La chiesa di Sant'Antonio Abate a Montevarchi era un antico edificio religioso che sorse tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento su un precedente ma più piccolo oratorio. Fu sede della Compagnia di Sant'Antonio per quasi due secoli, ma in seguito venne sconsacrato e venduto a privati. Nel corso del tempo, fu utilizzato come stalla, magazzino e officina meccanica, oltre che come casa popolare. Alla fine degli anni ottanta, l'edificio fu acquistato dal Comune di Montevarchi e trasformato in quello che è oggi l'auditorium comunale.
Antefatto La Banda dei quattro Le prime notizie dell'esistenza in Montevarchi di una compagnia di laici sotto il titolo di sant'Antonio abate risalgono al 1549 quando, paradossalmente, la compagnia venne sciolta per andare con il suo patrimonio a costituire il Monte Pio. Ma nell'operazione di fondazione del Monte Pio i fratelli di Sant'Antonio non furono gli unici ad essere coinvolti perché infatti vennero sciolte e patrimonialmente inglobate anche le compagnie di Santa Maria del Pellegrinaggio e di San Ludovico.
La motivazione ufficiale di questo scioglimento forzato era che le tre compagnie versavano in stato di abbandono e che i loro beni erano mal amministrati e spesso fatti oggetto di speculazioni da parte di confratelli disonesti. In realtà dietro alla fondazione del Monte Pio stavano una serie di giochi politici e finanziari facenti capo alla Fraternita del Sacro Latte guidata all'epoca dal notaio e affarista montevarchino, ma oriundo di Bucine, Carlo Bartoli di Ser Prospero.
Il fatto è che il Bartoli e i suoi compari ossia Marchionne Soldani, governatore della Compagnia di Sant'Antonio, Antonio di Lodovico Nannocci, capo di quella di San Ludovico, e Cristofano di Salvatore Ceccherini, ras dei confratelli di Santa Maria del Pellegrinaggio, volevano unire le loro forze in un'unica istituzione che, occultamente manovrata dalla Fraternita del Latte, facesse il bello e il cattivo tempo in città. Diciamo pure che volevano dar vita a quella che oggi si definirebbe una lobby. Una lobby molto potente.
Come prima idea avrebbero voluto fondare un monastero di monache, diretto e gestito dalla Fraternita, che avrebbe dovuto servire a contrastare i loro avversari più ostici cioè la fazione dei Cennanini che faceva capo alla parrocchia rivale di Cennano mentre loro erano di San Lorenzo e per di più aspiravano a scalzare la famiglia dei Nacchianti dalla guida dei Laurenziani. E metter su un monastero avrebbe loro fatto guadagnare parecchia popolarità. Ma, per impedimenti di natura politica, furono costretti a ripiegare sul Monte Pio che comunque, divenendo il braccio finanziario della Fraternita, garantiva lo stesso alla "Banda dei Quattro" largo potere e grassi dividendi.
L'idea del convento fu comunque solo momentaneamente messa da parte e infatti, qualche anno più tardi, quando Cennano fu elevata a propositura e parificata a San Lorenzo e quindi la contesa tra le due fazioni si fece più serrata, la "Banda dei Quattro" ebbe il via libera per la fondazione del monastero di Santa Maria del Latte.
Che tutta l'operazione fosse forzosa e non direttamente legata ad esigenze religioso-organizzative è dimostrato dal fatto che il 24 maggio 1551 Carlo Bartoli e Baldassarre Soldani figlio di Marchionne fondarono una nuova compagnia intitolata al "Santo Nome di Gesù" che andò a prendere esattamente lo stesso posto della defunta Compagnia di San Ludovico ma senza più portafoglio. Infatti il "Santo Nome di Gesù" ebbe come sede proprio l'oratorio contiguo alla chiesa di San Ludovico che poi a metà Settecento diverrà l'attuale chiesa del Redentore. Ma soprattutto il nuovo simbolo della compagnia rappresentato dalle lettere I.H.S., appunto il nome di Gesù, era sormontato da un monte giallo segno di dipendenza dal Monte Pio. Una dipendenza ribadita dal garante della creazione di questa nuova compagnia ossia ser Lorenzo di Alessandro di Pierantonio Gheraldini, cancelliere del Monte Pio, che firmò in calce gli statuti redatti da Bartoli e Soldani.
