Conte (in tedesco: Graf), fu ministro degli esteri dell'Austria-Ungheria dal 1912 al 1915. È considerato uno dei maggiori responsabili del conflitto austro-serbo che portò allo scoppio della prima guerra mondiale.
L'uomo privato e il diplomatico
Oriundo di una famiglia baronale austriaca, Leopold Berchtold, era naturalizzato ungherese. Nelle sue vene scorreva sangue polacco, ceco, italiano, ruteno, slavo, ungherese e austro-tedesco. Molto ricco, fu uno dei più grandi proprietari terrieri dell'Impero austriaco. Appassionato giocatore di golf, patrocinatore di gare automobilistiche e di aviazione, proprietario di una scuderia di cavalli da corsa, non mancava mai alle manifestazioni ippiche, nemmeno nelle più gravi congiunture politiche.May, La monarchia asburgica, Bologna, 1991, p. 649. Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, p. 403.
Iniziò la carriera diplomatica nel 1883, a venti anni, e la concluse, per sua richiesta, nel 1911 dopo un incarico di cinque anni come ambasciatore a San Pietroburgo. Durante questo periodo, nel 1908, mise a disposizione il suo castello di Buchlau (oggi Buchlovice) in Moravia per l'incontro fra l'allora Ministro degli Esteri austriaco Alois Lexa von Aehrenthal e il suo omologo russo Aleksandr Petrovič Izvol'skij, incontro che diede origine alla Crisi bosniaca.
La nomina a Ministro degli Esteri Berchtold subentrò alla BallplatzContrazione di Ballhausplatz. Veniva così denominata la sede del Ministero degli Esteri austriaco a Vienna; oggi sede della Cancelleria federale austriaca. ad Aehrenthal, la cui salute malferma si aggravava, alla fine di gennaio del 1912. Il nuovo ministro fu designato, grazie alla sua familiarità con la Russia, da Francesco Giuseppe per suggerimento dello stesso Aehrenthal (anch'egli ex ambasciatore a San Pietroburgo). Si contava sull'esperienza di Berchtold e sulle sue conoscenze per un miglioramento dei rapporti e per diminuire le animosità fra Austria e Russia.May, La monarchia asburgica, Bologna, 1991, p. 648.
Berchtold, invece, avrebbe volentieri fatto a meno della nomina, ma un forte senso del dovere lo portò, infine, ad accettare. Le alte cariche della società russa salutarono con soddisfazione l'incarico; non così quelle tedesche che diffidavano del nuovo ministro, il quale non aveva mai avuto nomine a Berlino e veniva considerato persona «imbevuta di idee e simpatie russe».May, La monarchia asburgica, Bologna, 1991, p. 649.
La guerra italo-turca (1911-1912) La nomina di Berchtold capitò nel mezzo della Guerra italo-turca durante la quale il neo Ministro degli Esteri, interpretando a favore dell'Italia l'articolo 7 della Triplice alleanza, consentì a quest'ultima l'occupazione delle isole turche di Rodi, Scarpanto e Stampalia. Ma le operazioni navali che seguirono portarono alla conquista di ben dodici isole, con la richiesta di poter occupare anche Chio, sulla rotta per i Dardanelli. Il 31 maggio 1912, Berchtold rifiutò la richiesta per Chio e per qualsiasi altra isola turca, pena il disimpegno dell'Austria ad accordarsi con l'Italia per qualsiasi futuro eventuale ampliamento territoriale di Vienna nei Balcani. Il governo italiano, nella persona di Giovanni Giolitti, accettò l'avvertimento e mise fine alle conquiste nel Mar Egeo.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, pp. 377, 379.
La Crisi nei Balcani (1912-1913) Conseguenza della guerra italo-turca fu la prima guerra balcanica, durante la quale la Serbia, considerata un pericolo per il precario equilibrio interno dell'Austria, riportò importanti successi sulla Turchia. Un mese dopo l'inizio delle ostilità Berchtold dichiarò che non sarebbe stato concesso alla Serbia di raggiungere l'Adriatico, avvertimento che trovò d'accordo l'Italia.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, p. 439.
