Il Museo Ettore Guatelli è un museo etnografico sito nel podere Bellafoglia a Ozzano Taro, frazione di Collecchio in provincia di Parma. Il Museo si trova allestito negli spazi che furono della casa della famiglia Guatelli e del loro podere, ed è frutto della lunga opera di raccolta e allestimento a cui Ettore Guatelli ha dedicato gran parte della propria esistenza.

Più di oggetti di uso quotidiano sono disposti sulle pareti e sui soffitti del percorso museale, organizzati secondo motivi geometrici e contribuendo a un insieme visivo articolato.

Il Museo è oggi gestito dalla Fondazione Museo Ettore Guatelli, nata nel 2003 allo scopo di conservare, valorizzare e promuovere l'opera del suo creatore.

Storia

Il Museo Ettore Guatelli si trova a Ozzano Taro, in provincia di Parma, all'interno di una casa colonica che fu anche l'abitazione del suo fondatore, maestro elementare, etnografo autodidatta e instancabile collezionista. Il museo nasce dalla sua straordinaria passione per gli oggetti della vita quotidiana, in particolare quelli legati alla cultura contadina e artigiana del Novecento. Nel corso della sua vita, Guatelli ha raccolto oltre 60 000 oggetti: utensili da cucina, attrezzi agricoli, scarpe, giocattoli, contenitori, orologi, chiodi, ferri da stiro, materiali di scarto e molto altro.

Questi oggetti, apparentemente umili e privi di valore economico, diventano nelle sue mani strumenti per raccontare storie dimenticate: quelle dei lavoratori, dei contadini, degli artigiani, delle persone comuni. Guatelli non si limita a raccogliere: studia, cataloga, ascolta ma soprattutto dispone gli oggetti secondo criteri visivi e narrativi originali. Le pareti, i soffitti e le stanze della casa diventano uno spazio unitario in cui gli elementi sono disposti in relazione tra loro, producendo un risultato visivo evocativo.

Il museo non è una collezione tradizionale, ma un racconto visivo e poetico sulla dignità del lavoro manuale, sull'ingegno della sopravvivenza, sulla memoria delle persone “senza storia”, come le chiamava Guatelli. Dopo la sua morte, il museo è stato affidato alla Fondazione Museo Ettore Guatelli, che ne cura la conservazione e la valorizzazione.

Oggi il Museo Guatelli è riconosciuto a livello nazionale e internazionale come un luogo unico nel suo genere: un museo antropologico, artistico e narrativo insieme, che invita i visitatori a riflettere sul valore degli oggetti quotidiani e sul significato della memoria collettiva.

Struttura del museo Ingresso L'ingresso del Museo Guatelli si apre sul cortile della casa colonica ottocentesca che ospita il museo, all'interno di quello che una volta era il granaio. La presenza fin da subito di oggetti appesi alle pareti, disposti in modo ritmico e ripetitivo, anticipa il criterio estetico e allestitivo che caratterizza l'interno del museo.

La disposizione non segue infatti criteri cronologici o tipologici tradizionali, ma privilegia un ordine estetico e ripetitivo che stimola uno sguardo nuovo sull'oggetto quotidiano.

All'ingresso sulla destra, è presente la navassaIl nome è riportato in un foglio scritto di pugno da Guatelli, ma nei dizionari viene indicato come navazza: si tratta di una specie di cassone a sponde basse che si restringono a bocca, da cui far correre via l’uva che vi veniva versata dai vendemmiatori al cui interno Guatelli ha realizzato una particolare composizione di ruote e ruotini. La stanza è stipata di piccoli e grossi contenitori, prevalentemente di legno: botticelle, bigonci per il bucato, imbuti, e triboli che, serviti un tempo a trebbiare il grano sull'aia, si fanno colonne portanti della società rurale qui rappresentata.

