Il lessico dell'esperanto (la lingua ausiliaria internazionale proposta da Ludwik Lejzer Zamenhof) ha la caratteristica di essere composto da radici provenienti da lingue esistenti, scelte secondo il principio della massima internazionalità

Esperanto in Enciclopedia Treccani. Queste radici possono formare nuove parole unendosi tra loro, mediante il meccanismo dell'agglutinazione, in modo da rendere minimo il numero di parole (o più precisamente radici lessicali) da dover memorizzare. L'agglutinazione consiste nella sfumatura del significato di una radice unendola (agglutinandola) con un'altra, o con determinati affissiMolti dei concetti qui espressi sono approfondibili nel libro di René de Saussure: Fundamentaj reguloj de la vort-teorio en esperanto (Regole fondamentali della teoria lessicale in esperanto), eLibro, 2003; altri concetti sono ritrovabili negli altri libri in bibliografia e in un qualsiasi corso didattico o opera sull'esperanto non elementare..

Radici e loro origine Le radici dell'esperanto, come in ogni altra lingua, sono le parole basilari che contengono un concetto (un significato). I loro significati possono essere poi precisati, sfumati o modificati mediante desinenze, agglutinazione di prefissi e suffissi. A parte pochissime radici che Zamenhof inventò, tutte le parole dell'esperanto provengono da lingue esistenti. Alla prima pubblicazione della lingua, il lessico era formato da circa 900 parole provenienti principalmente da: lingue romanze (latino, italiano, francese), lingue germaniche (tedesco, inglese), lingue slave (russo, polacco), in minor parte anche da greco, e infine da altre lingue (come il lituano). Con la crescita dei parlanti extraeuropei e l'introduzione di nuovi termini, la provenienza delle radici può venire anche da altre lingue, anche non europee.

Desinenze grammaticali Le desinenze grammaticali sono messe a fine parola. Esse danno informazioni sulla categoria grammaticale di una radice lessicale, il suo numero (singolare o plurale) o caso (nominativo o accusativo) se si tratta di nome o aggettivo, il tempo e il modo (se si tratta di un verbo). Esse sono particelle atomiche, ognuna con il proprio significato che sono appiccicate (o meglio agglutinate, come vedremo più in avanti) l'una con l'altra, es: -o indica un nome, -j è il plurale. Dalla loro unione -oj si ha una desinenza composta che indica un nome plurale, nella quale è chiaramente distinguibile la funzione delle due particelle; il plurale di un aggettivo, che ha normalmente come desinenza -a, sarà quindi -aj (dove la -a- indica la funzione aggettivale, e la -j indica il plurale, esattamente come per un nome).

Articolo L'articolo non ha nessun interesse dal punto di vista lessicale: è unico, determinativo e invariabile, e da esso non si può derivare nessuna altra parola.

Pronomi I pronomi in generale sono anch'essi poco interessanti dal punto di vista lessicale. Essi sostituiscono un nome, acquisendone il significato e il posto nella frase. I pronomi personali sono usati nella formazione di parole e innanzitutto per gli aggettivi possessivi.

Le parti sintattiche del discorso Sono parti sintattiche del discorso quelle che servono a costruire la struttura della frase: preposizioni e congiunzioni. Con le preposizioni si possono ricavare parole appartenenti ad altre categorie grammaticali, con i meccanismi che si vedranno in seguito.

Le quattro parti semantiche del discorso Queste parti sono aggettivi, sostantivi, verbi e avverbi; sono derivabili da una qualsiasi radice apponendo la desinenza appropriata: Sostantivo: -o bono ([il] bene), floro (fiore), nazo (naso), muŝo (mosca) Aggettivo: -a bona (buono/a), bela (bello/a), dolĉa (dolce) Verbo: -i boni (essere buono/a), fari (fare), kisi (baciare), ludi (giocare) Avverbio: -e bone (bene), muzike (musicalmente), pigre (pigramente)

Le parti del discorso sopra elencate possono assumere altre desinenze grammaticali (si pensi alle desinenze dei tempi verbali), come illustrato di seguito.

