La pittura romana di giardino fu uno dei temi più significativamente sviluppati dai romani nella decorazione parietale per ingannare la vista dell'osservatore.
Tipologie
Nella pittura romana le rappresentazioni di giardino ricorrono sia come decorazione a tutto campo di interi ambienti in scala 1:1, sia inserite in finte architetture, all'interno di grandi campi rettangolari profilati. A volte occupano anche una sola parete, o una parte di essa (spesso a zona mediana). Altre volte un giardino dipinto compare solo nello zoccolo, con cespugli, ciuffi di piante e graticci di canne o muretti.
Esistono poi dei giardini in miniatura, rappresentati come visti dall'alto e inseriti nella stretta predella sotto l'edicola centrale di una parete.
Tra i migliori artifici del genere della pittura di giardino c'è quello di creare quinte ottiche che scandiscano in profondità in piani della rappresentazione: il più diffuso di tali artifici è quello di dipingere una bassa recinzione in primo piano (spesso movimentata da nicchie e rientranze) oltre la quale si dispone il giardino vero e proprio; a ciò si possono aggiungere alcuni vialetti interni bordati di vegetazione.
Frequente è la rappresentazione minuziosa di uccelli e di interi cataloghi di piante, delle caratteristiche botaniche molto curate. Tra gli elementi di arredo sono molto frequenti le fontane (labra), le sculture, le erme, le maschere o gli oscilla. Non mancano poi elementi irreali o esotici, come le sfingi o le statue di Iside, proprie di quel repertorio egittizzante tipico dell'arte augustea.
Lo sfondo è di solito ceruleo, simboleggiante un cielo, con una massa scura e in ombra della massa più fitta della vegetazione. Altre volte lo sfondo è nero, forse simboleggiante l'ombrosa frescura del giardino, altre è giallo solare o rosso (negli esempi legati al quarto stile). Lo sfondo bianco infine è legato soprattutto alla sfera funeraria o sacrale (ma non in maniera esclusiva).
Sviluppo cronologico e territoriale
Lo studio delle pitture di giardino, come del resto di tutta la pittura antica, risente inevitabilmente della frammentarietà e casualità della documentazione pervenutaci. Solo le città vesuviane offrono un campione quantitativo altamente significativo, però è limitato dall'inesorabile cesura del 79 d.C. (anno dell'eruzione del Vesuvio) e dal fatto che si tratta di produzioni periferiche, circoscritte a un territorio molto limitato rispetto ai domini di Roma e paragonabile solo pallidamente alle espressioni artistiche che dovettero aver luogo per l'aristocrazia della capitale.
Le principali attestazioni di pittura di giardino come genere si collocano nella fase avanzata del terzo stile (25-35 d.C.), quando cioè ci fu un recupero dei caratteri illusionistici e di profondità spaziale tipici del secondo stile.
Un esempio ancora di secondo stile è costituito dall'esedra rettangolare della Casa del Menandro a Pompei, dove il giardino è raffigurato dietro una composizione architettonica con colonne avvolte sui fusti dall'edera. Segue l'elevatissimo livello delle pitture della villa di Livia, dove il genere viene reinventato con implicazioni dinastiche legate all'alloro e alla dinastia di Augusto. Il ninfeo di Livia fece poi da modello in altre abitazioni private, arrivando a essere usato anche negli esempi di carattere più modesto e nei complessi tombali italici e delle province. Se ne ha traccia anche in Oriente, nella casa del console Attalo a Pergamo. Un ricordo letterario è invece dato dalla descrizione della villa di Plinio il Giovane in Toscana.
Il genere continuò ad essere in auge anche nel quarto stile, con forme più esuberanti e meno calligrafiche, proseguendo nell'epoca post-pompeiana fino alla tarda antichità.
Origini
Una delle questioni aperte della pittura di giardino è legata alle sue origini, se da rintracciare nella cultura romana o in quella ellenistica.
Esistono alcune tombe nella necropoli di Anfushi di Alessandria d'Egitto che presentano decorazioni vegetali a grandezza naturale, sebbene di una qualità piuttosto rozza, tra le quali spiccano le due camere della tomba V. Si credevaAd esempio in Ranuccio Bianchi Bandinelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Torino, Utet, 1976. che questo esempio fosse più antico di quelli romani, ma più recentemente si è confermata una datazione posteriore.. In ogni caso, anche se fossero state anteriori, la qualità mediocre di queste pitture non avrebbe potuto costituire una testa di serie per il genere e in ogni caso se ne dovrebbe supporre un modello anteriore andato perduto.
Le pitture di Anfushi sono a sfondo bianco e ne dimostrerebbero il carattere simbolicamente idealizzato di "campi elisi" legati all'uso funebre. Un uso analogo con lo sfondo bianco si trova anche nella tomba di Patron sulla via Latina a Roma. Secondo la maggior parte degli studiosi comunque l'origine della pittura di giardino sarebbe da attribuire alle correnti paesistiche alessandrine dove si formarono botteghe di artigiani itineranti. Queste operarono anche in Lazio e in Campania per la committenza romana a partire almeno dalla prima epoca imperiale.
