Le persecuzioni dei cristiani dall'Impero romano si basavano su comportamenti caratterizzati da aggressività poiché la religione cristiana veniva considerata un crimine contro lo stato. Molti proclamarono comunque la propria fede accettando la prigionia, le torture, le deportazioni e anche la morte tanto che i martiri furono migliaia, sebbene il numero reale sia difficile da calcolare.

Inizialmente tuttavia le autorità locali non ricercavano attivamente i cristiani; le loro comunità continuarono così a crescere, trovando anzi nel culto dei martiri nuovo vigore; gli imperatori Decio, Valeriano e Diocleziano, spinti anche da considerazioni politiche, ordinarono persecuzioni più attive e severe, che tuttavia non arrivarono a sradicare il nuovo culto.

Nel 311 l'imperatore Galerio emanò l'Editto di Serdica che concedeva ai cristiani il perdono, poi confermato da Costantino I e Licinio, che accordarono al cristianesimo lo status di religio licita con l'Editto di Milano nel 313. Gli ultimi strascichi delle persecuzioni si sovrapposero alle prime lotte contro gli eretici; dopo pochi decenni sarebbero iniziate le persecuzioni dei pagani.

Le fonti storiche L'analisi di reperti e documenti contemporanei ed il raffronto tra i resoconti degli storici antichi ha consentito di pervenire ad un certo consenso sulla storia generale delle persecuzioni. L'indagine più dettagliata sulle vicende e sui singoli personaggi coinvolti si presenta più problematica in quanto può basarsi quasi esclusivamente su fonti cristiane.

I principali autori cristiani utili per la storia delle persecuzioni sono Giustino e Cipriano di cui sono rimasti alcuni importanti scritti. Diverse notizie possono essere desunte dalle numerose opere di Tertulliano (circa 155-230), sebbene non fosse uno storico ma un apologeta intransigente. A Lattanzio (circa 250-327) è generalmente attribuito il De mortibus persecutorum, che si propone di istruire i cristiani sulla sorte dei nemici di Dio, a cominciare dai persecutori. Altre notizie utili sono fornite dalla sua opera Divinæ instituciones. Le fonti più importanti sono probabilmente le opere di Eusebio (265-342), vescovo di Cesarea, in particolare la Storia ecclesiastica, il Chronicon e il De martyribus Palestinae. In esse Eusebio riporta sia eventi passati che altri a lui contemporanei.

Fonti latine Un documento di eccezionale importanza è la corrispondenza tra Plinio il giovane e l'imperatore Traiano sulla condotta da tenere nei confronti dei cristiani.

Tacito rappresenta una fonte storica molto importante, ma solo per la persecuzione avvenuta sotto Nerone. Frammentarie notizie hanno lasciato Svetonio, Dione Cassio, Porfirio, Zosimo e altri.

Le motivazioni Il culto pubblico della tradizionale religione romana era strettamente legato allo Stato: fare sacrifici agli dèi e rispettare i riti significava stabilire un patto con le divinità, in cambio della loro protezione. Era facile integrare gli dèi, i riti e le credenze di altre popolazioni in questo sistema. Perfino l'Ebraismo, in quanto antica religione di un popolo, era tollerato dalle autorità, anche se con difficoltà, fin dai tempi di Giulio Cesare: gli ebrei potevano osservare i loro precetti ed erano esentati dai riti ufficiali (ma con Vespasiano furono sottoposti al fiscus iudaicusW.H.C. Frend Persecutions: genesis and legacy in AA.VV., The Cambridge History of Christianity - Vol. 1: Origins to Constantine, 2006, New York, Cambridge University Press, p. 506). Nell'incipit del XVI capitolo della sua opera, infatti, il Gibbon individua con acutezza i motivi in base ai quali la nascente religione cristiana avrebbe dovuto suscitare, nell'opinione pubblica e nelle istituzioni civili e politiche, sentimenti se non proprio di ammirazione, almeno di tolleranza, anziché atteggiamenti persecutori. Questi atteggiamenti ostili nei confronti dei cristiani furono in parte dovuti ad una sorta di confusione che inizialmente veniva fatta tra i cristiani e gli ebrei, tanto che Svetonio e Dione Cassio riportano che l'imperatore Claudio (41-54) avrebbe scacciato da Roma i "Giudei" che creavano disordini a nome di "un certo kriste"Claude Lepelley, I cristiani e l'Impero romano, p. 227.W.A. Meeks Il cristianesimo in AA.VV. Storia di Roma - vol. 2 L'impero mediterraneo, tomo III La cultura e l'impero, 1992 Einaudi, p. 284.

