La guerra romano-sasanide del 572-591 fu una guerra combattuta tra l'Impero sasanide di Persia e l'Impero bizantino. Fu scatenata da rivolte pro-romane nelle aree del Caucaso sotto l'influenza persiana, anche se altri eventi contribuirono al suo scoppio. La guerra venne combattuta nel Caucaso meridionale e in Mesopotamia, estendendosi anche all'Anatolia orientale, alla Siria e all'Iran settentrionale.
Il primo decennio di guerra Meno di un decennio dopo il trattato di pace di cinquant'anni del 562, le tensioni crebbero in tutti i punti di intersezione tra le sfere di influenza dei due imperi, come era già accaduto prima che scoppiasse la guerra negli anni 520. Nel 568-9 i Romani erano impegnati in infruttuose negoziazioni con i Göktürk per convincerli ad allearsi con loro contro la Persia; nel 570 i Sasanidi invasero lo Yemen, espellendo gli Axumiti, alleati dei Romani, e restaurando come stato cliente il Regno Himyarita; nel 570 e 571 i Lakhmidi, i clienti arabi dei Sasanidi fecero incursioni in territorio romano, anche se in entrambe le occasioni vennero sconfitti dai Ghassanidi, clienti dei Romani; e nel 570 i Romani decisero di supportare una ribellione Armena contro i Sasanidi, che iniziò nel 571, e venne accompagnata da un'altra rivolta in Iberia.
All'inizio del 572 gli Armeni sotto la guida di Vardan Mamikonian sconfissero il governatore persiano di Armenia e occuparono i suoi quartieri generali a Dvin; i Persiani in poco tempo riconquistarono la città ma poco tempo dopo venne di nuovo conquistata dai Romani e dagli Armeni; iniziò così di nuovo un'altra guerra tra Romani e Persiani. Nonostante le frequenti rivolte nel V secolo, nelle prime guerre del VI secolo gli Armeni erano rimasti largamente fedeli ai Sasanidi, a differenza dei loro vicini cristiani in Iberia e Lazica. Unendosi agli Iberiani, ai Lazi e ai Romani in una coalizione di popoli cristiani della regione, gli Armeni furono molto utili ai Romani, aiutandoli a penetrare più profondamente in territorio persiano.
Tuttavia, in Mesopotamia la guerra iniziò in modo disastroso per i Romani. Dopo una vittoria a Sargathon nel 573 essi presero d'assedio Nisibis ed erano apparentemente sul punto di conquistarla quando l'improvviso licenziamento del loro generale portò a una ritirata disordinata. Approfittando della confusione romana, i Sasanidi condotti da Cosroe I (531-579) contrattaccarono e cinsero d'assedio Dara, conquistando la città dopo un assedio durato sei mesi. Nello stesso tempo, un'armata sasanide più piccola condotta da Adarmahan saccheggiò la Siria, saccheggiando Apamea e molte altre città.
A peggiorare le cose ci mise anche l'imperatore Giustino II (565-578) che nel 572 ordinò di assassinare il re ghassanide al-Mundhir III; ma l'attentato fallì e di conseguenza al-Mundhir ruppe l'alleanza con i Romani, lasciando la loro frontiera desertica esposta. Presi dalla disperazione (si dice che Giustino divenne pazzo a causa della perdita di Dara), nel 574 i Romani accettarono di pagare nomismata per una tregua di un anno, e successivamente la tregua fu estesa a cinque anni; in cambio i romani dovevano pagare ai Persiani ogni anno nomismata. Tuttavia, questa tregua valeva solo per il fronte Mesopotamico e la guerra continuò sugli altri fronti.
Nel 575 i Romani riuscirono a riconciliarsi con i Ghassanidi; il rinnovo della loro alleanza portò buoni frutti in quanto i Ghassanidi saccheggiarono la capitale lakhmide di Al-Hira. Nello stesso anno i Romani approfittarono della situazione favorevole nel Caucaso per attaccare l'Albania caucasica. Nel 576 Cosroe iniziò quella che sarebbe stata la sua ultima campagna e una delle più ambiziose, penetrando fino in Anatolia, dove gli eserciti persiani mancavano dai tempi di Sapore I (241-272). I suoi tentativi di attaccare Teodosiopoli e Cesarea in Cappadocia fallirono, ma in compenso riuscì a saccheggiare Sebastea prima di ritirarsi. Sulla via di ritorno, fu intercettato e gravemente sconfitto presso Melitene da Giustiniano, il Magister militum per Orientem; saccheggiando l'indifesa città di Melitene, il suo esercito subì pesanti perdite quando attraversò l'Eufrate inseguito dai Romani.
