (3,80 per 3,50 metri), con soffitto a doppio spiovente e tracce del columen centrale, alto 2,44 metri nel punto più alto: a sinistra e sul fondo le pareti sono squadrate con cura, a destra la roccia è appena sbozzata.. Minetti attribuisce la distruzione del lato destro alla frequentazione altomedievale e ricostruisce una pianta originaria perfettamente simmetrica..

Le pitture

La decorazione occupa soltanto il lato sinistro della tomba; a destra restano solo pochi lacerti dello zoccolo rosso nel corridoio e, sul semitimpano destro della parete di fondo, lo strato preparatorio di argilla grigia con una sottile scialbatura bianca... Le scene sono quattro: due nel corridoio, prima e dopo la nicchia, una sulla parete sinistra della camera e una sul semitimpano sinistro della parete di fondo. Nel corridoio il fregio figurato corre fra un meandro spezzato rosso e nero, in alto, e, in basso, una fascia di onde nere in cui si tuffano piccoli delfini rossi e verdi, sopra un alto zoccolo rosso; nella camera di fondo meandro e fregio marino scompaiono e resta il solo zoccolo. Tutte le figure sono dipinte su fondo bianco con colori vivaci stesi in campiture piatte, contorni neri marcati e una linea preparatoria incisa che in molti punti non è stata seguita..

Le analisi fisico-chimiche condotte da Pasquino Pallecchi, Gianna Giachi e dal gruppo di Maria Perla Colombini hanno chiarito la tecnica: sul travertino, troppo poroso per ricevere direttamente il colore, fu steso uno strato di livellamento di sedimento argilloso e su questo una preparazione a base di calce, assente nelle tombe dipinte di Chiusi e nella tomba 13 della Palazzina e attestata invece nella pittura greca e magnogreca, che gli autori leggono come segno di un influsso greco e di una fase più evoluta della pittura su roccia. La tavolozza è fatta di quattro colori di base, bianco, rosso, giallo e nero, ottenuti con calcite, ocre rosse e gialle probabilmente locali e nero di carbone vegetale, mescolati per il rosa, il rosso scuro e il grigio; i pigmenti erano dispersi in uovo intero, secondo la tecnica della tempera già riscontrata in altre pitture murali greche ed etrusche..

La quadriga La prima scena, fra la porta d'ingresso e la nicchia, è la più danneggiata: una lacuna prodotta da colpi di piccone, probabilmente nel XX secolo, ha asportato le teste e i colli degli animali all'altezza del riempimento di terra.. Apre il fregio, rivolta verso l'uscita della tomba, una figura alata quasi del tutto perduta, di cui restano i piedi, parte di un'ala con fasce rosse e bianche e un indice sollevato. La segue la quadriga che dà il nome alla tomba: due leoni e due grifoni crestati e privi di ali, con i corpi bianchi allineati in sequenza senza alcuna resa prospettica, le zampe anteriori sollevate e le code ferme fra le zampe, avvolti da una grande nuvola nera. Il timone termina in una testa di grifone; il carro, rosso con borchie gialle a indicare un rivestimento di cuoio, ha ruote a otto raggi.

Alla guida sta un personaggio dal sesso non immediatamente riconoscibile: carnagione bianca, capelli arancio con ciocche rosse sollevati «a massa triangolare» dal vento della corsa, grande occhio globulare dallo sguardo fisso, naso adunco, una zanna appuntita che fuoriesce dalla mandibola, tratti rossi sugli zigomi che sembrano vene iniettate di sangue; indossa una veste rossa e un corto mantello gonfiato dal vento. Dietro il collo la linea incisa preparatoria conserva il profilo di un secondo volto, poi non dipinto.. Alle spalle dell'auriga la nicchia è inquadrata da una porta dipinta di tipo dorico, gialla con una fascia bruna e un fregio di ovuli..

Il banchetto Oltre la nicchia, su una superficie di 1,60 metri, due uomini sono semidistesi su una kline dai cuscini a fasce rosse e nere e dal materasso decorato a meandri. Quello di destra, barbato, più maturo, dalla carnagione rosa pallido e dalla corporatura massiccia, ha il capo di profilo e l'espressione mesta; appoggia il braccio destro sulle spalle del compagno. Quello di sinistra, più giovane, dalla carnagione rossastra, si volge indietro verso di lui sorridendo, gli trattiene la mano sinistra e solleva la destra in un gesto di saluto.. L'analisi delle linee incise ha mostrato che sulla kline era stata inizialmente prevista la sola figura dell'uomo maturo e che il giovane è stato aggiunto in un secondo momento.. A destra della kline, su un tratto di parete di 57 centimetri, un giovinetto in tunica bianca bordata di bruno regge un colum, il colino per filtrare il vino; una profonda lacuna conica al centro della figura potrebbe essere stata praticata per appoggiarvi una lucerna nella fase altomedievale.. La scena proseguiva sulla parete della camera, oggi perduta, e comprendeva probabilmente altri inservienti, come nelle tombe Golini di Orvieto..

Il serpente e l'ippocampo Sulla parete sinistra della camera di fondo, su un'area dipinta di 2,24 per 1,50 metri, un serpente a tre teste di dimensioni enormi riempie l'intera parete: le teste, con cresta rossa e lunga barba triangolare, hanno pupille rosse e fauci aperte con file di denti; il corpo verde chiaro, con motivi a denti di lupo e ventre giallo, si avvolge in un'unica grande spira da cui la coda risale annodandosi.. Sul semitimpano sinistro della parete di fondo è dipinto un grande ippocampo grigio-verde con cresta, ventre e pinne in rosso, il corpo in curva sinuosa e la coda pinnata; la fascia inferiore della parete era stata lasciata senza pitture perché occupata dal sarcofago..

Stile e bottega Per Minetti il ciclo rientra pienamente nella fase successiva alla metà del IV secolo a.C., quando i giochi funebri e le feste per il defunto cedono il passo all'Oltretomba e ai suoi abitanti, inaugurati nella Tomba dei Demoni Azzurri di Tarquinia.. La nuvola nera che avvolge l'auriga e gli animali ricompare intorno alle figure delle tombe dell'Orco di Tarquinia, nella Tomba degli Hescana e nelle tombe Golini di Orvieto; i rimandi all'area orvietana sono continui, dal carro di Persefone con i suoi «draghi alati» sulle anfore del Gruppo di Vanth alle chiazze scure sul corpo degli animali, che trovano confronto sulla ceramica a figure rosse orvietana, fino alla capigliatura triangolare del demone, tipica del Gruppo Clusium e dell'Officina senese.. Minetti ne conclude che il pittore era strettamente legato, oltre che ai maestri delle tombe Golini, ai ceramografi attivi a Orvieto nella seconda metà del IV secolo, e legge la tomba come la prova archeologica che una famiglia aristocratica dell'agro chiusino si rivolse ad artigiani di Orvieto, in un quadro di stretti rapporti fra Chiusi e Orvieto già documentato dall'epigrafia e che ha fatto ipotizzare ad Adriano Maggiani una vera unità politica dei due centri nel IV secolo..