Dotato di raro intelletto e ambiziosissimo, riuscì, benché quartogenito, ad acquistarsi il dominio su Milano, dapprima sottraendo la reggenza alla sprovveduta cognata Bona, dappoi subentrando al defunto nipote Gian Galeazzo, che si disse da lui avvelenato. Principe illuminato, generoso e pacifico, si fece patrono di artisti e letterati: durante il suo governo Milano conobbe il pieno Rinascimento e la sua corte divenne una delle più splendide d'Europa. Fu però di natura paurosa e incostante: per far fronte alle minacce del re Alfonso di Napoli, chiamò in Italia i francesi; minacciato anche dai francesi, non seppe fronteggiare il pericolo, e vi scampò solo grazie all'intervento della moglie Beatrice. Morta Beatrice, entrò in depressione,Gaspare Visconti, Rodolfo Renier, Tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1886, pp. 6-7. la sua corte si trasformò "di lieto paradiso in tenebroso inferno", ed egli soccombette infine al re di Francia Luigi XII, che lo condusse prigioniero in Francia, ove terminò miseramente i suoi giorni.

Il giudizio dei contemporanei fu controverso: Leandro Alberti di lui scrisse: «Era di tanto ingegno, che pareva non che Italia, ma tutta Europa fosse da lui governata, onde pareva l'arbitro de tutte le cose della Christianità»,Descrittione di tutta Italia di F. Leandro Alberti Bolognese, 1551, p. 355. mentre Paolo Giovio ne disse: «Arrecò tanto splendore et ricchezza alla Lombardia, che da tutti era chiamato edificatore della pace aurea, della pubblica sicurezza et della leggiadria».

Ben diverso è il giudizio dei maggiori storici e pensatori politici del periodo, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, i quali, per motivi diversi attribuiscono al Moro la responsabilità prima della “Ruina d’Italia” giudicandolo in più luoghi delle loro opere “un uomo di stato dannoso a se stesso e al suo paese”, per aver irresponsabilmente assecondato la discesa in Italia di Carlo VIII, che avrebbe scatenato le Guerre d’Italia. Nelle Istorie fiorentine del 1508/9, Guicciardini raffigura Ludovico Sforza come il maggior colpevole fra tutti gli italiani della malasorte italiana. Dopo essersi irrimediabilmente inimicato il re di Napoli e i Fiorentini, per assicurarsi un aiuto e vendicarsi, egli iniziò a fare patti con il re Carlo VIII di Francia («seguitava la pratica co’ franzesi»): cosa che Guicciardini commenta con le celebri parole: «Questi furono e’ princìpi e le origine della ruina di Italia».

Inoltre Ludovico è spesso stato accusato di eccessiva avidità di denaro da destinare allo sfarzo della sua corte, che alla lunga lo avrebbe reso impopolare anche tra i suoi sudditi, e dal Machiavelli di incapacità come governante, per non aver previsto i pericoli che incombevano e non aver provveduto ad una efficace difesa del suo dominioin particolare Machiavelli accusa in più luoghi L. Sforza di essersi affidato in modo eccessivo a milizie mercenarie. Commentando il grande vuoto lasciato al timone della politica italiana dalla morte del Magnifico Lorenzo de' Medici il Segretario fiorentino annota che «cominciorono a nascere quelli cattivi semi i quali, non dopo molto tempo, non sendo vivo chi li sapesse spegnere, rovinorono, e ancora rovinano, la Italia».

Biografia Infanzia

Nacque il 3 agosto 1452 a Milano, presso il palazzo del Broletto Vecchio, o, secondo un'altra tradizione, a VigevanoEnciclopedia Treccani, Ludovico Sforza duca di Milano, detto il Moro, quarto figlio maschio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti. Tuttavia, in una prima lettera autografa, scritta all'età di 11 anni, il Moro fissa la data della sua nascita al 27 luglio 1452 e in una seconda, redatta all'età di 15 anni e più precisa della precedente, al 3 agosto 1452..