La villa di Livia
L'esempio più antico di pittura romana di giardino, fiorito all'epoca del secondo stile dal I secolo a.C., si ha negli affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia, un ambiente sotterraneo forse usato per sfuggire alla calura estiva databile tra il 40 e il 20 a.C. In queste pitture, dal 1951 al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, fu ricreato un giardino "concluso" ideale, costruito tramite sapienti architettazioni compositive e spaziali. Una recinzione di canne e rami di salice è in primo piano e poco più avanti, a una distanza sufficiente da staccare illusionisticamente lo spettatore dalla decorazione retrostante, si trova una seconda balaustra marmorea. Le piante (23 specie diverse) e gli uccelli (ben 69 varietà.), sono dipinte con la massima attenzione al dettaglio, tanto che è possibile individuare ogni singola specie botanica; via via che ci si allontana verso lo sfondo però i dettagli sono ridotti, la rappresentazione più sfumata, in modo da suggerire una prospettiva aerea e una rarissima (la prima per quell'epoca) sensazione dell'atmosfera, suggerita anche dalle cime mosse dal vento e dagli uccelli in volo.
La distribuzione delle piante, che non ritrae un vero giardino in un preciso momento dell'anno, anzi è una sorta di catalogo con specie che fioriscono anche in periodi diversi, è composta secondo un'accorta simmetria, con rimandi tra una parete e l'altra. Tra le specie vegetali predomina, anche se sempre in secondo piano, quella dell'alloro, da mettere in relazione con la leggenda citata da Plinio, Svetonio e Cassio Dione secondo la quale Livia il giorno delle nozze ricevette sul grembo lasciata da un'aquila una gallina bianca con un rametto di alloro nel becco. Da quell'alloro, piantato nella villa, nacque un bosco dove gli imperatori coglievano i rametti usati anche nel trionfo dei Cesari. La morte dell'alloro veniva vista come un sinistro presagio sulla sorte dell'imperatore (Svetonio narra di come ciò successe al momento dell'estinzione della stirpe di Augusto alla morte di Nerone), per questo il bosco sempreverde dipinto aveva una funzione protettiva sulla dinastia imperiale augustea.
Lo spazio è ben "concluso" e non dà l'idea di procedere all'infinito, ma anzi la sua costruzione è composta in funzione dell'osservatore. Questo tipo di "costruzione del giardino per essere visto" aveva luogo anche nell'architettura reale, come tramanda una lettera di Cicerone a Attico a proposito di una questione sorta col suo architetto Ciro, che suggeriva di non creare finestre ampie in corrispondenza dei giardini perché le vedute che ne risulterebbero non sarebbero abbastanza piacevoli, poiché più difficili da costruire secondo uno schema compiutamente aggraziatoEntravano nella discussione anche elementi di ottica, secondo i quali la visione umana raccoglieva i raggi provenienti dagli oggetti (dottrina epicurea) o erano gli occhi ad emettere raggi selettivi (secondo la dottrina di Platone); v. Cicerone, Epistulae ad Atticum 2,3..
Nelle pitture della villa di Livia è inoltre assente qualsiasi allusione al tempo atmosferico.
La Casa della Farnesina Di poco posteriori alla villa di Livia sono i frammenti di pitture di giardino provenienti dalla casa della Farnesina in riva al Tevere, della quale non si conosce il proprietario antico, forse Agrippa, ma non esiste documentazione che possa spingerci al di là delle mere ipotesi. Si tratta di due fontane marmoree a forma di vaso, poste su un letto verde e circondate da rientranze di una staccionata di canne.
L'Auditorium di Mecenate
Nei vasti Horti Maecenatis, dei quali resta solo l'edificio impropriamente detto Auditorium di Mecenate, esisteva una grande sala (24,10 x 10,60 metri) seminterrata (come quella di Livia), con nicchie sulle pareti (sei per ciascuno dei lati lunghi più cinque al di sopra dell'alta gradinata dell'abside), che presentavano una decorazione pittorica risalente con tutta probabilità a un secondo momento dopo la morte di Mecenate (8 a.C.), forse quando vi andò ad abitare Tiberio. Vi erano raffigurate pitture di giardino, conservate oggi solo in maniera molto frammentaria e ricostruibili per lo più grazie ai disegni ricostruttivi pubblicati dopo lo scavo del 1874.
Ciascuna nicchia era decorata secondo uno schema con un albero al centro, posto oltre una balaustra marmorea con una rientranza centrale dove si trova una fontana o un vaso. Gli alberi di contorno, mossi dal vento, sono popolati da un vasto numero di uccelli in volo e appollaiati. La presenza delle nicchie reali obbligò gli artisti a inventare un modo di occupare gli spessori superiori, che vennero decorati con un'artificiosa pioggia di fiori. le nicchie venivano quindi a configurarsi come elementi indipendenti rispetto all'architettura della stanza, quali "bow window" a vetri affacciate su un giardino, in corrispondenza delle quali si disponevano come d'incanto vedute studiate di alberi e elementi decorativi. Anche qui, come negli esempi precedenti, mancano notazioni atmosferiche e allusioni a uno spazio "infinito" oltre gli elementi percettibili.
Casa del Menandro I modelli praticati dalla casa imperiale e dall'aristocrazia romana si trasmisero presto anche alle altre città dell'Impero. Ovviamente se ne hanno cospicue tracce anche in quello che è il miglior archivio di pittura romana: Pompei. qui le pitture di giardino si trovano in case private, sia in quelle più lussuose (Regioni VI e III), sia in alcune più modeste e in edifici commerciali (come le cauponae di Euxinus e Sotericus, la bottega del garum della Regio I, ecc.). Ciò vale anche per Ercolano e Oplontis.
Nell'area vesuviana le pitture di giardino interessano per lo più gli spazi aperti o parzialmente aperti: ambulacri dei peristili, corti porticate, pareti di fondo dei giardini, esedre, triclini, soprattutto quelli estivi con ninfeo e affacciati sul giardino. Risalta quindi come il giardino dipinto contribuiva a dilatare lo spazio ampliando la prospettiva spaziale oltre il limite delle pareti.