Il termine folclore o folkloreLa parola "folk-lore" è stata usata per la prima volta da William J. Thoms (1803-1885) in una lettera alla rivista Athenaeum pubblicata il 22 agosto 1846 (Duncan Emrich, "Folk-Lore": William John Thoms, California Folklore Quarterly, Vol. 5, No. 4 (Ottobre, 1946), pp. 355-374. (pron. • • Meno consigliata la pronuncia intenzionale "per fare sfoggio" .; dall'inglese folk, "popolo", e lore, "tradizione" ma anche "storia, trama") si riferisce a quelle forme di cultura popolare comprendente le tipologie di tradizione tramandate spesso oralmente e riguardanti conoscenze, usi e costumi, credenze popolari; miti, fiabe, leggende e altre narrazioni legate alla dimensione del fantastico; filastrocche, conte e proverbi; musica, canto e danza: il tutto riferito a una determinata area geografica, a una determinata popolazione, ai ceti popolari dei contadini e montanari, a più d'una o a tutte queste determinazioni. Un discorso a parte merita l'immaginario folklorico, settore significativo dei fatti folklorici che raggruppa tutti i racconti che hanno relazione col fantastico: fiabe, leggende, miti e racconti della paura.
La nascita del termine L'origine del termine folclore è attribuita allo scrittore e antiquario inglese William Thoms (1803-1900) che, sotto lo pseudonimo di Ambrose Merton, pubblicò nel 1846 una lettera sulla rivista letteraria londinese Athenaeum, allo scopo di dimostrare la necessità di un vocabolo che potesse ricomprendere tutti gli studi sulle tradizioni popolari inglesi.
Il termine fu poi accettato dalla comunità scientifica internazionale dal 1878, per indicare quelle forme contemporanee di aggregazione sociale incentrate sulla rievocazione di antiche pratiche popolari, ovvero tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate "tradizioni popolari", dai canti alle sagre alle superstizioni alla cucina (e che già due secoli prima Giambattista Vico chiamava "rottami di antichità").
Storia degli studi sul folclore
Gli studi sul folclore presero avvio sulla scia dell'impulso romantico del XIX secolo, rivolto a indagare le radici popolari della cultura europea, concentrandosi inizialmente sulla tradizione orale costituita da storie, canzoni, proverbi ed espressioni nazionali, a cominciare da quel tesoro di fiabe e racconti inteso dai fratelli Grimm come Volksgeist, cioè «anima del popolo», la quale si riverbera nei canti del volgo come già sostenuto da Johann Gottfried Herder.
Approccio antropologico Tale disciplina assunse un piglio «scientifico» allorché si connetté con l'etnologia, contestualizzando l'oralità folcloristica entro un insieme di elementi antropologici come usanze, arti e costumi del popolo ritenuti «oggettivi». La caratteristica del folclore così inteso rimarrà costantemente concepita come appannaggio delle classi inferiori, e perciò tipicamente contrapposta alla cultura delle élite. Questo aspetto indusse a ritenere il folclore un fenomeno appartenente esclusivamente alle società stratificate in classi, poco indagato pertanto in quelle forme di civiltà meno complesse, come le africane, che presentano un livello di sviluppo elementare e omogeneo.
Tra i primi esponenti della scuola antropologica inglese ci fu Edward Burnett Tylor, che insieme con Andrew Lang e James Frazer intendeva orientare la sua disciplina in senso scientifico, teorizzò che il folclore fosse un grado inferiore dell'evoluzione culturale di una società, rimasto fermo a una concezione superstiziosa e arcaica della natura, alla quale le comunità contadine attribuivano ancora una valenza magico-religiosa propria dell'animismo.
Approccio storico-culturale All'approccio si vennero sostituendo in seguito diverse altre modalità di studio dei fenomeni folcloristici. Presso Fritz Graebner, Bernhard Ankermann, Wilhelm Schmidt, e ulteriori esponenti della scuola di Vienna prevalse un indirizzo storico-culturale basato su indizi morfologici e sui diversi cicli di civiltà. Il metodo finnico di G. Krohn si basa invece sulle affinità geografiche, mentre quello cartografico di Arnold van Gennep sulla definizione di luoghi e ambienti.
Opere sul folclore in Italia
In Italia gli studi sul folclore nazionale ebbero inizio come nel resto d'Europa nel XIX secolo. Dopo le prime inchieste di epoca napoleonica la prima opera di rilievo fu quella del forlivese Michele Placucci. I più importanti pionieri dell'Ottocento in questo settore furono quindi Ermolao Rubieri, Angelo De Gubernatis e Alessandro D'Ancona.
Al medico palermitano Giuseppe Pitrè si deve invece l'origine dello studio sistematico, su base scientifica, del folclore italiano. Pitrè ottenne nel 1911 a Palermo una cattedra universitaria per lo studio delle tradizioni popolari, sotto il nome di demopsicologia, poi riattivata da Giuseppe Cocchiara negli anni '30 con il nome di storia delle tradizioni popolari.
Il significato di "mito" secondo Claude Lévi-Strauss
In seguito i miti e i significati a essi connessi furono oggetto di studio, tra gli altri, del noto antropologo sociale Claude Lévi-Strauss. In particolare nella sua opera Mito e significato l'antropologo e filosofo francese dà una sua interpretazione alla «spiegazione» dei miti, non considerandoli esclusivamente «elementi primitivi», sorpassati e privi di significato, un «prodotto» solo di menti superstiziose.Claude Lévi-Strauss, Mito e Significato, introduzione di Cesare Segre, Il Saggiatore, Milano 1980.