Sulla sinistra invece, oltre gli oggetti più grandi: il rullo e il torchio contornati da innumerevoli altri oggetti ad incastonarli all'interno di una singolare composizione. Il torchio, con il vitone di legno necessariamente grosso per non rompersi nello sforzo di premere vinaccia od olive, doveva essere collocato in ambienti molto spaziosi.

Lo scalone Nello scalone che segue l'ingresso, continuano le mensole con contenitori di legno, in gran parte misure fatte in casa, ma anche prodotte industrialmente, come il doppio decalitro che fungeva da misura per i sacchi del grano. Proseguendo, si notano una serie di cassette di legno contenenti sveglie: un modo semplice ma dal risultato estetico straordinario, per riparare gli ingranaggi delle sveglie dalla polvere e dalla fuliggine.

Sulla parete sono inoltre esposti una serie di strumenti musicali che, almeno in parte, erano appartenuti alla banda musicale di Tarsogno alla fine dell'Ottocento oltre a curiosi oggetti appuntiti: si tratta di pettini per la raccolta dei frutti di bosco.

Sulla parete di destra, colpisce una serie di ferri di cavallo, armoniosamente allestita. Proseguendo verso il ballatoio, l'insegna ad arco, sopra la porta, proviene da un'osteria cremonese denominata “L'osteria dei tre re” (ovvero i Magi); oggi però riporta, sovrascritta da un nuovo proprietario, l'insegna "Da Walter".

Il soffitto ricoperto di cesti appesi è tra le curiosità più evidenti di questo singolare percorso verso il cuore del Museo: non per la particolare foggia dei contenitori, ma per la domanda rispetto a come abbia fatto Ettore Guatelli ad appendere i cesti a quell'altezza.

Stanza dei giochi Salita la stretta e ripida scala dall'ingresso e lasciato a destra il grande salone, lo sguardo coglie sullo stretto ballatoio . È la stanza dei giochi che mostra, nella luce piena dell'unica finestra, gli oggetti dell'infanzia, dell'immaginazione: i giocattoli.

Questa stanza dei giochi racconta di una condizione sociale e storica, di un contesto economico agricolo povero, essenziale, svela le abitudini, i bisogni e i piaceri di una comunità familiare attiva nel lavoro dei campi e nella cura degli animali. Nella stanza ci sono i giocattoli che rappresentano e appartengono al mondo contadino e preindustriale del secolo scorso. Qui trovano spazio automobiline, bambole, pupazzi, aeroplanini, riproduzioni di strumenti musicali, figure di animali, trampoli, ma anche nidi di uccelli, topolini secchi, disegni su tavole di legno, alveari, animali esotici imbalsamati... Oggetti curiosi che riempiono interamente il soffitto e le pareti e con i quali i bambini si divertivano a giocare ed inventare storie, pur non essendo dei veri e propri giocattoli.

Sono giochi molto diversi da quelli a cui siamo abituati oggi, costruiti spesso con materiale di recupero (pezzi di legno, scatole di latta, fil di ferro, noci, castagne, cartone...) ad imitazione del mondo dei grandi, in particolare dei mestieri di campagna. Il trattore con le scatole di latta, la bambola di pezza, i camioncini di legno, i buoi di sughero con l'aratro... non erano altro che il mondo degli adulti visti con gli occhi dei bambini.

Il giocattolo aiutava in questo modo il bambino a comprendere la differenza tra il mondo interiore e quello esterno, e ad imparare a gestire i propri sentimenti e le proprie insoddisfazioni, ad affrontare la tensione generata dallo scarto tra i suoi desideri e l'impossibilità di soddisfarli; è decisivo fattore culturale... un'occasione particolare per lo sviluppo e il controllo delle facoltà mentali.

E i giocattoli che riempiono le pareti e il soffitto sono veramente poveri, costruiti o ricostruiti da mani infantili e adulte perché Ettore Guatelli, il maestro, come un regista ha raccolto pezzi autentici o ricostruiti da veri artigiani perché non se ne perdesse memoria. Questi giochi risultano depositari di una memoria individuale e collettiva del mondo dei bambini e sono, comunque, testimoni veritieri di una condizione sociale.

