Treno popolare è un film italiano del 1933 diretto da Raffaello Matarazzo.

Primo lungometraggio del regista, è caratterizzato da elementi di novità e realismo rispetto al cinema italiano dell'epoca, e per questo venne apprezzato dalla critica. Ebbe tuttavia una negativa accoglienza da parte del pubblico.

Trama

È una domenica mattina alla stazione ferroviaria di Roma. Tra la folla che si accalca alla biglietteria per poter partire con un treno popolare diretto ad Orvieto v'è Giovanni, un impiegato che è finalmente riuscito a convincere la vivace collega Lina, cui fa la corte, a trascorrere con lui la giornata. Spera così di avere l'occasione per dichiararsi, anche se lei lo scoraggia in ogni modo.

In viaggio fanno conoscenza con Carlo, un intraprendente giovane che si offre come guida, affermando di conoscere benissimo Orvieto. Giovanni ne è indispettito e tenta di liberarsene ma invano, in quanto la ragazza invece gradisce la compagnia del nuovo venuto. Giunti a destinazione, i tre iniziano a visitare la città ed emerge che Carlo ne ha millantato la conoscenza solo per restare con la giovane. Ma tutti gli sforzi del goffo Giovanni per metterlo in cattiva luce e per allontanarlo non ottengono risultati ed, anzi, in qualche occasione è lui a restare escluso.

Dopo il pranzo, Carlo propone una gita in bicicletta, idea che, nonostante l'opposizione di Giovanni, viene accolta da Lina con piacere. Ben presto lei e Carlo lasciano indietro Giovanni, il quale sbaglia strada e si ritrova da solo. Arrivati sulle sponde del Fiume Paglia, i due giovani salgono su una barchetta, ma a causa di una manovra maldestra cadono in acqua. Per asciugare i vestiti fradici, Carlo e Lina li stendono sul greto e si nascondono in un capanno. Quando sopraggiunge Giovanni e vede gli abiti crede che i due siano annegati. Dopo una serie di malintesi ed una rissa con Giovanni, finalmente Carlo riesce a restare solo con Lina ed i due giovani si baciano.

Alla sera, sul treno del ritorno, lo sconsolato Giovanni medita sul fallimento dei suoi progetti. Ma proprio allora inizia a simpatizzare con Maria, una giovane che era stata invitata da un uomo anziano e poi da questo abbandonata per tutto il giorno quando lo moglie lo aveva sorpreso in compagnia della ragazza. Dopo aver vissuto una giornata di vergogna per l'imbarazzante situazione Maria accetta da Giovanni una caramella ed a fine giornata entrambi trovano un motivo per sorridere.

Accanto alla vicenda principale, il film si sofferma su altri personaggi: l'anziano sorpreso nel tentativo di scappatella, sua moglie furente e sarcastica, la ragazza abbandonata ed oggetto di derisione, giovani coppie in gita, famiglie con bambini, un anziano signore azzimato alle prese con un viaggiatore maleducato, un gruppo di orvietani che ballano ad una festa campestre, a cui si uniscono anche i "cittadini" arrivati col treno.

Produzione

Treno popolare è il primo lungometraggio di Raffaello Matarazzo, che in precedenza aveva diretto come regista soltanto due brevi documentari celebrativi delle opere del regimeSi tratta di Littoria (1932), sulla bonifica delle paludi pontine e di Mussolinia di Sardegna (1933) sulla costruzione di una diga nel bacino del Tirso, prodotti entrambi dalla Cines Pittaluga e della durata di circa 12 minuti ciascuno., benché lui affermasse poi di essere di idee antifascisteDichiarazioni di Matarazzo, intervistato da Bernard Eisenschitz, in (FR)Positif, n. 183 - 184 , luglio - agosto 1976.. L'idea del soggetto gli fu certamente ispirata dalle esperienze fatte durante il periodo – dal 1929 al 1932 – in cui egli ricoprì l'incarico di responsabile dell'Ufficio Stampa del Dopolavoro dell'Urbe, dato che i “treni popolari” erano organizzati proprio dall'Opera nazionale dopolavoro. Accanto al giovane regista, allora ventitreenne, è esordiente anche il co-sceneggiatore Gastone Bosio, giornalista collega di Matarazzo al quotidiano romano Il Tevere, che poi resterà per molti anni nel mondo della produzione cinematografica.

