Gli Eroti (), adattati in lingua italiana anche come Amori o Amorini, sono un insieme di figure collettivamente associate all'amore divino e alla sessualità, presenti all'interno della poesia e della letteraturaCfr. ad es. Ateneo XIII, 562; Anthologia Palatina; Apollonio Rodio III, 452, 687, 765, 937. e dell'arte classica ed ellenistica fondate sulla mitologia e sulla religione greca. Erotes (eroti) è il plurale di Eros (Ἔρως), il dio e la potenza divina del desiderio sessualeIl corrispondente dio romano è indicato come Amor o Cupìdo e dell'amore divino a cui appartiene una ricca letteratura mitologica e teologica.

Tra gli Eroti, oltre a Eros stesso, venivano in genere contati: Anteros, l'amore corrisposto Edilogo, le parole amorose Ermafrodito, l'androginia Imene, l'amore coniugale Imero, l'amore impetuoso Pothos, il desiderio nostalgico e irrecuperabile

Con il termine "Eroti" si indicano anche quei devoti alla divinità di Eros nei suoi centri di culto a Filadelfia e a Pario nella MisiaDizionario di antichità classiche (Oxford Classical Dictionary OCD2), p. 850.

Nella filosofia neoplatonica di PlotinoEnneadi, III, 5. gli Erotes sono quei due aspetti, o dèmoni, individuali, delle anime degli uomini che corrispondono rispettivamente da una parte a quell'Afrodite intesa come "Anima universale", purissima ed esclusivamente rivolta al Nous (νοῦς) nella cui contemplazione genera l'Eros divino, e dall'altra a quella Afrodite intesa come "Anima del mondo" che invece genera un altro Eros che presiede alle unioni umane.

Gli Eroti, spesso raffigurati nella forma di fanciulli alati, divengono motivo costante dell'arte ellenistica, ma possono anche apparire spesso nell'arte romana in forma di Erotes, Cupido o di AmoriniNel capitolo Beyond death John Ferguson, The Religions of the Roman Empire (Cornell University Press, 1970), p. 145 spiega laddove tuttavia:

Nella successiva tradizione classica dell'arte occidentale (soprattutto nel barocco e nel rococò), gli Eroti divengono sempre più onnipresenti come motivo decorativo e indistinguibili dalle figure conosciute col nome di putti o amoriniLeonard Barkan, Unearthing the Past: Archaeology and Aesthetics in the Making of Renaissance Culture (Yale University Press, 1999), p. 138..

Ambito mitologico e letterario La prima apparizione di Eros (Ἔρως) è nelle opere attribuite ad Omero. In tale contesto Eros non viene personificato, quanto piuttosto come principio divino corrisponde all'irrefrenabile desiderio fisico come quello vissuto da Paride nei confronti di Elena (Iliade III, 441-2) o ancora lo stesso desiderio provato da Zeus nei confronti di Era (Iliade XIV, 293-5) o, infine, ciò che rende tremanti le membra dei proci di fronte a Penelope (Odissea XVIII, 212-3). Nei lirici greci del VII/VI a.C. tale principio divino si spiritualizza ma presenta comunque delle caratteristiche crudeli e ingestibili. Manifestandosi improvvisamente, Eros agita in modo cupo le sue vittime:

Nell'opera teogonica di Esiodo sono due i passaggi che riguardano Eros qui attestato per la prima volta come quel dio primordiale in grado di domare con la passione sia gli dèi che gli uomini:

In un secondo passaggio Esiodo evidenzia Eros come quel dio che, insieme ad Himeros (Ἵμερος,"Desiderio ardente"), accompagna Afrodite appena nataNota George M. A. Hanfmann, nellOxford Classica Dictionary (Oxford University Press, 1970, in italiano Dizionario delle antichità classiche Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag.849) come molti studiosi ritengano che in realtà Eros non si limiti ad accompagnare Afrodite, ma può accompagnare qualsivoglia altra divinità quando ciò concerne episodi di amore.:

Nota lo scoliaste che mentre Eros nasce dalla vista, Himeros nasce dal sentimento di brama (epythimeìn) dopo aver visto.

In un frammento di una tragedia perduta di Euripide, da lui scritta prima del 422 a.C., Stheneboia (Σθενέβοια) si sostiene che esistano due ErosT. G. Rosenmeyer, Eros-erotes Phoenix 5 (1951): 12. Così come nella sua Ifigenia in Aulide (406 a.C.) compaiono due ambiti del dio Eros:

Uno degli Amori provoca la sophia, mentre l'altro distrugge l'anima dell'uomoT. G. Rosenmeyer, Eros-erotes Phoenix 5 (1951): 12-13..

Accanto alle divinità di Eros e Himeros, si pone il dio Anteros (Ἀντέρως, lett. "contro amore" inteso come amore ricambiatoIn tale senso Platone, Fedro 255d) come divinità che si oppone o completa la potenza di Eros, intendendo sia l'amore ricambiato sia l'amore di chi è amato confrontato a quello di chi ama. In quest'ultimo senso era anche la divinità propria dell'amore pederastico proprio dei ginnasiFerrari I, 386.. Pausania ci narra di un altare di Eros e di un controaltare di Anteros collocati nel ginnasio di ElidePausania, VI, 23, 3 e 5 e nell'Accademia di Atene in qualità di divinità vendicatrice dell'amore respinto:

In Cicerone in De natura deorum (III, 23), Anteros è figlio di Afrodite e di Ares, quindi fratello di Eros. Sempre Cicerone rende conto dei complessi mitologemi afferenti a queste figure:

Un'ulteriore figura accanto a Himeros viene a delinearsi con l'opera di Platone il quale, nel Cratilo420 gli affianca Pothos (Πόθος, "nostalgia") già presente nella precedente letteratura ma che tuttavia nell'opera del filosofo ateniese viene ulteriormente a configurarsi come quel desiderio struggente per qualcuno o qualcosa che non può essere conquistato o comunque è lontano, a differenza di Himeros che si brama in quanto presente. Così Meleagro:

Plinio in Historia NaturalisXXXVI, 25 ci narra di una sua statua scolpita da Skopas (IV, sec. a.C.) e di un suo culto in Samotracia come sanctissimis caerimoniis«Scopae laus cum is certat. Is fecit Venerem et Pothon, qui Samothrace sanctissimis caerimoniis coluntur». PausaniaI, 43, 6 ci dice di una sua statua, sempre di Skopas, nel santuario di Afrodite a Megara.

