Per corsari anconetani si intendono quei corsari che durante l'Età napoleonica avevano la loro base operativa nel porto di Ancona.

Origine della guerra di corsa

I secoli XVII e XVIII rappresentano, sia per la Storia che per l'immaginario collettivo, l'epoca d'oro della pirateria, praticata da avventurieri e uomini di mare senza scrupoli dalle Antille ai mari della Cina, la cui epopea è stata riccamente celebrata, frammista di leggenda e fantasia, da romanzieri e registi cinematografici. Anche lungo le coste del Mediterraneo imperversarono, per secoli, i pirati barbareschi - provenienti dal nord Africa - fino ai primi decenni del XIX secolo.

Nel linguaggio popolare, col termine "pirata" si identifica il bucaniere, il filibustiere ed, erroneamente, anche il corsaro. I termini non sono invece equivalenti: A seguito delle sconfitte nella battaglia di Abukir (Egitto) e nella battaglia di Trafalgar (Spagna), la Francia istitui il Blocco Continentale per danneggiare i commerci inglesi e contemporaneamente, con i Decreti di Milano del 1807 adottò la guerra di Corsa per contrastare la supremazia marittima del Regno Unito nell'oceano Atlantico e nel mar Mediterraneo.

Storia L'importanza del porto di Ancona per l'esercito francese era già stata espressa da Napoleone in una lettera indirizzate al Direttorio del febbraio 1797: «Ancona è un ottimo porto, si va da colà in ventiquattro ore in Macedonia e in dieci giorni a Costantinopoli. Bisogna che noi conserviamo il porto di Ancona alla pace generale e che resti sempre francese: questo ci darà una grande influenza alla porta ottomana e ci renderà signori dell’Adriatico, come lo siamo, attraverso Marsiglia, dell'isola della Corsica, del Mediterraneo.». Pertanto durante la dominazione francese le strutture portuali della città vennero potenziate per rendere Ancona la principale base navale sul mar Adriatico.

Durante l'assedio del 1799 Ancona venne attaccata dalle forze congiunte dell'armata austriaca e delle flotta russo-turca e in quest'occasione il porto venne difeso da tre corsari corsi. Nel 1801 Napoleone riconquista la città e pochi anni, nel 1808, Ancona entra a far parte del Regno d'Italia diventando la base franco-italiana più importante per la guerra di corsa in Adriatico.

Già dal 1805 però diversi corsari avevano stabilito la propria base ad Ancona per iniziare le azioni belliche in Adriatico. Tra questi il più noto è il genovese Giuseppe Bavastro (1760-1833), comandante dello sciabecco Massena intitolato all'omonimo generale Andrea Massena, suo amico d'infanzia. Il Massena fece base ad Ancona nel novembre 1805 e il 5 dicembre dellos tesso anno si distinse per l'arrembaggio e la cattura, l'un dopo l'altro, di quattro legni nemici avvenuta, nelle acque di Lissa. Oltre al Massena di Bavastro avevano fatto base ad Ancona due trabacoli allestiti per la corsa: il Pino del corso Bartolomeo Paoli e il Verdier del capitano francese PréboisPiero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia Militare del Regno Italico ( 1802-1814), vol. 2, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, 2004, p. 390.

La squadriglia navale più numerosa fu quella messa in mare da Antonio Passano, armatore riminese stabilitosi nella città dorica, che armò diverse navi per la guerra di corsa: la Carlotta, la Fortunata, il Traiano e l'Italiano. Passano fu uno dei corsari anconetani di maggior successo: nel solo mese di dicembre del 1807 la squadriglia riuscì infatti a catturare ben 13 navi inglesi.

Oltre ai marinai provenienti da fuori regione, anche alcuni anconetani allestirono le imbarcazioni per la guerra di corsa. Tra i più attivi vi fu il capitano Giacomo Carli, comandante del corsaro Sans Peur. Nell'agosto dell'anno 1805, nei pressi l'isola di Lagosta, Carli assalì un corsaro russo che stava rimorchiando due prede. Durante lo scontro, l'anconetano riuscì a catturare una delle due prede e ad affondare l'altraPiero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia Militare del Regno Italico ( 1802-1814), vol. 2, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, 2004, p. 30. Il Sans Peur venne affondato l'anno seguente, nel agosto del 1806, davanti alle coste delle Isole Tremiti, non prima di aver rifornito di viveri e munizioni il presidio italiano assediato dagli inglesiPiero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia Militare del Regno Italico ( 1802-1814), vol. 2, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, 2004, p 24.. Lo stesso Carli si segnalò ancora, nel gennaio 1807, al comando del corsaro Italiano dell'armatore Passano.