Una frase contenente tutte e quattro queste parti del discorso nella loro forma base (quella ritrovabile su un dizionario): Paroli bone... arto malfacila! = Parlare bene... arte difficile!

Sostantivi e aggettivi Sostantivi e aggettivi si accordano per numero e caso. Il plurale si ottiene aggiungendo la desinenza -j:

bona libro (buon libro) → bonaj libroj (buoni libri)

l'accusativo si ottiene aggiungendo la desinenza -n sia al plurale sia al singolare:

bonan libron (buon libro) → bonajn librojn (buoni libri)

L'ordine di queste desinenze è fisso, ed è il seguente: radice + desinenza categoria grammaticale + plurale + accusativo

Se ci si riferisce all'esperanto è concettualmente sbagliato dire che un insieme di desinenze, come -ojn o -ajn è "la" desinenza di un sostantivo o un aggettivo. Ad esempio -ojn è in realtà (come si è visto) un insieme di tre desinenze indipendenti (accostamento delle desinenze del nome, del plurale e dell'accusativo), e non una desinenza atomica (come ad esempio è -arum per la lingua latina, ovvero il genitivo plurale della prima declinazione dei sostantivi). Anche questa è agglutinazione, mentre le desinenze come -arum, che in da sole esprimono più caratteristiche grammaticali sono tipiche delle lingue flessive (tra le quali il latino, l'italiano, l'inglese e le altre lingue indoeuropee).

Verbi I verbi non variano per la persona, ma hanno sei desinenze diverse, a seconda del modo e del tempo, come riassunto nella seguente:

Tempo verbale Desinenza Esempio Italiano Infinito -i lerni imparare Indicativo presente -as lernas imparo (impari, impara...) Indicativo passato -is lernis imparavo Indicativo futuro -os lernos imparerò Condizionale -us lernus imparerei Volitivo -u lernu impara! (che impari, che imparino...)

Dai verbi si possono formare dei participi, attivi e passivi, riassunti nella seguente tabella. Si noti che, come per l'indicativo, il tempo viene indicato con le vocali -i- (passato), -a- (presente), -o- (futuro).

Tempo Participio attivo Esempio Traduzione Passato -inta lerninta che ha imparato Presente -anta lernanta che impara Futuro -onta lernonta che imparerà

Tempo Participio passivo Esempio Traduzione Passato -ita lernita che è stato imparato Presente -ata lernata che viene imparato Futuro -ota lernota che sarà imparato

Come si vede, i participi hanno la desinenza dell'aggettivo, poiché di fatto lo sono. Essi descrivono lo stato di qualcuno o qualcosa in relazione a un'azione fatta o subita, presente, passata o futura. Tali aggettivi si prestano naturalmente a comporsi con il verbo essere, formando dei tempi composti: Mi estas lernanta = Io sto imparando (parola per parola: Io sono imparante) La leciono estos lernota = La lezione sarà imparata e via dicendo.

Avverbi Gli avverbi, come in italiano, sono invariabili (per genere, numero o caso). Si possono distinguere gli avverbi derivati, ottenuti aggiungendo la desinenza -e tipica di questa parte del discorso (che spesso equivale all'italiano -mente), e un certo numero di avverbi originari, ovvero radici che anche senza alcuna desinenza hanno valore di avverbio (ad esempio: tro = troppo, morgaŭ = domani). Le radici che sono già avverbi possono normalmente avere desinenze di altre parti del discorso (morgaŭo = il domani, sostantivo) e comunque nulla vieta al parlante di inserire la desinenza di avverbio dando un senso più generale (morgaŭ = domani, il giorno dopo questo; morgaŭe = all'indomani di un qualsiasi giorno).