Nonno di PanopoliLe dionisiache XLVII, 340, riprendendo AlcmaneAlcm. frag. 58 Page, ci dice che Pothos è figlio della dea Iride (Ἶρις), questa anghelos (messaggera) degli dèi e potenza dell'arcobaleno.

Figura emergente in questo ambito è anche Πειθώ Peithṑ (Persuasione) che, se nella teogonia esiodeaTeogonia, 349 è una figlia di Oceano, risulta anche essere un appellativo di Afrodite in qualità di titolo cultualeFarnell, Cults II, 664, o anche una dea del matrimonioPlutarco, Q.R. 2, ponendosi spesso, nella letteratura e nelle arti, al seguito di Afrodite.

Pindaro, nel frammento 122Conservato al XIII 573e-574b in Ateneo. ricorda così il Senofonte della XIII olimpiade che dona cento etère al tempio di Afrodite di Corinto:

Imene (Ὑμέναιος) è un'ulteriore figura di questo ambito. Il suo nome deriva probabilmente dal canto proprio dell'epitalamio (ἐπιϑαλάμιος [λόγος]): Ὑμήν, Ὑμήναι ὢ ο ὢ Ὑμήν, ὙμήναιεCfr. Aristofane, La pace, 1334 e sgg.; riferimenti anche in Euripide Le troiane, 310-325; e in Pindaro Framm. 128c 7-8; Catullo LXI 4 e LXII 5: a Roma gli corrispondeva il dio Talassio.. Da qui la nascita di racconti che lo volevano figlio di Dioniso e di Afrodite o ancora di Apollo (o Magnete) e una Musa. In arte viene rappresentato biondo, vestito di color zafferano e con la testa coronata di fiori mentre impugna una fiaccola per il corteo nuziale serale. La sua divinità riguarda quindi il matrimonio. Lo si immaginava morto (o rapito) il giorno prima delle sue nozze o ancora che avrebbe cantato melodiosamente al matrimonio di Dioniso e Altea (o Arianna) e subito dopo perito (nella tradizione orfica viene resuscitato da Asclepio). Gli Ateniesi lo vollero fanciullo povero che ambiva sposare una ragazza benestante e non potendo ottenere la sua mano, la seguiva ovunque fino a seguirla nel suo viaggio ad Eleusi insieme ad altre compagne. Catturate dai briganti che scambiarono Imene per una ragazza, questi li uccise nel sonno, salvando l'amata e le altre fanciulle, e ottenendo la sua mano al rientro ad Atene. Un'ulteriore figura che non compare in letteratura ma solo su una pyxis del V secolo a.C., oggi conservata al British Museum di Londra, è Hedylogos (Ἡδυλογος, "dolce discorso"). Le storie che riguardano gli Erotes sono piene anche di scherzi, dispetti e burle maliziose, un tema popolare nella cultura ellenistica, in particolare nel II secolo a.C.Strong, p. 265, ma anche oggetto di lamentazioni:

Gli Eroti furono invocati in antichità anche in diversi incantesimi al fine di indurre all'amore o al suo contrarioCollins, pp. 100, 167..

Ambito teologico e filosofico Il tema di Eros/Amore è citato in Parmenide (V sec. a.C.)Fr. 13 ma in Empedocle (V sec. a.C.) acquisisce un ampio impianto teologico quando il filosofo siceliota pone accanto alle quattro "radici" (ριζώματα), poste a fondamento del cosmo, e motore del loro divenire nei molteplici oggetti della realtà, due ulteriori principi: Φιλότης (Amore) e Νεῖκος (Odio, anche Discordia o Contesa); avente il primo la caratteristica di "legare", "congiungere", "avvincere" (σχεδύνην δὲ Φιλότητα «Amore che avvince»D-K 31 B 19), mentre il secondo possiede la qualità di "separare", "dividere" mediante la "contesa". Così Amore nel suo stato di completezza è lo Sfero (Σφαῖρος), immobile (μονίη) uguale a sé stesso e infinito (ἀλλ' ὅ γε πάντοθεν ἶσος 〈ἑοῖ〉 καὶ πάμπαν ἀπείρωνD-K 31 B 28). Egli è Dio. Significativo è il fatto che Empedocle appelli Amore con il nome di Afrodite (Ἀφροδίτη)D-K 31 B 17, B 22, B 66, B 71, o con il suo appellativo di Kýpris (Κύπρις)D-K 31 B73, B 75, B 95, B 98., indicando qui la «natura divina che tutto unisce e genera la vita»Werner Jaeger, La teologia... p. 215.. Tale accostamento tra Amore e Afrodite ispirò al poeta romano Lucrezio l'inno a Venere, collocato nel proemio del De rerum natura. In questa opera Venere non è la dea dell'amplesso, quanto piuttosto «l'onnipotente forza creatrice che pervade la natura e vi anima tutto l'essere», venendo poi, come nel caso di Empedocle, opposta a Marte, dio del conflitto.