Biografia

Prima formazione a Pistoia e Firenze Era figlio di Vincenzo, uno strumentaio specializzato in strumenti a fiato.Francesco Bussi, voce Mabellini, Teodulo, in Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti, diretto da Alberto Basso, serie II: Le biografie, vol. 4: JE-MA, Torino, UTET, 1986, pp. 540-541. Ricevette le prime lezioni musicali dal padre e dal flautista Gioacchino Bimboni (il futuro costruttore di strumenti della famiglia degli ottoni).Claudio Paradiso, voce Mabellini, Teofilo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 66, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2006, consultabile on-line su Treccani.it. La formazione che gli impartirono questi suoi primi maestri fu determinante per il particolare tipo di scrittura orchestrale che utilizzò. Con Bimboni continuò ad avere a che fare tutta la vita e con lui sviluppò una conoscenza della scrittura per fiati non comune per i tempi (vedi Stile). Nel 1826 fu voce bianca del Duomo di Pistoia. Le cronache locali coeve lo descrivono come un geniale bambino prodigio.Gabardo Gabardi, Ricordo dei parentali a Teodulo Mabellini in Pistoia, Firenze, Tipografia cooperativa, 1899. Continuò i suoi studi privatamente con Giuseppe Pillotti (organista del duomo) e Giuseppe Gherardeschi, e già a dodici anni aveva composto musica vocale, da camera, marce militari e arrangiamenti per banda.Claudio Paradiso, Teodulo Mabellini: la vita, in ID. (a cura di), Teodulo Mabellini, il protagonista dell'Ottocento musicale toscano, Pistoia, Brigata del Leoncino, 2005, pp. 37-195. Nel 1832 il quindicenne Mabellini tenne un concerto di sue composizioni (ci è rimasta solo lEstro armonico, il cui autografo è a Pistoia, vedi Fonti) a Pistoia e Grosseto, fatto che convinse i concittadini a elargire «private oblazioni» per farlo iscrivere all'Istituto musicale di Firenze, dove studiò dal 1833 al 1836.Francesco Bussi, voce Mabellini, Teodulo, in The New Grove of Music and Musicians. Second Edition, edited by Stanley Sadie, executive editor John Tyrrell, vol. 15: Liturgy to Martinů, London, Macmillan, 2001-2002, pp. 444-445. Appena diplomato trovò lavoro come maestro al cembalo del pistoiese Teatro dei Risvegliati, e collaborò a produzioni come La straniera di Vincenzo Bellini e Anna Bolena di Gaetano Donizetti.Jean Grundy Fanelli, A Chronology of Operas, Oratorios, Operettas, Cantatas and Miscellaneous Stage Works with Music performed in Pistoia (1606-1943), Bologna, Pendragon, 1998. L'ambiente operistico lo ispirò nella composizione del suo primo lavoro teatrale, Matilde e Toledo, scritto dal diciannovenne compositore in appena un mese. Riuscì a farlo rappresentare al Teatro Alfieri di Firenze il 27 agosto 1836, e il suo grande successo stupì il Granduca Leopoldo II di Lorena in persona, che gratificò Mabellini di una considerevole borsa di studio mensile.Sebastian Werr, voce Mabellini, Teodulo, in Die Musik in Geschichte und Gegenwart. Allgemeine Enzyklopädie der Musik begründet von Friedrich Blume, a cura di Ludwig Finscher, serie I: Personenteil, vol. 11: Les-Men, Kassel-Basel-London-New York-Praha, Bärenreiter/Stuttgart-Weimar, Metzler, 2004, colonne 682-683.