Il rinnovo della Triplice Alleanza
In questa situazione, Berchtold dovette affrontare il problema del rinnovo o meno della Triplice alleanza, per il quale Roma avanzò la richiesta del riconoscimento ufficiale delle sue conquiste in Africa nella guerra italo-turca. Il grave momento internazionale portò Berchtold ad acconsentire e, nonostante il forte partito italofobo a Vienna, l'alleanza fu rinnovata il 5 dicembre 1912.
L'assedio di Scutari
Durante la prima guerra balcanica l'esercito del Montenegro (alleato della Serbia) pose l'assedio alla piazzaforte strategica turca di Scutari (oggi in Albania). Le potenze europee, e prima fra tutte l'Austria, avevano deciso che tale località dovesse essere assegnata alla nascente Albania. Esse intimarono quindi il Montenegro di ritirarsi. Berchtold, che temeva un passaggio della piazzaforte con il vicino porto di San Giovanni di Medua alla Serbia, cominciò il 22 marzo 1913 a minacciare re Nicola del Montenegro di ricorrere alla forza. Ma questi, per nulla intimorito, proseguì l'assedio alla piazzaforte turca che si arrese nella notte fra il 22 e il 23 aprile.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, pp. 464, 466.
Il piccolo Montenegro, alleato della Serbia e amico della Russia, teneva testa all'Austria. Appresa la caduta della piazzaforte, Berchtold, sostenuto dalla Germania, invitò le potenze ad occupare i porti montenegrini o a bombardarli, avvertendole che in alternativa l'Austria avrebbe deciso di «ottenere con la violenza lo sgombero di Scutari». Il 3 maggio 1913 re Nicola, impaurito, decise di fare marcia indietro e ritirarsi incondizionatamente da Scutari.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, pp. 467, 471.
La pace di Bucarest Al termine della seconda guerra balcanica che aveva visto la Bulgaria attaccare la Serbia e perdere catastroficamente il conflitto, Berchtold fece di tutto per limitare gli acquisti territoriali della Serbia e difendere la Bulgaria. In questa azione si trovò affiancato debolmente solo dalla Russia, mentre la Germania, che voleva attrarre nella sua sfera d'influenza la Grecia, gli voltò completamente le spalle. Tale atteggiamento ferì Berchtold che in un ampio memoriale dimostrò, dal suo punto di vista, l'inevitabilità di un conflitto austro-serbo e la necessità di allearsi alla naturale nemica della Serbia, la Bulgaria.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, pp. 485, 486.
I delegati bulgari, nella speranza di una revisione, ravvisata da Berchtold, delle pesanti condizioni di pace, firmarono il 10 agosto 1913 il trattato. Ma al momento buono la richiesta della revisione fu fatta solo dall'Austria e dalla Russia (contraria agli ampliamenti territoriali greci) e anche questa, il 14 agosto si ritirò dal tavolo delle trattative. Per Berchtold fu una disfatta, aggravata dall'omaggio del bastone di maresciallo da parte dell'imperatore tedesco Guglielmo II ad uno dei più grandi avversari della Bulgaria: Re Costantino di Grecia.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, pp. 487, 488.
L'ultimatum alla Serbia del 1913
Terminata la prima guerra balcanica, la Conferenza di Londra stabilì i confini dell'Albania che la Serbia, vincitrice, sembrava non voler rispettare, stanziando truppe all'interno dello Stato appena costituito. Messo alle strette da Berchtold, il governo serbo, presieduto da Nikola Pašić comunicò il 16 ottobre 1913 la volontà a non avanzare ulteriormente in territorio albanese e attendere la definitiva delimitazione delle frontiere.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, pp. 495, 497, 501.