La tolleranza riservata agli Ebrei, nonostante affermassero l'esclusiva conoscenza di Dio, ritenendo empio qualsiasi altro culto, e quasi rifiutassero la comunità umana racchiudendosi in una setta che sdegnava contatti con l'esterno, veniva però a mancare nel momento in cui gli stessi Ebrei, unici nell'impero, si rifiutavano di pagare il contributo a Roma: era illegale, sostenevano, pagare le tasse ad un imperatore (e ad un popolo invasore) empio e idolatra. I Giudei non avevano mai nascosto l'insofferenza, spesso sfociata in rivolte anche sanguinose, nei confronti di Roma, le cui legioni erano altrettanto spesso dovute intervenire con severe rappresaglie e repressioni. Ma dopo la prima guerra giudaica, la distruzione del Tempio di Gerusalemme, la riduzione in schiavitù e la diaspora, il popolo Ebreo ammorbidì le posizioni intransigenti ed in diversi modi si integrò nella popolazione dell'Impero romano, pur mantenendo una propria individualità come popolo, sancita anche da deroghe e leggi particolariE. Gibbon, Decadenza e caduta dell'impero romano, Avanzini e Torraca Ed., Roma, 1968, vol. II, pp. 220-222..

La differenza sostanziale tra ebrei e cristiani, che consentiva ai primi di professare liberamente la loro fede mentre trattava con severità, odio e disprezzo quella dei secondi, era che quelli erano una “nazione”, mentre gli altri una “setta”; il rispetto delle istituzioni religiose dei propri padri era un dovere, e l'antichità delle sacre leggi ebraiche, adottate per secoli da un intero popolo dava ai Giudei il diritto di sottostare a quegli obblighi e quelle regole che sarebbe stato empio trascurare. I cristiani, di contro, con la legge evangelica ignoravano le sacre istituzioni dei loro padri, disprezzando ciò che essi avevano da secoli ritenuto sacro. In più, questo allontanamento dalla fede “naturale”, anziché portare ad un avvicinamento a quella ufficiale dello Stato, li conduceva ad un più marcato disprezzo degli dèi e delle istituzioni di Roma, che si manifestava in riti, riunioni segrete e un generale rifiuto del genere umano che non veniva mitigato dall'indubbia rettitudine e moralità dei credentiGibbon, op. cit., pp. 222-223.. I Cristiani pregavano per l'imperatore e per l'impero durante le loro funzioni religiose e pagavano regolarmente i tributi a Roma. Il rifiuto di adorare l'imperatore come Dio e di prestare il culto divino ali dei pagani procurò loro delle accuse infamanti di praticare riti magici, la stregoneria, di essere amanti delle tenebre e dei lavoratori improduttivi.

Col tempo dunque i romani identificarono nel Cristianesimo quello che consideravano "ateismo". Per loro i cristiani erano ebrei e pagani che avevano tradito i loro dèi e quindi il loro popolo, si riunivano in segreto per praticare riti apparentemente magici, incitando altri a fare lo stesso ed eleggendo a propria divinità un'Entità solo spirituale e non rappresentabile, per il cui culto non erano previsti templi, altari, sacrifici, e che era pertanto lontanissima dalla radicata mentalità pagana. Questo tradimento non solo minacciava la pax deorum e l'autorità dell'imperatore quale pontefice massimo, ma poteva “essere visto come la prova di intenzioni politiche sovversive”Meeks cit. p. 301.Frend, 2006 cit. p. 504.. Plinio il Giovane definirà il cristianesimo superstitio, termine che indicava “ogni religione implicante un timore eccessivo degli dèi”W. Liebeschütz La religione romana in AA.VV. Storia di Roma - vol. 2 L'impero mediterraneo, tomo III La cultura e l'impero, 1992 Einaudi, p. 265; a p. 267 esprime scetticismo sul timore di cospirazioni dei cristiani. e pertanto probabile causa di disordini popolari. Come tali erano represse anche magia e astrologia, e lo erano stati in precedenza i baccanali, il druidismo ed il culto di IsideLepelley cit. p. 232-233.Liebeschütz cit. p. 260 ss..