Concetto insito nella radice Come visto, la parte del discorso della radice può essere cambiata abbastanza facilmente. Comunque la radice ha un significato, e tale significato può esprimere il concetto che già di per sé è vicino a una particolare parte del discorso: una cosa (concreta o astratta) = concetto di nome una caratteristica di una cosa = concetto di aggettivo un'azione = concetto di verbo un modo per compiere un'azione (affermare/negare o altri concetti avverbiali) = concetto di avverbio

Appunto perché la radice può essere portata ad altre parti del discorso, è d'obbligo usare la desinenza -o anche per una radice che già contiene il concetto di cosa (sostantivo): si dirà quindi domo (casa) e non dom, perché da questa radice che indica una cosa tanto comune si può derivare parole appartenenti ad altre parti del discorso: domo = casa abbastanza usato è la forma aggettivale: doma = domestico/a, casalingo/a ancora più raramente si può incontrare la forma avverbiale: dome = in modo casalingo, domestico (kuko dome farita = dolce fatto in casa) infine la forma verbale, corretta grammaticalmente, non ha molto senso dal punto di vesta semantico: domi = -

Conoscere il concetto (significato) principale della radice aiuta quindi ad assegnare il significato corretto alle parole, generalmente abbastanza ovvio e intuitivo.

In casi particolari, delle convenzioni aiutano a precisare il significato delle parole di altre categorie grammaticali, ad esempio per le radici aggettivali, la forma verbale equivale al verbo "essere + aggettivo". Una radice prevalentemente aggettivale è bel- dalla quale l'usatissimo bela (bello), quindi il verbo da essa derivato, beli, ha per convenzione significato di "essere bello": "La domo belas" = "La domo estas bela" = "La casa è bella". La sostantivazione di una radice con concetto di verbo indica l'attività: da leg(i) = leggere si ricava lego = lettura, l'azione del leggereAnzi, all'inizio Zamenhof prevedeva di proibire le preposizioni davanti ai verbi, quindi bisognava metterle davanti alla forma sostantivata; ad esempio "per leggere" si sarebbe dovuto tradurre con "por (la) lego" = "per la lettura" piuttosto che con "por legi". In seguito per semplicità si preferì evitare questa ulteriore regola, e attualmente si preferisce proprio la forma "por legi".

Infine, se cambiando la parte del discorso di una radice si ottiene una parola dal significato poco chiaro, si usano dei suffissi che sono presentati più avanti, e che aiutano molto nella comprensione del significato.

Tra gli "effetti collaterali" di questo meccanismo, e in generale della formazione del lessico mediante agglutinazione e la partecipazione "attiva" del parlante nella formazione di nuove parole, c'è che esso aiuta a capire la funzione delle parti del discorso anche nella propria lingua e in altre lingue straniere. Quindi diventa uno degli ingredienti che rendono l'esperanto utilizzabile come lingua propedeutica nell'apprendimento delle lingue straniere (Metodo Paderborn)L'esperimento tipico, durante il secolo scorso più volte ripetuto in diverse nazioni, tra i quali delle sperimentazioni a Panderborn, Germania, consiste nel far studiare 2 anni di esperanto a un gruppo di allievi di una scuola elementare + 3 anni di un'altra lingua straniera, mentre un altro gruppo di allievi invece apprende solo la lingua straniera per 5 anni; a fine ciclo, i ragazzi del primo gruppo parlano l'esperanto, ma padroneggiano la lingua straniera meglio del secondo gruppo che ha studiato solo la lingua straniera. - Helen S. EATON, An experiment in Language Learning, High Points in the work of the High School of New York City, Oct. 1934 and May 1935, annual report 1934-1935, pagg. 27-30BOLLETTINO UFFICIALE. MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE ANNO 122°, ROMA, 25 MAGGIO - 1° GIUGNO 1995, N. 21-22 . Contiene vari studi ed esperimenti.

Agglutinazione in esperanto Una nota caratteristica dell'esperanto è l'agglutinazione: si possono unire le parole, suffissi e prefissi per formare parole nuove. Questo meccanismo viene spiegato in questa parte, e segue i principi di: necessità: si usano tutte le parole che sono necessarie per la definizione del significato che si vuole ottenere sufficienza: si usano solo le parole sufficienti a descrivere il significato che si vuole ottenere.

Premessa