Non tutti sono giocattoli veri e propri. Sono fatti dalle stesse persone che da adulti però usano meglio le mani. Un certo numero è anche autentico, d'epoca, e viene dai solai. Che i raccoglitori hanno imparato a setacciare....

Ecco allora le bambole di legno per le bambine ricavate da scorze di alberi o i camioncini dei ragazzi con la semisfera del mestolo davanti che diventava fanale con la luce della candela che accendeva l'immaginazione e preoccupava gli anziani che sgridavano per paura di un incendio ma per Ettore e i suoi compagni di giochi era bello tirarsi dietro il camioncino che proiettava in avanti la luce come quelli veri.

Nella stanza ci sono giocattoli di tutti i generi e ognuno è testimone di qualcosa, di una reale esperienza di vita. Ci sono giocattoli che fanno meraviglia per l'ingegno dei costruttori come le macchine che si muovono da sole o con una manovella che le attiva e ci sono dei semplici nidi di uccelli, ci sono birilli di legno e manubri di bicicletta fatti con il filo di ferro per dare vita ad immaginari giri d'Italia che solo nella fantasia dei bambini potevano esistere.

Poi compaiono anche i giochi nuovi che la civiltà industriale stimolava. Nelle discariche dei due insediamenti industriali vicino alla casa coloniale apparvero nuovi materiali come la plastica o altri scarti di lavorazione e quindi il tubetto di dentifricio si trasforma in una figura umana, le confezioni di lucido da scarpe diventano ruote di un trattore e la scatola dei pelati diventa la caldaia di una locomotiva “sono le figurine nate per diletto, ma più per suggerire come si possa, dal niente, fare qualcosa che aiuti a passare il tempo e a dare, a chi le fa, anche il piacere per l'invenzione".

Salone principale (granaio) Questo salone è stato tante cose: granaio, spazio per l'allevamento del baco da seta, spazio per l'allevamento di polli da batteria poi ancora granaio e, infine, museo: la più bella stanza del museo; adesso è organizzata e divisa per mestieri: il falegname, il fabbro, l'arte della tessitura, quella della norcino, il lavoro del contadino...

Lo spettatore in questo salone sprofonda perché si trova circondato da sollecitazioni emotive e culturali improvvise che diventano trame di un racconto che congiunge l'estetica (nella cura espositiva e nella originalità dell'allestimento) la sociologia (per l'evidente, chiarissimo collegamento tra l'uomo, il lavoro e la società) l'antropologia (nella palese, lucida dimostrazione della fatica del vivere) e la poesia (che rivela una dimensione umana ormai sconosciuta al visitatore).

Tra gli oggetti presenti ci sono zangole, torni, gabbie per formaggi, centinaia di coltelli di tutte le misure, mantici enormi, aratri e (perché no?), anche la polvere lasciata dai tarli del legno. Anche quella segatura serviva a qualcosa….

Centinaia di oggetti che, uguali, senza differenti livelli di importanza, parlano, e, pur nella loro diversità, raccontano, documentano, testimoniano la grandiosa unità di quel mondo contadino chiuso tra il mare e il Po e, oltre ad essere testimonianza, grazie alla loro sistemazione nel salone ad opera del regista / artista Guatelli, assolvono anche una funzione estetica diventando un'originale e unica opera creativa.

Cucina

Non si tratta di una cucina come possiamo immaginarla, pensata per cucinare e consumare i pasti della giornata, ma bensì una wunderkammer, una camera delle meraviglie in cui trovano spazio centinaia di oggetti afferenti agli ambienti delle cucine di una volta. A terra, mobili rustici, due ricavati da tronchi. In alto, pentole a soffitto, mentre sulle pareti troviamo conche di legno e stampi per dolci di forma tonda. E ancora testi in ghisa e rarissimi testi in terracotta di varie dimensioni.