La figura stessa del Cristo destava sospetto; non tanto per la sua natura umana, visto che anche Bacco, Ercole ed Esculapio erano stati, per le credenze pagane, figure umane divinizzate (per non parlare degli stessi imperatori). Ma in quei casi si trattava di antichi eroi che proprio per questo avevano meritato la divinizzazione, mentre nel caso di Gesù si trattava, incomprensibilmente, di un oscuro "maestro", recente, nato in condizioni di miseria presso un popolo sottomesso, privo di fama e di successo, morto con disonoreGibbon, op. cit., pp. 224-225..

Sebbene i primi vescovi invitassero a riconoscere lo StatoLepelley cit. a p. 230 riporta l'invito di Clemente di Roma a pregare, secondo la tradizione paolina, per i depositari dell'autorità., astenersi dai riti ufficiali (considerato idolatria) costringeva in pratica i cristiani a uno sprezzante isolamento, e questo accese ulteriormente l'intolleranza popolare. I romani erano inoltre sconcertati dall'abolizione in questi gruppi di ogni distinzione tra uomini e donne, ricchi e poveri, schiavi e liberi, locali e stranieri"Fin dai tempi di Gesù, il cristianesimo fu in contrasto con la società esterna. Fondamentalmente questa frattura era originata dalla nuova concezione dell'uomo come individuo spiritualmente libero [...]" in C.G. Starr, "Storia del mondo antico", Editori Riuniti, 1977. Sul superamento delle distinzioni tradizionali di genere o stati civile, cfr. Lettera ai Galati di Paolo di Tarso, "Non c'è più né ebreo né pagano, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna".. Per di più le conversioni provocavano insanabili conflitti familiariMeeks cit. p. 299. A p. 300 l'autore aggiunge: “In ogni caso la conversione della gran maggioranza dei cristiani fu senza dubbio meno radicale di quanto i loro capi avrebbero desiderato”, spiegando che la maggior parte dei cristiani era inserita nella società in quasi ogni ceto. Anche Tertulliano ne dà conferma, v. Frend, 2006 cit. p. 512.. Le loro regole di vita erano disapprovate anche dalle autoritàGalerio, in un passo dell'Editto di tolleranza tradotto in Marcone cit. p.230-1 avrebbe in seguito scritto: “tale era l'insensatezza che si era impadronita dei cristiani, che essi non osservavano quegli istituti degli antichi, che forse erano stati creati dai loro padri, ma a proprio arbitrio, così come loro aggradava, si davano da sé medesimi le leggi da osservare e riunivano vari popoli nei luoghi più disparati”., ed è possibile che talvolta fossero disordini scoppiati all'interno delle stesse comunità cristiane a giustificarne l'interventoA. Marcone cit. a p. 223 riporta la tesi di W. Portmann, Zu den motiven der diokletianischen Christenverfolgung in Historia, XXIX (1990), pp. 212-248 “per il quale la persecuzione dioclezianea (e, in certa misura, quelle precedenti del III secolo) sarebbe stata motivata dalla minaccia contro la disciplina pubblica rappresentata dalle contese «tra» i cristiani”..

Con queste premesse non desta meraviglia il fastidio suscitato dai cristiani presso l'opinione pubblica e la proibizione delle adunanze segrete (valida comunque per qualsiasi altra comunità). Le quali erano però dedicate al culto, ed erano pertanto irrinunciabili: da ciò la disobbedienza allo Stato in nome di un'autorità superiore, che non poteva ovviamente essere tollerata e autorizzava dunque legalmente alla somministrazione di castighi e pene anche severe che si rivelavano però impotenti ed inefficaci a debellare il presunto pericolo, visto che la comunità dei cristiani aumentava continuamente.