Tarquinia (precedentemente Corneto fino al 1872, poi Corneto Tarquinia fino al 1922) è un comune italiano di abitanti della provincia di Viterbo nel Lazio.
Geografia fisica Territorio Tarquinia si trova a d'altitudine su un colle dominante da sinistra il basso corso del fiume Marta, presso la Via Aurelia, nella Maremma laziale non distante dalla Toscana.
Nel territorio comunale scorrono anche il torrente Arrone, che segna il confine con il territorio di Montalto di Castro, e il fiume Mignone.
Clima Classificazione climatica: zona D, 1658 GR/G
Storia Epoca antica
La città antica di Tarquinia (in etrusco Tarch(u)na, in latino Tarquinii) sorgeva sul pianoro della Civita, a nord-est dell'abitato attuale, dal quale la separa il pianoro dei Monterozzi, sede della grande necropoli iscritta dal 2004 nel patrimonio dell'umanità UNESCO. Fu una delle principali città della dodecapoli etrusca, e la tradizione antica le assegnava un ruolo fondativo per l'intera civiltà: a Tarconte, eroe eponimo presentato dalle fonti come fratello o delegato di Tirreno, si attribuiva la fondazione della città e della stessa dodecapoli, mentre nelle campagne tarquiniesi si collocava la prodigiosa apparizione di Tagete, il fanciullo dal sapere di vecchio che rivelò agli Etruschi la disciplina; per questo gli antichi consideravano Tarquinia la culla della religione etrusca.
L'abitato si formò a partire dallo scorcio del X secolo a.C. e nel corso dell'età del Ferro divenne uno dei centri protourbani più estesi d'Etruria, con un insediamento principale sulla Civita e un villaggio satellite sui Monterozzi, poi ricoperto dalla necropoli; fra IX e VIII secolo la città emerse come potenza commerciale e artigianale, aperta ai traffici con il mondo greco e vicino-orientale, come documentano i ricchi corredi dei sepolcreti villanoviani. Alla fine del VII secolo la tradizione vi collocava la vicenda di Demarato, il mercante corinzio padre di Tarquinio Prisco: da Tarquinia la dinastia dei Tarquini mosse alla conquista del potere a Roma, dove regnò fra la fine del VII e il VI secolo a.C. Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo (509 a.C.), le fonti annalistiche ricordano il rifugio offerto al re spodestato, le ambascerie inviate a Roma per chiederne il richiamo e il sostegno armato ai tentativi di restaurazione, nella battaglia che Livio colloca presso la Selva Arsia.
L'età arcaica fu la stagione del massimo splendore: sulla costa si aprì l'emporio di Gravisca, frequentato da mercanti greci d'Oriente, e sui Monterozzi, dove sono state censite oltre seimila tombe di ogni epoca, fiorì la grande pittura funeraria, con circa quattrocento ipogei dipinti fra l'età arcaica e l'ellenismo, rinnovata attorno al 530 a.C. dall'arrivo di pittori ionici in fuga dall'Asia Minore conquistata dai Persiani; il santuario emporico di Gravisca ha restituito dediche greche ad Afrodite, Hera e Apollo, fra cui il celebre cippo di Sostrato di Egina. Dopo la crisi del V secolo, aggravata dalla sconfitta etrusca di Cuma (474 a.C.), il IV secolo vide una vigorosa «rinascita» politica, economica e artistica, che la tradizione degli Elogia Tarquiniensia lega alla famiglia degli Spurinna: le iscrizioni, incise in età giulio-claudia nel santuario dell'Ara della Regina, celebrano le imprese di Velthur, primo condottiero etrusco a guidare un esercito in Sicilia, e di Aulus, vincitore a Caere, Arezzo e contro i Latini; alla cerchia della stessa famiglia Mario Torelli riconduce anche le tombe dell'Orco. In questo periodo la città si cinse di poderose mura in blocchi di macco, estese per circa otto chilometri.