Educazione Pur essendo figlio quartogenito e dunque senza grandi speranze di ascendere alla dignità ducale, la madre volle che acquisisse una vasta cultura. Sotto la tutela di molti precettori, tra i quali l'umanista Francesco Filelfo e il poeta Giorgio Valagussa, Ludovico ricevette lezioni di greco, latino, teologia, pittura, scultura, oltre a essere istruito nelle questioni di governo e amministrazione dello Stato. Agli studi umanistici alternava l'esercizio fisico sotto forma della scrima, della caccia, della lotta, dell'equitazione, del salto, della danza e del gioco della pallacorda.Pasolini, Caterina Sforza, vol. I, 1843 Cicco Simonetta lo descrive come il più versato e rapido nell'apprendimento tra i figli di Francesco Sforza che, come pure la madre Bianca, mostrava per lui una particolare attenzione. A undici anni dedicò un'orazione in latino a suo padre. Durante questi anni, Ludovico risiedette, insieme ai fratelli e alle sorelle, nel palazzo del Broletto Vecchio di Milano e nel castello Visconteo di Pavia. Nel 1464 il padre affidò a Ludovico, accompagnato dal ben più maturo figliastro Tristano, il comando di un corpo di duemila cavalieri e mille fanti che nelle intenzioni di Pio II avrebbe dovuto sbarcare in Albania partecipare ad una crociata contro i turchi. Ludovico fu armato cavaliere dal fratello Galeazzo, ma il pontefice morì e la spedizione non ebbe mai luogo..

Sotto il governo di Galeazzo Maria (1466-1476) Quando nel 1466 morì il padre Francesco, il primogenito Galeazzo Maria divenne duca e concesse una corte personale e duemila ducati di rendita a ciascuno dei fratelli, oltre a molti feudi. Ludovico divenne conte di Mortara e Brescello e signore di Pandino, Villanova, Scurano, Bassano Bresciano, Meletole, Oleta e delle Valli di Compigino. Dopo dieci giorni era già a Cremona per mantenere unite le terre del ducato. Si occupò di missive diplomatiche sino all'anno successivo, quando si recò a Genova per accogliere la sorella Ippolita.

Il 6 giugno 1468 fu di nuovo a Genova per accogliere Bona di Savoia e la scortò insieme al fratello Tristano sino a Milano dove, il 7 luglio, ebbero luogo le nozze col duca Galeazzo Maria. Fu ancora ambasciatore presso il re di Francia e a Bologna. Nel gennaio del 1471 si recò a Venezia, per conto del duca, con un ricco corteo e vi pronunciò un discorso molto ben accolto dal doge che contribuì a migliorare le relazioni diplomatiche tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Nel marzo 1471 accompagnò Galeazzo Maria nel suo fastoso viaggio a Firenze, passò nell'agosto a Roma per l'incoronazione di papa Sisto IV e in settembre alla corte di Torino.

Galeazzo Maria sembrava avere per lui una predilezione particolare: nel 1471 aveva stabilito nel testamento che, morendo senza nipoti, il ducato di Milano passasse a Ludovico ancor prima che agli altri fratelli. Quest'ultimo copriva la sua nota relazione con Lucia Marliani, firmando gli atti di donazione per la contessa. Un netto cambiamento si ha nel 1476, quando egli venne inviato in Francia insieme al fratello Sforza Maria, in una sorta di camuffato esilio. Bona accusò in seguito i due cognati di aver tramato per assassinare il duca, salvo poi smentire l'accusa una volta rappacificatasi con Ludovico, di modo che non è possibile stabilire le ragioni di quell'esilio. Secondo la versione ufficiale di Galeazzo Maria, erano stati i suoi stessi fratelli a chiedergli il permesso di "andare ad vedere del mondo"..

Ascesa al potere

La rivolta e l'esilio pisano (1477-1479) L'assassinio di Galeazzo Maria avvenne poi il 26 dicembre 1476, per mano di ben altri autori. Gli succedette il figlio Gian Galeazzo, di soli sette anni. Appresa la notizia, Ludovico e Sforza ritornarono frettolosamente dalla Francia e insieme ai fratelli Ascanio e Ottaviano, nonché ai condottieri Roberto Sanseverino, Donato del Conte e Ibleto Fieschi, tentarono di opporsi alla reggenza della cognata Bona, poiché il ducato era di fatto nelle mani del consigliere ducale Cicco Simonetta. Il tentativo fallì: Ludovico fu esiliato a Pisa, Sforza Maria a Bari, Ascanio a Perugia. Ottaviano tentò invece di guadare l'Adda in piena e vi morì annegato. Roberto fuggì in Francia, Donato e Ibletto furono imprigionati..