«Che differenza c'è fra l'organizzazione concettuale del pensiero mitico e quello della storia? È vero che il racconto mitologico tratta fatti storici, per poi trasformarli e usarli in altro modo?»Mito e Significato pag. 15., queste erano due fra le principali domande cui Lévi-Strauss cercò di rispondere con le sue ricerche partendo dal presupposto di individuare le "rassomiglianze" (più che le differenze) dei miti in vari luoghi del mondo.
Ad avviso del teorico dello strutturalismo, mentre è vero che esistono diversità fra il racconto mitico e quello storiografico, è anche vero che in questi racconti esiste anche una sorta di continuità. I racconti mitici che sono o appaiono racconti privi di senso e assurdi, risultano essere in effetti «sistemi chiusi» di pensiero «che possiedono identiche strutture formali di base e contenuti variabili». Il filologo Cesare Segre, spiegando il pensiero di Claude Lévi-Strauss, asserisce che primitivi e civilizzati «hanno sviluppato zone diverse delle loro attitudini mentali, realizzando una specializzazione».Panorama 28 luglio 1980, pag. 21, in Libri (filosofia e scienza).Mito e significato Introduzione di Cesare Segre pag. 1-11, Il Saggiatore, Milano 1980.
Il filosofo Paolo Rossi fa inoltre notare, sostenendo il pensiero di Segre, che mentre «la scienza tende a spiegazioni sempre "parziali", i sistemi mitici tendono a raggiungere, con i mezzi i più scarsi possibile, una comprensione "totale" dell'universo. [...] Il mito non riesce a dare all'uomo, un maggior potere materiale sull'ambiente, gli dà invece l'illusione di comprendere l'universo. Ma si tratta di un'illusione oltremodo "importante"».
Studi sui rapporti tra cultura popolare e dominante nell'epoca preindustriale Il lavoro dell'autore russo Michail Michajlovič Bachtin, intitolato L'opera di Rabelais e la cultura popolare, getta le basi per la ridefinizione del significato di cultura popolare. Attraverso l'opera dello scrittore francese François Rabelais, intitolata Gargantua e Pantagruel, Bachtin analizza la centralità della cultura popolare in epoca medievale e moderna. Egli contribuisce con il suo lavoro a dare una visione più ampia del carnevale e del suo significato. Bachtin individua due elementi fondamentali per comprendere le manifestazioni popolari: il riso e il realismo grottesco.
Jacques Le Goff Jacques Le Goff analizza, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, l'atteggiamento che la cultura clericale ha nei confronti del folclore in età merovingia.J. Le Goff, Cultura clericale e tradizioni folkloriche in età merovingia in Tempo della chiesa e tempo del mercante, Torino, 1977, pp. 199-202. Benché ci siano degli elementi di incontro, egli ritiene che nel complesso vi sia un blocco della cultura superiore nei confronti di quella inferiore.
Le Goff torna a trattare questa tematica ne L'immaginario medievale pubblicato nel 1988Le Goff, L'immaginario medievale, Bari, 1988, pp. 75-90.. Egli si sofferma sull'analisi di testi che descrivono viaggi nell'aldilà. L'autore ipotizza che tali testi testimonino lo stretto contatto e gli scambi tra cultura clericale e quella popolare. Le Goff nota per esempio come queste opere abbiano una struttura narrativa condivisa: i protagonisti sono soprattutto monaci. Inoltre i luoghi e i personaggi descritti derivano dalla tradizione folclorica. L'autore sottolinea come nel processo di trasmissione di questi racconti le due componenti della cultura (clericale e folclorica) non si trovino l'una subordinata all'altra, ma come ci sia un equilibrio tra i due attori, che comunicano tra di loro.
Georges Duby Georges Duby esamina i processi di trasmissione dei modelli culturali nella società francese tra XI e XII secolo, e ritiene che questi siano caratterizzati da un fenomeno di "popolarizzazione". Infatti i modelli aristocratici esercitano un certo fascino nei confronti delle classi sociali inferiori, che ne adottano le caratteristiche principali. L'autore, oltre a delineare tale processo di accettazione di modelli culturali délite, attesta anche un altro movimento speculare: l'adozione di forme culturali popolari da parte delle classi dominanti.G. Duby, The chivalrous society, Los Angeles, 1980, p. 173.
Jean Claude Schmitt Jean-Claude Schmitt, nel saggio intitolato Le tradizioni folkloriche nella cultura medievale, sostiene che durante il Medioevo vi sia convivenza e accordo tra tradizioni folcloriche e cultura egemonica. A prova di questa tesi di circolazione sociale egli descrive dei casi esemplari di trasmissione di fonti e testi da una classe sociale all'altra. Egli sottolinea l'importanza del rapporto dinamico che si crea tra i due poli, e delle manipolazioni dirette sul testo, a dimostrazione della circolarità culturale.J.C. Schmitt, Religione, folklore e società nell'occidente medievale, Bari, 1988, pp. 43-44.
Peter Burke, Cultura popolare nell'Europa moderna Lo storico inglese Peter Burke analizza lo scambio culturale tra classi sociali in età preindustriale. Burke crede che coesistano due tipologie di cultura (alta e bassa), non caratteristiche in senso stretto a una classe sociale: mentre l'élite partecipa attivamente alle manifestazioni popolari, il popolo è protagonista solo della propria tradizioneP. Burke, Cultura popolare nell'Europa moderna, Milano, 1980, pp. 31-32.
Egli ritiene inoltre che in base alle variazioni ambientali e geografiche vi siano differenti espressioni culturali popolari. Le interazioni tra le due culture non sono da sottovalutare. Burke afferma che la cultura popolare sia da indagare oltre che con metodi diretti d'analisi delle fonti, anche con approcci indiretti: quali l'iconologia, esami comparati e analisi regressive.Burke, Cultura popolare nell'Europa moderna, cit., pp. 79-86.
Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi