La guerra dei mercenari (detta anche guerra libica)K. Christ, Annibale, p. 43. fu un conflitto armato combattuto sul territorio africano di Cartagine tra il 240 e il 238 a.C. che vide di fronte le truppe regolari della città e le milizie mercenarie dell'esercito cartaginese che si erano ribellate dopo la fine della prima guerra punica. La guerra, narrata da Polibio con dovizia di particolari, fu caratterizzata dalla straordinaria crudeltà dispiegata da entrambe le parti, dalle alterne vicende e dalla violenza dei combattimenti.
Il conflitto, definito da Polibio "guerra inesorabile" o "guerra senza possibilità di tregua"S. Lancel, Annibale, p. 26., inizialmente vide i notevoli successi dei mercenari capeggiati da due abili condottieri, l'italico Spendio e l'africano Mato. Dopo l'assunzione del comando di Amilcare Barca, i cartaginesi riuscirono ad avere infine la meglio e distrussero le milizie ribelli, procedendo ad una sanguinosa repressione finale; i capi mercenari furono tutti uccisi.
Origini Fine della prima guerra punica La prima guerra punica si era conclusa nel 241 a.C., dopo oltre venti anni di combattimenti terrestri e navali dall'esito alterno, con la vittoria finale di Roma e la conclusione della cosiddetta "pace di Lutazio", dal nome del console romano Gaio Lutazio Catulo che aveva vinto la decisiva battaglia navale delle isole Egadi. Il trattato stabiliva l'evacuazione da parte di Cartagine delle roccaforti in Sicilia e delle isole Eolie, inoltre i cartaginesi dovevano rinunciare ad ogni influenza politico-militare sull'Italia e soprattutto versare una cospicua indennità di guerraS. Lancel, Annibale, p. 14.. Le clausole iniziali della pace prevedevano il versamento da parte cartaginese di talenti euboici in venti anni, ma le successive disposizioni definitive stabilirono che Cartagine avrebbe dovuto pagare in dieci anni la somma a cui sarebbero stati aggiunti altri talenti da versare immediatamente.
Polibio riporta le clausole fondamentali della "pace di Lutazio":
Smobilitazione dei mercenari cartaginesi Nonostante la sconfitta, il comandante dell'esercito cartaginese in Sicilia, l'abile Amilcare Barca, aveva dimostrato notevoli qualità di condottiero e aveva mantenuto il suo prestigio di militare e la sua influenza politica; egli tuttavia preferì subito dopo la pace, riportare i suoi esperti e valenti mercenari da Erice alla fortezza di Lilibeo dove cedette il comando superiore a Gisgone che aveva la responsabilità delle difese sul posto e che dovette quindi organizzare sotto la sua responsabilità il concentramento, la smobilitazione e il rimpatrio delle truppe mercenarieS. Lancel, Annibale, pp. 17 e 23.. Dalle fonti antiche non è possibile comprendere i motivi della rinuncia volontaria al comando da parte di Amilcare; è verosimile che egli prevedesse le difficoltà della smobilitazione dei mercenari a causa dell'impossibilità di erogare a tutti il soldo arretrato e che quindi preferisse cedere ad un altro comandante la problematica incombenzaS. Lancel, Annibale, p. 23.. È possibile inoltre che Amilcare intendesse, dopo il rapido ritorno a Cartagine, assumere la guida delle forze popolari e commerciali cartaginesi violentemente contrarie alla fazione oligarchica guidata da Annone che invece aveva preferito concludere la pace con Roma e salvaguardare i grandi latifondi servili delle valli africaneG. Charles-Picard, Annibale, pp. 79-80..
Gisgone, il nuovo comandante dei mercenari ammassati a Lilibeo in attesa del rimpatrio, non era un incapace e, secondo Polibio, aveva ben compreso i pericoli della situazionePolibio, Storie, I, 66.. I mercenari erano irrequieti ed esasperati per le molte privazioni della guerra e per la mancata corresponsione nei tempi stabiliti del soldo pattuitoK. Christ, Annibale, p. 42.. Egli ritenne opportuno smobilitare e trasferire a Cartagine i mercenari in modo scaglionato a piccoli gruppi per minare la loro coesione e permettere al governo cartaginese di erogare i compensi spettanti alle milizie in modo graduale e ordinato. Ai singoli gruppi di mercenari, secondo i piani di Gisgone, non appena giunti a Cartagine avrebbero dovuto essere immediatamente corrisposto il soldo dovuto e subito rinviati alle rispettive terre di provenienza evitando in questo modo la loro pericolosa concentrazione in AfricaS. Lancel, Annibale, pp. 22-23.. Gisgone inoltre credeva che effettuando i rimpatri in modo scaglionato nel tempo, il governo cartaginese avrebbe avuto maggior tempo per raccogliere il denaro necessario per i pagamenti delle milizie provenienti da Lilibeo.
A Cartagine, però, non si comprese la saggezza di questa mossa, oppure non fu possibile dare corso ai pagamenti.
In effetti, assieme alla pervicacia bellica dei Romani, il lato economico fu assolutamente fondamentale per la vittoria: Roma riuscì a varare la flotta che vinse la decisiva battaglia delle Isole Egadi con l'aiuto determinante di forze economiche private. I Cartaginesi non emularono gli sforzi compiuti dai Romani, per mancanza di lungimiranza o di capacità politica. In ogni caso, le casse della città, dopo 24 anni di combattimenti, erano vuote e si doveva fronteggiare l'enorme rimborso dei danni di guerra.
Concentramento Si verificò quindi, quello che Giscone voleva evitare. I Cartaginesi trattennero i mercenari anziché pagarli e rimandarli a casa:
Una concentrazione di avventurieri in città cominciò a creare problemi di ordine pubblico; i mercenari commettevano reati sia di notte che di giorno e la tensione in città saliva. Si cercò una soluzione chiedendo ai capi dei mercenari di spostare i loro contingenti nella città di Sicca in attesa che dalla Sicilia arrivassero tutti gli altri e a ciascuno sarebbe stato dato uno statere d'oro in acconto. L'accordo fu raggiunto però i mercenari volevano lasciare i bagagli a Cartagine; bisogna precisare che per bagagli si intendeva non solo l'attrezzatura ma anche donne e figli. Questo non piacque ai Cartaginesi che temevano che i mercenari, una volta pagati sarebbero tornati in città a ricominciare a commettere crimini.
Una volta ritirati a Sicca, i mercenari, senza nulla da fare si illudevano l'un l'altro sulla paga che avrebbero ricevuto anche ricordando le varie promesse fatte dai generali cartaginesi nei momenti di difficoltà. Nelle loro speranze le cifre che si aspettavano aumentavano ogni giorno.Viceversa, quando infine erano tutti a Sicca e a trattare giunse Annone, comandante delle truppe in Libia, l'offerta del generale, che ricordò il pesante tributo da versare a Roma, fu perfino una decurtazione delle paghe. Questo, ovviamente non piacque ai creditori e
Cartagine utilizzava soprattutto truppe della Libia, terra assoggettata, ma anche Celti, Iberi, Baleari e Liguri. Polibio, greco, ammette che qualcuno proveniva dalla Grecia ma conia il termine "semigreci", disertori e schiavi; in tutta la sua opera Polibio si batte contro l'uso di mercenari nelle guerre e loda l'esercito romano formato da cittadini. Il metodo cartaginese di assoldare truppe di varia provenienza per evitare consorterie troppo potenti, un divide et impera in formato ridotto, era giunto alla fine della sua efficacia.
In una serie di pretese, ripicche e incomprensioni la situazione si ingarbugliò fino a che i mercenari, ed erano ventimila, si spostarono verso Cartagine accampandosi a circa centoventi stadi (poco più di ventidue chilometri) "in un luogo chiamato Tunisi".
Ricatto
A Cartagine ci si accorse del doppio errore: l'aver ammassato tante truppe incontrollabili e il non aver trattenuto i "bagagli" in città; sarebbero diventati degli ostaggi preziosissimi. La soluzione immediata fu di inviare abbondanti rifornimenti ai ribelli, colmandoli di promesse, inviando a trattare i più eminenti personaggi. Come era logico le truppe si resero conto della loro forza contrattuale e ogni volta alzavano le pretese. Nella situazione si indebolì l'autorità di Amilcare mentre i mercenari percepivano Giscone come persona con cui poter trattare. In effetti Giscone riuscì, dapprima a frenare le truppe ribelli promettendo un pagamento dilazionato "per stirpe"; ancora un tentativo di divide et impera. Tentativo che però non passò inosservato.
Un certo Spendio, schiavo campano fuggito e un libico di nome Mato avvisarono i Libici che, una volta pagate e partite le truppe delle altre stirpi, i Cartaginesi avrebbero avuto un maggiore potere contrattuale nei loro confronti. L'ipotesi, probabilmente non del tutto priva di fondamento, scatenò l'ira dei mercenari.
La guerra libica I Cartaginesi che speravano, una volta terminata la guerra con Roma, di godere di un po' di respiro, si trovarono a dover affrontare, senza esercito e senza risorse economiche tali da assoldarne uno, una guerra terrestre sulla porta di casa; a combattere non per il possesso della Sicilia e per il controllo del mare ma per la patria e per loro stessi. I due capi della rivolta, infatti, al termine di una tormentata serie di convulse trattative, richieste e rapine fecero catturare Giscone ed il suo seguito. Quella che era nata come trattativa "sindacale" scivolò velocemente verso la vera e propria guerra.
La prima mossa di Mato, infatti, fu di mandare dei portavoce alle città libiche per invogliarle alla libertà e per chiedere aiuto. Quasi tutte le città accettarono di aiutare i ribelli tranne Utica e Ippona Diarrito (oggi Biserta). Due città che vivevano di commercio non si associarono alla rivolta delle città "agricole". Mato assediò Utica, mentre Spendio faceva lo stesso con Ippona.
La Libia era stata brutalmente depredata dai Cartaginesi; essendo una terra assoggettata, durante la precedente guerra punica ai Libici fu imposto di versare come tributo la metà dei raccolti e alle città furono imposti tributi raddoppiati, nessuna esenzione, nessuna indulgenza. I governanti che Cartagine vedeva di buon occhio erano quelli che riuscivamo a estorcere ai loro popoli il massimo delle ricchezze possibili. Un simile comportamento, ovviamente giustificò la risposta alla ribellione. Polibio narra che perfino le donne versarono i loro monili ai ribelli. Con questi fondi i capi mercenari pagarono gli arretrati dovuti alla truppa ed ebbero finanziamenti per proseguire le ostilità. Il libico Mato ricevette l'aiuto di ben settantamila Libi e con questi aveva tagliato fuori Cartagine da quasi tutto l'entroterra e mentre assediava Utica e Ippona non disdegnava di assaggiare le difese di Cartagine stessa.
Cartagine cominciò a formare una milizia di cavalleria cittadina, ad allestire una flotta e a cercare altri mercenari. Annone fu posto a capo dell'esercito.
Annone Ma Annone, ottimo politico (fu il capo della fazione terriera che propugnava la convivenza con Roma e l'espansione in Africa nonché avversario di Amilcare Barca) e ottimo organizzatore logistico per le necessità materiali e di sussistenza dell'esercito, si dimostrò un pessimo generale. Portò soccorso agli Uticesi, mettendo a soqquadro il campo dei ribelli con i suoi oltre cento elefanti e con le macchine da guerra, facendoli fuggire. Abituato però al tipo di combattimento dei Numidi e dei Libi che, a quanto asserisce Polibio, "una volta che ripiegano fuggono per due o tre giorni, cercando di guadagnare terreno", credendo di aver terminato il suo compito ritornò in città. Gli sconfitti, addestrati in Sicilia da Amilcare, abituati ad attaccare, ritirarsi e contrattaccare ove se ne presentasse l'opportunità, colsero l'opportunità di contrattaccare, e riuscirono persino ad impadronirsi del materiale e delle macchine belliche degli uticensi che Annone aveva fatto portare fuori dalla città.
Non solo, pochi giorni dopo nella località di Gorza, si lasciò sfuggire per ben due volte l'occasione di chiudere la partita. Cartagine si rivolse nuovamente ad Amilcare Barca.
Amilcare