Cosroe fu così scosso dal suo fiasco e dal grosso rischio corso che fece promulgare una legge che proibiva ai suoi successori di comandare un esercito, tranne nel caso in cui l'esercito da affrontare fosse comandato dal suo monarca. I Romani approfittarono della confusione persiana penetrando in Albania e in Azerbaigian, lanciando ambiziose incursioni nell'Iran settentrionale, svernando in territorio persiano e continuando i loro attacchi nell'estate del 577. Cosroe chiese la pace, ma una vittoria in Armenia del suo generale Tamkhosrau su Giustiniano lo convinse a continuare la guerra.
Nel 578 la tregua sul fronte della Mesopotamia terminò e le iniziative militari ripresero in tutta l'area. Dopo alcune incursioni persiane in Mesopotamia, il nuovo magister militum Maurizio effettuò incursioni su entrambe le rive del Tigri, conquistando Aphumon e saccheggiando Singara. Cosroe cercò di nuovo la pace nel 579, ma morì prima che un accordo potesse essere raggiunto e il suo successore Ormisda IV (579-590) ruppe le negoziazioni. Nel 580 i Ghassanidi ottennero un'altra vittoria sui Lakhmidi, mentre i Romani effettuarono ancora delle incursioni a est del Tigri.
Tuttavia nel frattempo il futuro Cosroe II era riuscito a convincere la maggior parte dei leader dei ribelli armeni a passare dalla parte dei Sasanidi, anche se l'Iberia rimase fedele ai Romani. L'anno successivo, un'ambiziosa campagna effettuata lungo l'Eufrate dai Romani sotto il comando di Maurizio e dai Ghassanidi sotto il comando di al-Mundhir III fallì, mentre i Persiani sotto il comando di Adarmahan intrapresero una devastante campagna in Mesopotamia. Maurizio e al-Mundhir si diedero la colpa a vicenda per le loro difficoltà, e ciò portò all'arresto di al-Mundhir l'anno successivo perché sospettato di tradimento, scatenando la guerra tra Romani e Ghassanidi e segnando l'inizio della fine del Regno Ghassanide.
Lo scoppio del conflitto Nel corso del settimo anno del regno di Giustino II, i Romani ruppero il trattato di pace di cinquant'anni che l'Imperatore Giustiniano I aveva firmato con la Persia alcuni anni prima (nel 561/562), con il seguente pretesto: i Romani accusarono i Persiani di aver incitato alla rivolta gli Omeriti, vassalli dei Romani, e di aver corrotto gli Alani affinché, in occasione della prima ambasceria turca ai Romani, essi uccidessero gli ambasciatori mentre passavano dalle loro parti.Teofilatto Simocatta, III,9. I Persiani accusarono a loro volta i Romani di aver voluto loro provocare il conflitto, sobillando gli Armeni sudditi dei Persiani alla rivolta ed assistendoli militarmente e rifiutandosi di versare il tributo annuale di 500 libbre d'oro che secondo il trattato di pace del 561/562 Bisanzio avrebbe dovuto versare alla Persia. Giustino II, infatti, riteneva indegno continuare a versare il tributo perché avrebbe significato rendersi tributari della Persia: in realtà, i Romani pagavano i Persiani affinché provvedessero alla difesa di determinate fortezze di importanza fondamentale in quanto sbarravano l'invasione delle nazioni circostanti i due imperi.