Restavano però da sistemare gli ex confratelli di Santa Maria del Pellegrinaggio e dunque, nel 1563, venne creata, sempre dal Monte Pio, una nuova compagnia denominata "Compagnia della Croce" perché dedita alla venerazione della Via Crucis. La nuova confraternita venne anche lei assegnata all'oratorio accanto al convento e per farle posto fu sfrattata un'altra compagnia, chiamata dei "Fanciulli" perché si occupava di educazione infantile o degli "Azzurri" dal colore della cappa che indossavano i fratelli, che dovette emigrare in un altro oratorio, posedduto dalla Fraternita del Latte, in Via di Marte o Via Marzia chiamata così perché ospitava le caserme della guarnigione militare di stanza a Montevarchi.
Infine nel 1563 fu rifondata anche la compagnia di Sant'Antonio da Jacopo di Francesco di Marchionne Soldani ossia dal nipote di quel Marchionne che neanche 15 anni prima l'aveva sciolta. Tutto in famiglia insomma e sempre sotto l'egida del Monte Pio. Si legge infatti nel manoscritto delle deliberazioni del "consiglio d'amministrazione" del Monte Pio alias gli Operai del Monte, in data 18 aprile 1563, che «Messer Jacopo di Francesco di Marchionne Soldani, uno delli sette uomini sopra lo edificare et creare una nuova Compagnia per di notte dimandandoli sia donata la Compagnia vecchia di S. Antonio che è in Via Cennano, e gli Operai gliene donano con che sia fatta detta Compagnia e non siano rimosse dalla medesima le statue di Sant'Antonio e di San Sebastiano che qui vi si trovano».
Per mascherare il fatto che il Monte Pio ridava vita alla stessa compagnia che pochi anni prima aveva fatto di tutto per chiudere, la compagnia di Sant'Antonio prese anche il titolo de "l'Assunta" perché doveva celebrare solennemente il Ferragosto e il titolo di "Compagnia per di notte" perché i confratelli dovevano riunirsi all'alba ogni domenica e giorno festivo per recitare il "Mattutino" prima dell'inizio del normale ciclo di messe. Ma, nonostante tutto il maquillage propagandistico, parlava chiaro di per sé il fatto che la sede della compagnia di Sant'Antonio (nuova) fosse l'oratorio della compagnia di Sant'Antonio (vecchia).
L'Oratorio di Via Cennano
L'Oratorio di Sant'Antonio in via Cennano, di cui non si conosce la data di consacrazione che potrebbe però coincidere con quella altrettanto ignota della fondazione della Compagnia, si trovava quasi all'inizio della via non lontano dalla Chiesa di Sant'Andrea a Cennano. E proprio la strategicità di questa posizione, allo scoppio della faida paesana tra Cennanini e i Laurenziani nel 1557, ne segnò la sua inesorabile fine. Infatti la Fraternita del Latte e il Monte Pio, rigorosamente Laurenziani, decisero di edificare proprio accanto al piccolo oratorio il monastero agostiniano di Santa Maria del Latte la cui chiesa, oggi Chiesa della Misericordia, nel 1563 andò ad inglobare proprio la cappellina di Sant'Antonio che poi le monache, per secoli, utilizzarono come sagrestia. Il culto del santo però non scomparve del tutto almeno agli inizi.
Nell'archivio della Collegiata, in un registro intitolato "Entrate e Uscite del Rev. Capitolo di S. Lorenzo della Terra di Monevarchi" alla voce relativa al 13 novembre 1620 si legge: «Alle Mo[lto]. Rev[eren].de Monache di S. Maria del Latte di Montevarchi lire quattordici quante sono per la solita ufficiatura nella Cappella di S. Antonio Abate posta nella loro chiesa per tutto un anno maturo per tutto il passato mese di ottobre. Obbligo del nostro Capitolo col Monte di Pietà di Montevarchi».
