Nella dottrina buddista i cinque skandha () o khandha () sono i costituenti della persona empirica o dell'esperienza dell'individuo, che è tradizionalmente scomposta nei cinque aggregati (pāli: pañcakkhandha, sans. pañca skandha, 五蘊 cin. wǔyùn, cor. o-on, giapp. goun, tibetano: pung-po nga, viet. ngũ uẩn), ovvero:

forma (pāli, sanscrito: रूप (rūpa), tibetano: གཟུགས། (gzugs), cinese: 色 (sè)): materia, corpo o "forma materiale" di un essere o di un oggetto, composta, secondo i testi buddisti, di quattro elementi o proprietà: terra (solidità), acqua (coesione), fuoco (calore) e area (movimento). sensazione (pāli, sanscrito: वेदना (vedanā), tibetano: ཚོར་བ། (tshor ba), cinese: 受 (shòu)): tono affettivo o qualità edonica dell'esperienza, che può essere di tre tipi: piacevole, dolorosa, o neutra. Da non confondersi con le emozioni, che rappresentano un fenomeno più complesso. percezione (pāli: सञ्ञा (saññā), sanscrito: संज्ञा (saṃjñā), tibetano: འདུ་ཤེས། ('du shes), cinese: 想 (xiǎng)): registrazione, riconoscimento e categorizzazione degli stimoli sensoriali e mentali (ad esempio, la forma di un albero, il colore verde, l'emozione della paura). formazioni mentali (pāli: सङ्खार (saṅkhāra), sanscrito: संस्कार (saṃskāra), tibetano: འདུ་བྱེད། ('du.byed), cinese: Ch. 行 (xíng)): "costruzioni mentali", "fenomeni condizionati", qualsiasi tipo di azione condizionata da un oggetto, compresi i processi decisionali dell'individuo. coscienza (pāli: विञ्ञाण (viññāṇa), sanscrito: विज्ञान (vijñāna), tibetano: རྣམ་ཤེས། (sna'i rnam par shes pa), cinese: Ch. 識 (shí)): facoltà cognitiva che conosce un oggetto nel momento in cui sorge il contatto tra organo di senso ed oggetto sensoriale. Si distingue in sei tipi, a seconda dell'organo di senso coinvolto: coscienza visiva (cakkhu-viññāṇa), coscienza uditiva (sota-viññāṇa), coscienza olfattiva (ghāna-viññāṇa), coscienza gustativa (jivhā-viññāṇa), coscienza tattile (kāya-viññāṇa), coscienza mentale (mano-viññāṇa).

Nel Canone pāli questa dottrina è esposta nellAnattalakkhana Sutta.

Etimologia La parola khandha appare con grande frequenza nel Canone pāli con il significato di "gruppo", "collezione" o "aggregato", nel senso di un insieme di elementi costituenti.

Interpretazione Costituenti della personalità I cinque skhandha sono stati tradizionalmente interpretati come i componenti, o elementi costituenti, della persona o personalità. Secondo questa interpretazione, ogni skhandha è vuoto e non-sé.

Secondo Damien Keown e Charles Prebish, il buddismo canonico asserisce che "la nozione del sé non è altro che una sovrapposizione superflua e non necessaria ai cinque skhandha", che sono in realtà gli elementi costitutivi di ogni fenomeno ed essere vivente. Secondo Matthew MacKenzie, la dottrina degli skhandha è una forma di antirealismo nei confronti della concezione comune di realtà e di personalità e rappresenta un'alternativa alle concezioni essenzialistiche del sé. Secondo questa dottrina tutto ciò che percepiamo, incluse le persone e la nostra stessa personalità, sono "aggregati" di elementi costitutivi privi di essenza.

Come spiega Harvey, i cinque skhandha danno origine alla personalità, ma sono dukkha (sofferenza), anicca (impermanenti), e anatta (privi di un sé, di un'essenza permanente). Ogni skhandha è un oggetto di attaccamento, alla radice dell'identificazione della persona come "io, me, o me stesso". Secondo Harvey, la realizzazione della vera natura degli skhandha, sia in termini di impermanenza che di non-sé, è necessaria per raggiungere il nirvana, come dimostrano le descrizioni degli stati di risveglio dell'arahant e del Tathāgata, in cui cessa ogni identificazione con i cinque skhandas.

Questa concezione non essenzialistica dell'esperienza è stata al centro di dibattiti, controversie e trattati sin dai tempi antichi, tanto nelle religioni indiane non-buddiste quanto all'interno della tradizione buddista stessa. L'uso degli skhandhas per spiegare il sé distingue il buddismo da tutte le altre religioni indiane, in chiara opposizione in particolare all'induismo e al giainismo, che invece assumono l'esistenza dell'atman.

Costituenti dell'esperienza soggetti all'attaccamento Secondo Ṭhānissaro Bhikkhu, nonostante la diffusa tendenza degli studiosi ad interpretare gli skhandha come i costituenti della personalità, il Buddha non ha mai definito cosa sia la "persona". Come spiega, quasi tutti i maestri di meditazione buddista adottano questa spiegazione perché è quella comune a tutti i commentari buddisti a partire dal I secolo d.C. Secondo Ṭhānissaro, tuttavia, questo sarebbe sbagliato e suggerisce che gli skhandha dovrebbero essere interpretati come azioni che causano sofferenza, ma le cui conseguenze negative possono essere prevenute.

Anche Rupert Gethin nota che i cinque skhandha non sono semplicemente "l'analisi buddista dell'uomo", ma piuttosto "cinque aspetti dell'esperienza di un individuo... comprendenti sia l'attaccamento che ciò a cui ci si attacca".

Note

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