Giovani esordienti furono quasi tutti gli attori protagonisti, in particolare l'interprete femminile principale, la bolognese Lina Gennari, a quel tempo diciassettenne, e Carlo Petrangeli, proveniente dalla Accademia di Santa Cecilia, dove allora esisteva una Scuola Nazionale di Cinematografia diretta da Alessandro Blasetti, nella quale Matarazzo ricopriva il ruolo di segretarioCfr. Gian Piero Brunetta. Intellettuali, cinema e propaganda tra le due guerre, Bologna, Patron, 1973, p.83. e che poi nel 1935 il regime fece confluire nel Centro Sperimentale di CinematografiaFreddi, cit. in bibliografia, p.266.. Esordiente era anche l'autore delle musiche, l'allora ventiduenne Nino Rota che ricorderà poi di aver partecipato quasi per gioco e sbagliando i tempi della partituraRota ne L'undicesima musa cit in bibliografia, p.38..

La partecipazione di tanti giovani alla ideazione e realizzazione del film suscitò interesse e curiosità nei commentatori del tempo. In un articolo apparso sul settimanale Cinema Illustrazione si dava infatti notizia di «uno strano convoglio alla Stazione Termini», descrivendo con simpatia il chiassoso rientro della troupe a Roma con la presenza di un regista «imberbe» ed evidenziando il fatto che la somma dell'età di regista ed attori principali superava di poco quota centoGiuseppe V. Sampieri, rubrica "corriere romano", in Cinema Illustrazione, n. 37 del 13 settembre 1933.. Anche il quotidiano La Stampa presentò il film come «la più interessante o almeno la più nuova tra le nuove iniziative. Un film di giovani, un film di intonazione italiana con interpreti principali nuovi per lo schermoArticolo non firmato, La Stampa del 5 settembre 1933.».

L'unico attore con qualche precedente esperienza cinematografica, Marcello Spada, metterà anch'egli in evidenza la particolare freschezza di quel "set": «Erano tutti giovani, il regista era addirittura più giovane di me. Era un film un po' improvvisato; si vedevano alla sera i pezzi girati, ognuno diceva le proprie impressioni ed allora qualcosa si rivedeva e correggeva il giorno dopoSpada in Cinecittà anni trenta, cit. in bibliografia, p.1055.».

La giovane età dei suoi realizzatori non fu l'unico elemento di interesse del film. Treno popolare fu infatti interamente girato in esterni (in particolare sulla ferrovia Firenze-Roma, al tempo non ancora elettrificata, e a Orvieto e dintorni) e questo aspetto costituì una rilevante novità per i canoni delle produzioni cinematografiche del tempo: si trattò, secondo La Stampa del «primo nostro [italiano -ndr] tentativo di creare un'opera esclusivamente affidandosi agli esterni». Come scrisse Cinema Illustrazione, «per realizzare questo film non si è costruita una sola scena». Anche i tempi di realizzazione del film furono molto rapidi, meno di due mesi, tra il settembre e l'ottobre del 1933Scenario , n. 10, ottobre 1933..

Questi restarono negli anni gli elementi principali per cui il film viene ricordato: «si tratta di «uno squarcio en plein air – ha scritto il Mereghetti – rispetto ad un cinema fatto quasi sempre in studio, con uno spaccato sociale "democratico", che punta l'attenzione sulla variegata classe popolare italiana, con personaggi che non sono semplici macchiette». Trent'anni dopo lo stesso Matarazzo rievocò in prima persona i suoi ricordi del "set": «abbiamo interamente girato Treno popolare a Orvieto, perché non avevamo i soldi per un teatro di posa. Il risultato nel film era evidentemente una maggiore semplicità, una maggiore verità».

Accoglienza

Lo spirito innovativo del film non lo salvò da una pessima accoglienza degli spettatori, che lo contestarono violentemente quando, nel novembre 1933, fu presentato al cinema "Barberini" di Roma. È ancora Matarazzo a rievocare quell'episodio con amarezza: «Alla "prima", mi ricordo, la gente, che vedeva tutto questo per la prima volta, ha gridato, fischiato come non avevo mai visto fischiare un film: erano rossi a forza di fischiare nelle chiavi e in cos'altro avevano. Fu una serata molto triste per me».