Secondo Prospero Maria Conti, preposto di San Lorenzo e cronachista della fine del Settecento, «questo Oratorio sotto il titolo di S. Antonio dovette avere il suo principio dopo il 1400. Quantunque noi non abbiamo memoria della sua fondazione avendo quella della sua soppressione nel 1549 nel qual tempo lo troviamo dotato di molti pezzi di terra, par verosimile che avesse la sua origine nel secolo precedente. Detto Oratorio si vede ancora come era allora essendo stato rinchiuso nella clausura delle Monache, le quali tengono i telai ed è lungo braccia 17 e largo 12. Si vede però che era fuori delle mura castellane e se per entrarvi fecero forse la porta alla medesima muraglia castellana alla quale è attaccato convien credere che per entrarvi uscissero prima fuor de' le mura e facessero una breve girata da qualche porta ivi vicina. Egli ha per confine l'orto che ora è del Parigi, terzo e quarto l'orto delle monache. La casa che ora abita il fattore delle monache era di questo oratorio e fu venduta alle monache dal Monte Pio il quale tira ogni anno dal Monastero uno staio di Grano per il luogo della sagrestia»Prospero Maria Conti, Storia civile ed ecclesiastica della terra di Montevarchi, Montevarchi, Manoscritto conservato presso l'archivio della Collegiata di San Lorenzo, 1770 ca..
Fatto sta però che l'arrivo delle monache significò lo sfratto per la Compagnia di Sant'Antonio che il Monte Pio parcheggiò in via Marzia nell'Oratorio della Compagnia degli Azzurri. Infatti gli Operai del Monte «addì 31 marzo 1564» siccome «una buona quantità di uomini e contadini di Montevarchi domandano li sia concessa la Compagnia detta degli Azzurri in via di Marzo per potervi istituire la Compagnia di S. Antonio gli Operai la concedono» ma «la fanno rassettare a loro spese».
La decisione non fu comunque senza conseguenze. La compagnia dei Fanciulli che per molto tempo, anche se è impossibile stabilire con certezza da quanto, si era fatta carico della scolarizzazione di base dei piccoli montevarchini senza distinzione di censo come da statuti cittadini, venne sciolta e aggregata a quella del Santo Nome di Gesù che dunque prese anche, al posto degli Azzurri, a fornire strumenti educativi. Da quel momento in poi però, gli ammessi alle lezioni e ai corsi scolastici, erano non più tutti i bambini della comunità ma solo i figli delle famiglie dell'oligarchia montevarchina.
I lavori di ristrutturazione e adattamento della chiesa dovettero andare piuttosto a rilento se solo nel 1581 la compagnia ottenne la licenza «che si cavi l'immagine di S. Antonio di marzacotto dalla Compagnia di Via Cennano e si porti nella nuova Compagnia di Via di Marzo». Certo è che l'8 aprile 1602 il consiglio di amministrazione del Monte Pio «vede una supplica che fa il Governatore e uomini della Compagnia di S. Antonio di domandare a livello un casalone di fraternita lungo le mura castellane vicino alla Porta del Mulino che comincia dalla sagrestia di detta Fraternita et arriva alla tinaia del Sigoni. Onde detto dì si vede fatto partito dagli Operai di concederli a livello per libbre due di cera bianca veneziana l'anno».
La Chiesa di Sant'Antonio La vera e propria Chiesa di Sant'Antonio aveva il suo ingresso in Via Marzia e vi si accedeva tramite alcuni scalini che davano su un piccolo sagrado probabilmente ricoperto da un loggiato. Dal portone principale si entrava in un piccolo vestibolo da cui partivano le scale che portavano fin su al campanile a vela. Ma il vestibolo, sulla destra, aveva anche un altare arricchito da un quadro del pittore montevarchino Michelangelo Vestrucci e «io non credo d'ingannarmi supponendo essere fattura dei suoi pennelli un quadro maggiore e più stimabile nell'altare dell'antico Oratorio che presentemente serve di sagrestia alla moderna chiesa della Confraternita di S. Antonio Abate. Rappresentasi in esso il Santo Abate assiso in aria nobile e maestosa con la destra alzata in atto di benedire, col pastorale nella sinistra e con due graziosi putti che sorreggono in alto, sulla di lui testa, quanto si può dir bella una mitria, ed esso, sopra l'abito monacale di color tané abbigliato, si vede d'un piviale di ricchissimo drappo. Questo lavoro è fatto nel 1600 leggendosi in alto a man destra del magnifico Altare, tutto in legno intagliato, queste parole: "Fratrum Sumptu" ed alla sinistra "Anno Jubilaei MDC"»Ibid..