Gli studi con Mercadante e il successo operistico Con la borsa appena vinta si recò a Novara per studiare con Saverio Mercadante. Il maestro napoletano ammirò la dedizione e il talento di Mabellini: i due rimasero in ottimi e stimati rapporti fino alla morte di Mercadante nel 1870. Durante il periodo di studio, Mercadante affidò a Mabellini la riduzione per canto e pianoforte dell'opera Le illustri rivali, e lo portò con sé per la supervisione degli allestimenti di molti suoi lavori in altre città, soprattutto a Venezia. Sotto la guida di Mercadante, Mabellini si formò anche nel genere sacro, con una Messa che il maestro fece eseguire a Novara nel 1838. Per ringraziare il Granduca della grande opportunità di aver potuto studiare con Mercadante, Mabellini gli dedica la cantata La partenza per la caccia nel 1839. Nel 1840 andò in scena a Torino (al Teatro Carignano) l'opera lirica Rolla, il più grande successo operistico di Mabellini, composto quasi sotto la supervisione di Mercadante. Rolla ottenne il plauso del famoso librettista Felice Romani e del leggendario pianista Carl Czerny, che ne ridusse i temi principali in una fantasia per pianoforte. Sull'onda del successo ottenuto, Mabellini riuscì a entrare nella cerchia del grande impresario Alessandro Lanari, che da allora fino al 1857 gli garantì le migliori produzioni e compagnie del momento. Forte di questo appoggio scrisse di getto Ginevra di Firenze (1841, di nuovo per il Carignano di Torino), opera che poi rimaneggiò più volte (la versione definitiva si intitola Ginevra degli Almieri), e Il conte di Lavagna, scritta al ritorno a Pistoia nel 1842 con dedica al Granduca, e rappresentata con tutti gli onori alla Pergola di Firenze nel 1843.

Il fiasco dei Veneziani a Costantinopoli, la Cappella fiorentina e la musica sacra Il suo successo operistico subì un momentaneo stop con il fiasco de I veneziani a Costantinopoli a Roma nel 1844 (di quest'opera si è perduto anche l'autografo, vedi Fonti). Da allora Mabellini rimase a Firenze, si sposò (con Gabriella Ferrari, figlia di farmacisti fiorentini, nel 1846), e compose la sua ultima opera seria Maria di Francia durante la luna di miele (fu rappresentata alla Pergola nel 1846), prima di accettare numerose commissioni granducali, soprattutto sacre (molte cantate per feste locali: si ricordano Eudossia e Paolo per il patrono di San Giovanni, Il ritorno per la villeggiatura del granduca a Poggio a Caiano, i Responsori per la settimana santa, e L'ultimo giorno di Gerusalemme per vari istituti ecclesiastici fiorentini), la cui qualità gli fece ottenere, nel 1847, la nomina di maestro di cappella di corte. Mabellini fu l'ultimo compositore insignito della carica (dopo la fuga degli Asburgo-Lorena del 1859, la Cappella non venne più ripristinata), e obbedì al volere dei sovrani di far conoscere in Toscana opere sacre tedesche: eseguì spesso per la prima volta in Italia lavori liturgici di Mozart, Albrechtsberger, Hoffmann e Krommer. Per la Cappella, dal 1847 al 1859, Mabellini compose in prima persona una gran quantità di musica sacra, divenendo una sorta di campione del genere, e partecipando attivamente con i suoi lavori ai dibattiti stilistici sul giusto modo di comporre le messe che si originarono in quegli anni, dibattiti incentrati sul ritorno a una sorta di purezza della musica da chiesa da contrapporre a un troppo enfatico stile teatrale. Mabellini continuò a dedicarsi al sacro anche dopo il 1859, con una mole di lavori che lo resero uno degli autori di musica sacra più apprezzati del tempo. Alla Cappella, inoltre, trovò un eccellente ensemble strumentale, composto dal suo vecchio maestro Bimboni e da professionisti come il flautista Cesare Ciardi, il cornista Francesco Paoli, e il trombettista Enea Brizzi (costoro rappresentavano i solisti migliori della Firenze dell'epoca), con la collaborazione del quale plasmò il suo particolare tipo di scrittura orchestrale (vedi Stile): appositamente per questi artisti scrisse una Gran fantasia per flauto, clarinetto, corno, tromba, trombone e orchestra, oggi a Firenze e Fano (vedi Fonti).