Per nulla appagato, Berchtold inviò il giorno dopo al suo ambasciatore a Belgrado, Wilhelm Ritter von Storck, un comunicato che questi consegnò al governo serbo il 18. Nel comunicato si intimava la Serbia a richiamare immediatamente le truppe che avevano oltrepassato il confine albanese e a completare lo sgombero entro otto giorni, «in caso contrario il governo Imperiale e RegioTermine con il quale si definiva il governo austro-ungarico. si vedrebbe con suo grande dispiacere nella necessità di ricorrere ai mezzi adatti ad assicurare il compimento della sua richiesta». Si trattava di un ultimatum: per la prima volta Berchtold, in accordo con il Consiglio dei ministri, lo Stato Maggiore e l'imperatore Francesco Giuseppe, considerava seriamente l'opzione militare. Il 19 ottobre, il governo serbo dava ordine alle sue truppe di ritirarsi, e un giorno prima della scadenza dell’ultimatum, il 25, lo sgombero era stato completato.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. I, pp. 501, 507.
La crisi del luglio 1914
Il 28 giugno 1914, con l'assassinio di Francesco Ferdinando per mano del serbo Gavrilo Princip, lo scontro fra Austria e Serbia divenne per Berchtold, almeno inizialmente, inevitabile; tanto più che in questa convinzione era sostenuto dalla Germania. L'ambasciatore tedesco a Vienna Heinrich von Tschirschky suggerì, infatti, «un'azione energica» contro la Serbia.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. II, p. 135.
Il contrasto con Tisza
L'8 luglio, stabiliti e definiti i contatti con l'alleata Germania sulla questione, Berchtold scriveva al Presidente del Consiglio d'Ungheria István Tisza, apertamente contrario ad un intervento armato: «Tschirschky mi ha informato che [...] a Berlino si attende un'azione della MonarchiaTermine con il quale si definiva l'Austria-Ungheria. contro la Serbia e che in Germania non si comprenderebbe che noi lasciassimo passare l'occasione senza menare un colpo... Da altre dichiarazioni dell'ambasciatore ho potuto trarre l'impressione che in Germania si interpreterebbe una transazione da parte nostra con la Serbia come una confessione di debolezza la quale non potrebbe rimanere senza ripercussioni sulla nostra posizione nella Triplice alleanza e sulla politica avvenire della Germania». Pressioni che Berchtold confermò alla Neue Freie Presse il 28 settembre 1919: «Mai avremmo agito così se la Germania non ci avesse spinti».Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. II, pp. 154, 155.
Fatto sta che Berchtold contrastò fermamente il punto di vista pacifista di Tisza. Nel verbale del Consiglio dei ministri del 7 luglio 1914 il redattore riporta che Berchtold osservava che le vittorie diplomatiche sulla Serbia non avevano che aggravato la tensione fra i due Paesi, e che «una soluzione radicale del problema sollevato dalla propaganda [...] di Belgrado per una Grande Serbia, e di cui le ripercussioni sovversive si avvertivano da Zagabria a Zara, non era possibile se non mediante un intervento armato». Le conclusioni del Consiglio dei ministri determinarono l'isolamento di Tisza.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. II, pp. 170, 171.
L'Italia all'oscuro L'altra alleata dell'Austria, l'Italia, venne volutamente tenuta all'oscuro dei preparativi bellici. Berchtold riteneva che se si fosse posta la questione, il governo di Roma (allora presieduto da Antonio Salandra) avrebbe richiesto compensi come Valona, ciò che non gli si poteva accordare. Berchtold, inoltre, riteneva che nel caso di una guerra europea, l'Italia si sarebbe schierata con la Triplice alleanza ma soprattutto stava giungendo alla conclusione che, dopo tutto, una guerra su vasta scala si poteva evitare e che le cose con la Serbia avrebbero finito con l'accomodarsi.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. II, pp. 222, 224.
Quando però l'ambasciatore Tschirschky pose seriamente la questione del futuro atteggiamento dell'Italia, il 20 luglio, Berchtold rispose che l'Austria non si sarebbe fatta intimidire dall'Italia che, in conseguenza della campagna di Libia, non era affatto bellicosa e che avrebbe manifestato il suo malumore con delle parole, non con degli atti.Albertini, Le origini della guerra del 1914, Milano, 1942, Vol. II, 235, 236.
L'ultimatum alla Serbia del 1914