Il termine post-sionismo (o postsionismo) indica generalmente il movimento intellettuale, ed eventualmente politico, il cui principio è quello di considerare il sionismo come un'ideologia cadente o caduca.
Pensiero Benché molto variegato, il post-sionismo condivide la critica a convinzioni fondamentali dei gruppi sionisti, espressa nei seguenti interrogativi: Davvero lo Stato di Israele è un "rifugio sicuro" per il popolo ebraico? Esistono nel mondo altri luoghi in cui la condizione degli ebrei è storicamente migliore? (gli Stati Uniti, per esempio) Davvero lo Stato di Israele può essere simultaneamente "ebraico e democratico"? Dovrebbe Israele diventare uno Stato di tutti i suoi cittadini? Davvero il conflitto israelo-palestinese, e i conflitti arabo-israeliani in generale, sono manichei? Israele ha sempre massimizzato i suoi sforzi per la pace? La colpa della continuazione del conflitto ricade interamente sulla parte araba?
L'idea centrale del post-sionismo è quella di considerare che Israele è diventato un fatto inevitabile, la cui esistenza non è più rimessa in questione, contrariamente alla tesi ufficiale dello "Stato ebraico in pericolo permanente". Tale idea comporta un certo numero di conseguenze importanti sulla "politica auspicabile" del futuro, che dovrebbe, per i post-sionisti, portare a nuove relazioni con i palestinesi: se lo Stato israeliano non è in pericolo e la sua esistenza non è messa a rischio, nulla si oppone più a una pace duratura, ivi compreso il riconoscimento di uno Stato palestinese da parte d'Israele.
Sostenitori Diverse personalità di cultura ebraica sono state molto scettiche verso l'ideologia sionista fin dagli albori di quest'ultima. Tra gli intellettuali ebrei più famosi di questa categoria ci sono Albert Einstein e Hannah Arendt: preoccupati della visione etnonazionalista di uno "stato ebraico", nel 1948 scrissero, insieme ad altri intellettuali ebrei, una lettera al New York Times in cui, con toni molto duri, accusavano Begin e il partito Tnuat Haherut ("Partito della Libertà") di fascismo, terrorismo e di «propagandare idee di superiorità razziale», paragonandone il modus operandi a quello dei partiti nazisti. Nella lettera, per «esemplificare il carattere e l'azione» del partito di Begin, gli scriventi riportavano i fatti relativi a «l'assalto del pacifico villaggio arabo di Deir Yassin», oltre ripetuti episodi di violenza anti-britannica.Copia della pagina del New York Times con il testo della lettera.Traduzione in italiano della lettera di Albert Einstein, Hannah Arendt e altri .
In Italia, Primo Levi era stato presto attratto dagli ideali sionisti, ma non provò il desiderio di emigrare in Palestina. Fu favorevole alla fondazione dello Stato israeliano, e ne difese il diritto all'esistenza durante la Guerra dei Sei Giorni; tuttavia, assistendo alla repentina trasformazione di Israele in uno stato «diverso, militare e spregiudicato», ne prese progressivamente le distanze, fino a condannarlo apertamente durante l'invasione israeliana del Libano. Secondo lo scrittore, ciò che non poteva essere perdonato a Israele era l’uso del vittimismo e del richiamo costante al nazismo per giustificare l’uso della forza e della sottomissione dei palestinesi e dei libanesi. Primo Levi fu quindi tra i promotori del documento firmato da moltissimi democratici italiani, ebrei e non, denominato "Appello affinché Israele si ritiri dal Libano".
A seguito dell'attentato di Monaco, la scrittrice italiana Natalia Ginzburg, di origine ebraica da parte di padre, scrisse un lungo articolo su La Stampa, in cui diceva:
La Nuova Storiografia Israeliana Il post-sionismo propriamente detto è invece emerso durante il periodo tra la Prima e la Seconda Intifada, reso celebre dal lavoro di coloro che in Israele vengono chiamati Nuovi Storici, come Avi Shlaim, Simha Flapan, Tom Segev, Ilan Pappé o Benny Morris, che hanno avuto accesso a una parte degli archivi militari israeliani e che tendono a dimostrare che la fondazione dello Stato d'Israele non è stata realizzata in condizioni comunemente considerate ammissibili, al contrario di quanto riportato anche nei manuali scolastici israeliani. L'opera di Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem,Ed. ital. Esilio: Israele e l'esodo palestinese, 1947-1949, Milano, Rizzoli, 2005. è generalmente considerata come pioniesristica nell'aprire il dibattito della «Nuova Storia». Fra questi storici, numerosi hanno adottato una lettura antisionista, come Ilan Pappé; mentre altri, come Morris stesso, sono tornati sui propri passi, rivendicando il loro essere sionistiShavit, Ari. "Survival of the fittest": ,. Ha'aretz Friday Magazine, January 9, 2004. and . Sono stati seguiti in questo loro cammino intellettuale da un certo numero di accademici universitari, da artisti e da uomini politici, come Shlomo Sand (autore del famoso saggio L'Invenzione del Popolo Ebraico, al centro di molte polemiche in Israele), Tanya Reinhart, Meron Benvenisti o Aharon Shabtai. Il post-sionismo ha conosciuto dei regressi dopo l'inizio della Seconda Intifada e la salita al potere di Ariel Sharon.
Note
Voci correlate Antisionismo
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