La Pergola e il Risorgimento Il suo gran lavoro alla Cappella convinse il Granduca a nominare Mabellini direttore del Teatro della Pergola nel 1848. Qui si fece apprezzare come direttore d'orchestra professionista, uno dei primi direttori puri (non strumentisti), e uno dei primi in Italia, insieme ad Angelo Mariani, a potersi definire anche concertatore-direttore. Le sue scelte nell'ambito della direzione artistica continuarono la tradizione fiorentina di apertura verso gli esperimenti romantici stranieri e mise in scena molte opere di Giacomo Meyerbeer, Charles Gounod e Richard Wagner, ma, forse per ragioni politiche, non trascurò le opere di Giuseppe Verdi, per esempio mise in scena La battaglia di Legnano con la direzione di Alamanno Biagi nel pieno della Prima guerra d'Indipendenza. Nonostante l'assenza di allusioni patriottiche nelle sue opere teatrali, e gli incarichi granducali, Mabellini dimostrò altre volte uno spirito risorgimentale. Nel 1847, un anno prima dello scoppio delle rivoluzioni borghesi, che videro un profluvio di cori patriottici, scrisse L'Italia risorta, la cui composizione precede di pochi mesi la messa in musica da parte di Michele Novaro del Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e il tentativo di Giuseppe Verdi di musicare il Suona la tromba di Giuseppe Mazzini.Una descrizione della turbolenta prima esecuzione dell'inno, alla Pergola, è in Marcello De Angelis, Le carte dell'impresario. Melodramma e costume teatrale nell'Ottocento, Firenze, Sansoni, 1982, p. 121. Ancora nel '47 musicò lInno all'Italia: sorgi depressa Italia, e nel 1859 scrisse una messa per i caduti della Battaglia di Curtatone e Montanara, eseguita nella Basilica di Santa Croce. Il suo atteggiamento politico fu comunque sempre moderato: trovò esagerate alcune esternazioni anti-aristocratiche, difese molti compositori rimasti in contatto con l'Austria e quindi passibili di accuse di reazionarismo (per esempio Gioacchino Rossini), e rimase sempre in rapporti di amicizia personale con il Granduca. Forse, come Giovan Pietro Vieusseux e Daniele Manin negli stessi anni, fantasticò che Leopoldo II assumesse la guida del movimento risorgimentale, al fine di fare un'Italia a guida toscana invece che piemonteseSull'argomento vedi Pasquale Siano, A Firenze letteratura e poesia, in Marcello Vannucci, I Lorena, granduchi di Toscana. Dal Settecento all'unità d'Italia, avvenimenti, protagonisti e curiosità di oltre un secolo di storia, attraverso le alterne vicende dei successori dei Medici, Roma, Newton & Compton, 1998, pp. 233-240:236. Vedi anche Francesco Bissoli, Compiti celebrativi e impegno civile nelle cantate mabelliniane in ., e probabilmente con quest'idea in mente scrisse un Inno nazionale toscano nel 1858, stampato a Firenze da Lorenzi.

La fine della carriera teatrale, la Società filarmonica e l'insegnamento La sua attività compositiva continuò nel 1851 con una Messa da Requiem, che ebbe un vasto successo in tutta Europa, con l'opera comica Il venturiero (rappresentata a Livorno nel 1851), con il dramma sacro Baldassarre (per la Pergola, 1852), e nel 1857 con l'opera buffa Fiammetta, scritta in collaborazione con Luigi Gordigiani. Quest'opera fu però l'ultimo suo lavoro teatrale: da allora si dedicò molto di più alla musica sacra e, soprattutto, all'organizzazione di eventi, alla direzione d'orchestra e all'insegnamento, sacrificando la sua carriera operistica. Insieme ad Abramo Basevi divenne la personalità musicale più importante della città. Dal 1859 (fino al 1887) divenne insegnante di composizione nell'Istituto Musicale dove si era diplomato: tra i suoi allievi si ricordano Salvatore Auteri Manzocchi, Emilio Usiglio, Gaetano Palloni, Luigi e Marino Mancinelli, Guido Tacchinardi, Ettore De Champs, Priamo Gallisay, Melesio Morales e Luigi Bicchierai. Nel 1859 divenne direttore della Società Filarmonica, con la quale contribuì in modo determinante, spesso con prime esecuzioni nazionali, alla diffusione in Toscana e in Italia dei compositori classici di area austro-tedesca (Haydn, Mozart, Beethoven, Mendelssohn, Wagner)Le sinfonie di Beethoven non erano mai state eseguite a Firenze, cfr. Paolo Paolini, Beethoven a Firenze nell'Ottocento, in «Nuova rivista musicale italiana», V/5 (1971) e V/6 (1971), Torino, ERI, 1971, pp. 753-787 e pp. 973-1002. Mabellini contribuì anche alla diffusione fiorentina degli allora mai sentiti Robert Schumann e Johannes Brahms, cfr. Mila De Santis, La ricezione di Brahms e Schumann a Firenze. Prime indagini (1840-1880), in Schumann, Brahms e l'Italia. Convegno internazionale, Roma, 4-5 novembre 1999, Roma, Accademia dei Lincei, 2001, pp. 197-223. e francese (Gounod e Meyerbeer).