Le guerre con Roma furono combattute a più riprese fra il 358 e il 351 a.C., quando fu conclusa una tregua quarantennale, rinnovata nel 308; la resa definitiva giunse nel 280 a.C., con la cessione dei distretti costieri e minerari. Nella sua massima estensione, fra IV e III secolo a.C., il territorio tarquiniese si stendeva dal lago di Bolsena ai monti della Tolfa, in aree sottratte all'antica influenza di Caere, e comprendeva centri interni come Tuscania, Norchia e Castel d'Asso. Nel 181 a.C. sul litorale fu dedotta la colonia romana di Gravisca, porto della città;Livio, XL, 29. coloni giunsero anche con la legge agraria di Gaio Gracco del 123 a.C., e dopo la guerra sociale Tarquinia divenne municipio ascritto alla tribù Stellatina, nella Regio VII Etruria della divisione augustea. L'élite municipale, erede almeno nel nome delle antiche casate, coltivò a lungo la memoria etrusca: presso l'Ara della Regina, dove aveva sede il collegio dei sessanta aruspici, sono stati rinvenuti gli Elogia e i fasti del collegio, mentre alcune famiglie tarquiniesi, come i Caesennii e gli Spurinnae confluiti nei Vestricii, raggiunsero il senato romano; ancora nel 47 d.C. l'imperatore Claudio, promuovendo in senato la riorganizzazione dell'aruspicina, celebrava quella etrusca come la più antica disciplina d'Italia. La vita urbana proseguì fino alla tarda antichità, come attesta ancora il restauro di un impianto termale nel 503-504 d.C.; l'abitato si spopolò poi progressivamente a vantaggio del colle di Corneto, nucleo della città medievale e moderna.
Medioevo
Nel V secolo passò sotto il regno ostrogoto di Teodorico. Nella prima metà del VI secolo si trovò coinvolta nella guerra gotica e nella seconda metà del secolo entrò a far parte del longobardo ducato di Tuscia. Nella seconda metà dell'VIII secolo fu prima acquisita ai domini carolingi e poi donata al pontefice come parte del neo-costituito Stato della Chiesa.
Probabilmente già a partire dal VI secolo si ebbe l'iniziale graduale spopolamento dell'abitato etrusco-romano, che andò accentuandosi in età medievale, per poi completarsi nel tardo medioevo, quando la città antica si era ridotta a poco più di un castello fortificato. Le cause vanno rintracciate nelle devastazioni compiute dagli invasori germanici prima e nelle incursioni dei musulmani poi, che oltre a decimare la popolazione causarono una progressiva involuzione economica del territorio.
A partire dall'VIII secolo, su un colleSul medesimo colle, tra l'altro, abbiamo tracce archeologiche di un insediamento villanoviano, di una necropoli utilizzata anche in epoca etrusca, e di fortificazioni etrusco-romane. contiguo alla città antica, ma in vista del mare, è attestata la presenza di una rocca detta Corgnetum o Cornietum. Tra la fine del X e gli inizi dell'XI secolo, nei documenti troviamo nominato un Corgitus (dal 1004) o Torre di Corgnitu (dal 939). Da questo piccolo primo nucleo si svilupperà, nei secoli XI e XII, il centro medievale di Corneto.
Nel 1144 Corneto divenne libero comune italiano stipulando patti commerciali con Genova (nel 1177) e con Pisa (nel 1177). Nel XIII secolo resistette validamente all'assedio dell'imperatore Federico II. In questo periodo il territorio cornetano fu uno dei maggiori produttori ed esportatori di frumento in Italia. Inoltre, in seguito alla distruzione di Centumcellae da parte dei corsari barbareschi, a partire dal IX secolo riprese vita e importanza l'antico porto, abbandonato secoli prima, che diviene uno scalo di collegamento fra l'entroterra umbrolaziale e il Mediterraneo.
In questo contesto si inquadra lo scontro nel XIII e XIV secolo fra Corneto e città maggiori, come Viterbo e Roma, che intendevano imporre il loro dominio approfittando della debolezza del potere pontificio, specie durante la cattività avignonese. Corneto si oppose anche alle mire della Chiesa, ma la città fu infine ridotta all'obbedienza dal cardinale Egidio Albornoz (1355) e da quel momento, anche se con brevi interruzioni, rimase stabilmente allo Stato Pontificio condividendone le vicende.