Nel 1808 operarono gli scafi anconetani Adria e Vendicatore. Quest'ultimo corsaro, comandato dal tenente di fregata Contrucci, il 21 maggio fu affondato dalla bordata di una fregata inglese proprio sotto il Monte Conero per poi essere rimesso a galla dal suo stesso capitanoPiero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia Militare del Regno Italico ( 1802-1814), vol. 2, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, 2004, p 390..

Le cronache navali dell'anno 1809 fanno menzione, oltre che del citato Sans Peur, del corsaro anconetano Caffarelli del capitano CassinelliPiero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia Militare del Regno Italico ( 1802-1814), vol. 2, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, 2004, p. 391..

I traffici marittimi del Regno d'Italia, già compromessi dal Blocco Continentale voluto da Napoleone nel 1806, dopo la seconda, sfortunata spedizione di Lissa del 1811, furono pressoché in balìa della flotta inglese e le azioni di corsa nel mare adriatico iniziarono a perdere mordente. Se nel biennio 1808-1809 si potevano contare circa una decina di navi corsare con base nella città dorica, nel 1810 si registra un solo corsaro in attività.

Tra le ultime azioni militari dei corsari anconetani si segnala quella dell'11 luglio 1813 quando, durante il blocco navale di Ragusa da parte della flottiglia inglese, il corsaro anconetano La Rèveillèe catturò nel porto della città dalmata una feluca avversaria.

Lo storico militare Dott. Piero Crociani, citando i corsari italiani al servizio dell'imperatore, sottolinea la presenza dei vicini corsari senigalliesi. Tra questi è da citare padron Rognini che, il 28 maggio 1813, alla guida di un convoglio di ben 28 mercantili armati, si difese strenuamente dalla fregata inglese Bacchante presso Termoli. Sventato l'attacco, costato la vita a due dei suoi uomini, si meritò un'ingente gratifica governativa di 300 franchiPiero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia Militare del Regno Italico ( 1802-1814), vol. 2, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, 2004, p 98..

Gli uomini e l'equipaggiamento NOTA: manca qualsiasi riferimento a fonti dirette, indirette o bibliografia consultata per compilare il testo che segue. Esso deve quindi intendersi supposizione dell'Autore fino a prova contraria.

Analogamente a quelli arruolati ed inquadrati nella Reale Marina Italiana, questi uomini erano privi dell'esperienza “bellica” e della professionalità dei loro avversari della Royal Navy. Eppure, dalle scarne cronache pervenuteci, si rileva il coraggio e la perizia dei capitani e dei loro uomini, reclutati nel Porto di Ancona e nelle località limitrofe. Concorrendo anche alla difesa della navigazione in ausilio le batterie costiere, non era occasionale che i corsari sbarcassero per dar man forte alle guarnigioni locali.

Comunque, ciò che più spingeva alla lotta questi “mercenari del mare” era la preda e la “parte” di loro spettanza, determinata da appositi decreti e regolamenti: si andava, ad esempio, dalle dodici parti spettanti al capitano fino alla mezza spettante al mozzo. Un terzo del ricavato andava all'erario e qualcosa restava anche per la cassa degli invalidi di Marina.Per completare il quadro rappresentativo dei corsari, accenniamo al loro abbigliamento ed armamento individuale: non possiamo parlare, ovviamente, di una vera e propria divisa. Alcuni capi di vestiario erano però ricorrenti: pantaloni bianchi svasati con la patta, fazzoletto o “strozzino” al collo, un cappello a falde larghe di paglia d'estate o d'incerata, a volte anche il cappello frigio, cinturone e bandoliera di cuoio. Al fianco, per molti, la micidiale sciabola d'abbordaggio, sia essa d'ordinanza francese o di “preda bellica”, oppure un coltellaccio, magari di fabbricazione artigianale.

Alla cintola veniva infilata od agganciata una pistola, che poteva essere tanto di fabbricazione civile che militare. Erano preferite le armi da fuoco corte e comunque di convenienti dimensioni come il trombone, che sparava pallettoni, anche nelle sue versioni ridotte di tromboncino o trombino; moschetti da marina, ma anche d'artiglieria, di minor peso e lunghezza rispetto a quelli allora usati dalle fanterie europee.

Armi tipiche per l'abbordaggio erano l'alighiero, arma-attrezzo in asta più comunemente conosciuta come mezzo marinaio, la picca nella sua versione ridotta per il corpo a corpo a bordo, il grappino, specie di ancorotto uncinato usato per aggrappare e danneggiare le sartie, la micidiale ascia, simile al tomahawk pellerossa, il pugnale e, non ultimo, l'inseparabile coltello, sia a lama fissa che a serramanico.

Note

Bibliografia

Piero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia Militare del Regno Italico (1802-1814),vol.2, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, 2004.

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