Oltre a subire i fischi del pubblico, una circostanza non rara a quel tempo per i film di produzione italianaFreddi, cit. in bibliografia, p.7., Treno popolare suscitò qualche malumore nel regime, benché si ispirasse ad una sua iniziativa molto apprezzata. «Treno popolare non piace al regime fascista: troppo disinteresse, anche in un breve divertimento, per i destini della patria, troppo naturalismo alla franceseIl cinema, grande storia illustrata cit. in bibliografia, vol. 2°, p.26.».

La versione del regista fu che Treno popolare «era un film che mostrava la gente com'era, malvestita come nella realtà, ed i fascisti non potevano ammetterlo, dato che la verità è sempre l'ultima cosa che viene detta; hanno protestato contro il film». Tuttavia la circolazione del film nelle sale non venne impedita per cui alla fine, anche a motivo dei suoi modesti costi, si poté recuperare il denaro investito, anche se poi la società produttrice SAFIR non riuscì a realizzare altre pellicoleCfr. Le città del cinema, Napoleoni Edit. Roma, 1979, p.499..

Critica A fronte dell'insuccesso di pubblico, Treno popolare fu generalmente apprezzato dai commentatori, anticipando, ma al contrario, quel contrasto tra critica e pubblico che Matarazzo vivrà poi con i suoi film dei primi anni cinquanta. Particolarmente positivo fu il commento del Corriere della Sera, secondo cui «non basta avere vent'anni, bisogna anche avere le qualità dei vent'anni. E Treno popolare, ha freschezza, semplicità, spontaneo interesse per le cose, impulsiva sincerità nel raccontarle. C'è però anche un notevole senso di proporzione e di misura, un'attenzione sempre vigile portata all'azione e ai caratteri principali. È un film divertente e simpatico, intonato e gentile, giusto nel ritmo, cinematografico sempre. Buono l'accompagnamento musicale di Rota, aderente all'azione e giustamente popolareFilippo Sacchi, recensione sul Corriere della sera, 15 novembre 1933.». Poco tempo dopo anche la Stampa si associò alle lodi: «Il film contiene tutti i pregi e l'ingenuità della giovinezza, staccandosi dai soliti "tabarini" e dalla solita cartapesta», definendolo un «ottimo e promettente inizio di due giovani di ingegno, spettacolo quasi sempre piacevole rallegrato da scorci e trovatine [che danno] un piacere sottile e sinceroMario Gromo, articolo ne La Stampa del 1 febbraio 1934.».

Anche il settimanale Cinema Illustrazione, confermando la simpatia con cui ne aveva parlato quando era in produzione, lo giudicò «uno dei pochi film, tre o quattro in tutto, dell'attuale cinematografia italiana che autorizzino a credere ancora nelle sue possibilità. Bosio e Matarazzo hanno composto un piccolo gioiello che, facendo giustizia di tanta robaccia, apre gli occhi ed il cuore a chi crede nella nostra cinematografia (...) Che bella compagine ! Che respiro !Enrico Roma, rubrica "I nuovi film" in Cinema Illustrazione, n. 48 del 29 novembre 1933». Parole di plauso ebbe anche La rivista del Cinematografo, pubblicazione di ispirazione cattolica, per «la gustosa rassegna dei tipi, di macchiette popolari, l'avvicendamento dei quadri, tutti espressivi», prevedendo che «Bosio e Matarazzo potranno fare ancora cose buone per la nostra cinematografia», pur non tralasciando di notare come «l'avventura sul fiume, con quel che ne segue, non è delle più castigateCommento a firma M.M. su Rivista del Cinematografo, n. 11 - 12, dicembre 1933.».

Tra molti giudizi positivi ed incoraggianti, uno dei pochi controcorrente fu quello espresso nel novembre 1933 sul periodico Italia letteraria da N. Ch. [Nicola Chiaromonte], secondo cui «i due giovani [Bosio e Matarazzo ndr] hanno avuto paura di non so che; hanno puntato sul soggetto invece che sulla fantasia, non hanno saputo svolgere francamente la cosa sullo schermo, si sono tenuti rigorosamente alla macchietta, all'episodio (...), traditi dalla inesperienza».