Rinascimento Nel 1435 papa Eugenio IV elevò Corneto al rango di civitas e di sede vescovile, come premio ai meriti del cardinal Vitelleschi, nativo di Corneto, nel ristabilire il dominio papale sullo Stato della Chiesa. Nel 1854 la diocesi di Corneto fu unita aeque principaliter alla diocesi di Civitavecchia. Nel 1986 le diocesi furono pienamente unite nella diocesi di Civitavecchia-Tarquinia.
Da documenti rinvenuti nell'Archivio Storico del Comune di Tarquinia si hanno notizie della presenza di Albanesi a partire dal 1458, quando papa Pio II, il 17 settembre, scrive al “diletto figlio nobil uomo conte di Pitigliano” Aldobrandino II che un “certo uomo albanese nella recente estate trascorsa ha incendiato nel territorio cornetano una gran quantità di frumento e poi di aver trovato rifugio, con la fuga, nel tuo castello dove tuttora si trova.”Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione “Fondo pergamenaceo” numero 3.104.
Nel 1484 andarono ad abitare a Corneto molte famiglie albanesi, per lo più soldati (stradioti) a cui si aggiunsero via via altre famiglie albanesi per sottrarsi alla oppressione ottomana.
Il 5 ottobre 1592Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione 1592-93 Reformationes - cc. 123 v. e 128 r. 23 dicembre 1592., Flaminio Delfino, colonnello dell'esercito pontificio, arrivò a Corneto per ristabilire la società dei militi lancieri del capitano Elia Caputio albanese. Sempre nella stessa data del 5 ottobre del 1592, venne inviato un ordine scritto al colonnello Delfino, relativo alla dislocazione delle truppe pontificie nello Stato della Chiesa. Tra queste dislocazioni compare la Compagnia di Albanesi del Capitano Michele Papada (Papadà) alla quale venne ordinato di andare a prestare servizio nel territorio di Ancona, nelle marine e, quando necessitava, anche in quello di Jesi, per sette scudi al mese.Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione Reformationes 1592-1593 - cc. 124 v. e seguenti.
In una lettera datata 19 novembre della 1592 inviata dalla comunità di Corneto a Teophilo Scauri, Procuratore di Roma, si evince la venuta di una compagnia di soldati albanesi a cavallo del Capitano Elia Caputio i quali, dal momento che erano arrivati, avevano cominciato a mancare di rispetto, cosicché la comunità chiese un provvedimento per farli allontanare, altrimenti potevano nascere notevoli disordini. Inoltre gli Albanesi volevano che la comunità li provvedesse di 40 rubbi d'orzo, il che non era possibile perché a Corneto non si trovava orzo. Non si accontentavano del fieno che gli dava la comunità, tanto che ne rubavano nei magazzini, non tralasciando quant'altro vi trovavano.Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione Registro di lettere dal 1587-1596 cc. 161 v. - 162 e 163.
Gli Albanesi di Corneto vennero incorporati nel tessuto sociale. Dal catasto urbano del 1798 risulta un agglomerato di abitazioni nel terziere di San Martino come "contrada di Zinghereria", noto in precedenza come il Terziere del Poggio, che viene tuttora riconosciuto con l’appellativo di "Zinghereria".Chi avesse conoscenza dei costumi tradizionali del popolo albanese, sa che le donne, in special modo, usano portar pantaloni di stoffa assai leggera, stretti alle caviglie, con corpetto e cappello tipici delle zingare, adornati di piccole medaglie metalliche e riccamente decorati di sgargianti ricami. E poiché è consuetudine della gente immigrata conservare le proprie usanze e i propri costumi, va da sé che costoro venissero definite zingare e, di conseguenza, “zinghereria” il rione da loro abitato. Tutto questo è quanto si può desumere dalla documentazione esistente e dalle tradizioni orali.
Epoca moderna In seguito alla costruzione del nuovo porto di Civitavecchia, erede dell'antica Centumcellae, con fortificazioni progettate da architetti del calibro di Michelangelo Buonarroti e Antonio da Sangallo, nel XV secolo Corneto perse nuovamente e definitivamente la sua funzione di porto dell'alto Lazio, il che determinò una progressiva decadenza economica e demografica del territorio, interessato sempre più dalla malaria a causa delle paludi costiere.