Nel febbraio del 1479 il Moro e Sforza Maria, indotti da Ferrante d'Aragona impegnato contro Firenze nella guerra dei Pazzi, entrarono con un esercito nella Repubblica di Genova, dove si unirono a Roberto Sanseverino e Ibletto Fieschi. La duchessa Bona di Savoia e Cicco Simonetta convinsero Federico Gonzaga ed Ercole d'Este a radunare un esercito e venire in loro soccorso dietro il pagamento di un'ingente somma di denaro. Un secondo esercito alla guida di Roberto Malatesta e Costanzo I Sforza, appoggiando i fiorentini, avrebbe fronteggiato le truppe del pontefice e quelle napoletane. Il Moro e il fratello vennero dichiarati ribelli e nemici del Ducato, tuttavia già a metà maggio si stabilirono trattative di pace tra le due parti. Il 29 luglio Sforza Maria morì presso Varese Ligure, secondo molti avvelenato su commissione di Cicco Simonetta, e Ferrante nominò il Moro duca di Bari al suo posto..

Rientro a Milano

Seguendo Roberto Sanseverino, il 20 agosto Ludovico riprese la marcia alla volta di Milano alla testa di un esercito di 8000 uomini, attraversando il Passo di Centocroci e risalendo la Valle Sturla. Il 23 agosto prese la cittadella di Tortona. Dopo questi successi, Cicco inviò Ercole d'Este a fermare i ribelli con le armi, tuttavia molti nobili vicini alla duchessa spingevano per una riconciliazione. Bona si lasciò infine persuadere dal proprio amante, Antonio Tassino, probabilmente in combutta col Moro, a perdonare il cognato, e così il 7 settembre Ludovico fece ingresso nel castello di Milano. Cicco, conoscendo la sua scaltrezza, profetizzò alla duchessa Bona: "io perderò la testa e voi in processo di tempo perderete lo stato".

La nobiltà ghibellina milanese, che aveva quale riferimento Pietro Pusterla, cercò di convincere Ludovico a liberarsi di Cicco, rammentandogli tutte le sofferenze ch'egli e i suoi fratelli avevano dovuto patire per causa sua: l'esilio, la guerra, la morte di Ottaviano e di Donato del Conte e in ultimo l'avvelenamento di Sforza Maria, cui Ludovico era stato legatissimo. Egli però giudicava non necessario condannare a morte un uomo ormai parecchio anziano e per di più malato di gotta; Pietro Pusterla suscitò pertanto una rivolta armata contro il segretario ducale. Il Moro, temendo una sollevazione popolare, fu costretto a imprigionare Cicco e il fratello Giovanni, che furono trasferiti nelle prigioni del castello di Pavia, mentre gli altri familiari furono rilasciati. Ottenuto il potere, il Moro richiamò a Milano il fratello Ascanio e Roberto Sanseverino; dopodiché inviò oratori per stringere o risaldare alleanze con Lorenzo de' Medici, re Ferrante e papa Sisto IV, e scongiurò un'alleanza ai suoi danni tra gli svizzeri e la Repubblica di Venezia. Nel frattempo la nobiltà ghibellina, che l'aveva aiutato nella sua scalata al potere, gli era divenuta invisa e aveva trovato in Ascanio Sforza il difensore dei suoi interessi. Il Moro, persuaso dal Sanseverino, ordinò l'arresto del fratello e il suo esilio a Ferrara. Furono esiliati altrettanto Pietro Pusterla e molti illustri esponenti della fazione ghibellina..

Un fidanzamento controverso

Ludovico progettava inizialmente di farsi duca di Milano sposando la cognata Bona, ma quest'ultima, innamorata del Tassino, pensò di liberarsene dandogli moglie.; Carteggio degli oratori mantovani alla corte sforzesca (1480-1482), vol. XII, a cura di Gianluca Battioni, Ministero per i beni e le attività culturali, 2002, pp. 93-94. Domandò perciò a suo nome ad Ercole d'Este la mano della primogenita Isabella. Ciò non fu possibile poiché Isabella era appena stata promessa ufficialmente a Francesco Gonzaga; le fu dunque proposta in cambio la secondogenita Beatrice, di cinque anni.