Lo storico ecclesiastico Giovanni di Efeso scrive che la prima causa del conflitto fu la rivolta dei Persarmeni contro la Persia e la consegna del loro territorio a Bisanzio, ma aggiunge anche una seconda causa, ossia l'alleanza tra i Romani e i Turchi, delle tribù barbare che risiedevano all'interno dei domini persiani.Giovanni di Efeso, VI,23. Infatti, nel corso del settimo anno di regno di Giustino II, quest'ultimo aveva inviato un'ambasceria presso i Turchi, primo contatto diplomatico tra i due popoli secondo Giovanni di Efeso. Giovanni di Efeso aggiunge inoltre che, dopo un viaggio durato un anno, quando l'ambasceria, condotta da Zemarco, raggiunse i territori di uno dei capi turchi, quest'ultimo mostrò ostilità nei confronti dell'ambasceria romana. Quando gli ambasciatori chiesero spiegazioni per il suo comportamento, il capo turco rispose che secondo la tradizione locale, quando fossero arrivati ambasciatori romani in territorio turco, questo sarebbe stato il segno imminente della rovina. Gli ambasciatori, dopo aver fatto dono di oro, argento e perle, fecero una buona impressione al capo turco, che disse che i doni erano degni di un grande sovrano e chiese agli ambasciatori se fosse vero quello che dicevano i Persiani dello stato romano, ossia che l'Imperatore romano fosse vassallo della Persia e pagasse ogni anno un tributo ai Persiani. Zemarco, l'ambasciatore romano, rispose con orgoglio che tutto ciò fosse falso e che anzi i Romani, per esempio all'epoca dell'Imperatore Traiano, avevano più volte devastato i territori persiani, facendo loro tremare di fronte al nome romano, e che i Persiani ancora venerassero una statua dell'Imperatore Traiano innalzata nel loro territorio. Quando quello stesso capo turco ricevette l'ambasceria persiana, li trattò in malo modo accusandoli di aver detto falsità sui Romani e raccontando del fatto della statua di Traiano che i Persiani ancora trattavano con rispetto. Quando l'ambasceria persiana ritornò presso la corte di Cosroe I e gli riferirono del fatto che un'ambasceria romana aveva fatto visita alle tribù turche e aveva raccontato loro della statua di Traiano in territorio persiano, Cosroe I, supponendo che le ambascerie dei Romani presso i Turchi fossero motivate dal tentativo di volgerli contro i Persiani, ordinò che la statua di Traiano venisse rimossa. Nel frattempo, dopo un viaggio di due anni, gli ambasciatori romani fecero ritorno a Costantinopoli, e al loro ritorno descrissero le popolazioni visitate e i loro costumi.
La caduta di Dara Quando il conflitto scoppiò, Giustino II affidò il comando degli eserciti a Marciano, un generale appartenente all'ordine dei patrizi, il quale attraversò l'Eufrate e raggiunse l'Osroene nell'estate del 572.Teofilatto Simocatta, III,10. Marciano, con un esercito di soldati, invase immediatamente l'Arzanene, cogliendo i Persiani di sorpresa e conquistando un ampio bottino di guerra dal saccheggio della regione. Nel 573, Marciano radunò il suo esercito e da Dara partì per invadere la Persia: vinti i Persiani presso Sargathon, i Romani tentarono di espugnare Thebothon, ma dopo molti giorni di assedio, disperando nell'impresa, si ritirarono a Dara. Riprese le operazioni militari, Marciano, su ordine dell'Imperatore, tentò di espugnare Nisibi, ma i Persiani reagirono e lo stesso scià persiano, Cosroe I, alla testa del suo esercito, attraversò il Tigri e raggiunse Abbaron, fortezza persiana a cinque giorni di distanza da Circesium: qui nominò come generale Adormaane e gli ordinò di attraversare l'Eufrate per devastare il territorio romano, affidandogli soldati, mentre il re persiano stesso avrebbe marciato lungo il fiume Aboras e effettuato un attacco a sorpresa ai Romani che stavano assediando Nisibi. Adormaane, giunto nelle vicinanze di Circesium, attraversò l'Eufrate, e devastò il territorio romano, giungendo persino nelle vicinanze di Antiochia, di cui distrusse gli edifici al di fuori della città, ed espugnando e incendiando Apamea dopo un assedio di tre giorni; ottenuti questi risultati, il generale persiano si ritirò in territorio persiano.