Le piramidi egizie sono costruzioni architettoniche di forma piramidale con base perlopiù quadrata o, talvolta, rettangolare.
Etimologia Il termine piramide deriva dalla parola greca πυραμίς pyramìsLetteralmente "della forma del fuoco" verosimilmente per la forma appuntita che ricorda, appunto, una fiamma., già utilizzata per un particolare dolce di farro e miele, di forma appuntita (conica o vagamente piramidale), che i mercenari greci presentavano come offerta funebre ai commilitoni morti.Stefano di Bisanzio, dal canto suo, ritenne che il termine πυραμίς derivasse invece dal greco πυρός pyròs con il significato di "frumento" e ciò per avvalorare l'ipotesi che le piramidi fossero "i granai di Giuseppe" della vicenda biblica. Nel IV secolo Ammiano Marcellino (Historiae XXII, 15-28) riferiva, invece, che il termine derivava dal greco πῦρ pȳr, ovvero "fuoco, fiamma", per il restringimento verso l'alto, in ciò suffragato anche da Isidoro di Siviglia (Ethymologiae, XV, 11.4) che indicava come "questi edifici cominciano larghi e finiscono stretti come le fiamme e in greco fuoco si dice πῦρ".; è tuttavia verosimile che la scelta di tale termine sia derivata dall'assonanza della parola greca con quella egizia per-em-us, letteralmente "ciò che va in alto", che nel papiro matematico RhindIl papiro Rhind si trova oggi presso il British Museum di Londra; alcuni frammenti si trovano presso il Brooklyn Museum di New York. indica l’altezza del solidoAntoine-Isaac Silvestre de Sacy, orientalista francese, citato da Cimmino 1998, riteneva che il termine piramide derivasse dal greco pirama, ovvero altezza, elevazione argomentando che la radice rama fosse comune all'ebraico, al caldeo, al siriaco, al samaritano e Louis-Mathieu Langlès (1763-1824), filologo, orientalista, linguista, sottolineava che il termine copto per fuoco è khrom che, con l'articolo, si pronuncia pi-khrom.. Il termine egizio per indicare la piramide era MR vocalizzatoL'egiziano antico non prevedeva le vocali; onde consentire di leggerlo più agevolmente, si è solito oggi "vocalizzarlo", ovvero aggiungere vocali arbitrariamente. in Mer in cui "M" indica "luogo" e "R" l'atto di salire con il senso compiuto, perciò, di luogo in cui si sale, ovvero avviene l'ascensione. Con tale termine, tuttavia, veniva indicato solo il sepolcro del re, mentre per le tombe di altro genere si utilizzavano altri vocaboli. Il determinativo per il geroglifico che precisa in quale ambito vada interpretato il segno cui è affiancato, è un triangolo con il vertice rivolto verso l'alto. Tale segno venne erroneamente interpretato, tra gli altri, da Gaston Maspero che lo ritenne indicare tutte le sepolture regali al punto che, traducendo per primo il Papiro Abbott, chiamò "piramidi" anche le tombe ipogee della dinastia egizia e della Valle dei Re.
È bene tuttavia tener presente che presso gli egizi anche gli edifici erano indicati con un nome proprio e, perciò, il termine per indicare genericamente l'edificio piramide era scarsamente utilizzato. La piramide di Pepi, ad esempio, era denominata Merenra-Khanefer, o Mennefermare. I greci, per assonanza, ricavarono Mennefer che grecizzarono con la più familiare Μέμφις Mèmphis. Le piramidi erano infatti divinizzate e possedevano personalità giuridica e religiosa. Ciascuna di esse aveva un nome proprio e, dalla IV alla XII dinastia i nomi seguirono sempre (salvo sporadici casi) la stessa struttura grammaticale: nome del re - verbo - aggettivo come attributo di una qualità o di un comportamento. Si ebbero perciò, ad esempio: Cheope appartiene all'orizzonte; Chefren è grande; Pepi è stabile nella perfezione; Snefru è splendente; Unas è bello di recinto.
Le origini Per giungere all'elemento fisico-architettonico della piramide egizia, non si può prescindere dall'elemento immateriale che ne è, molto verosimilmente, alla base: una vera contesa, forse non solo dottrinale, di ordine teologico-religioso facilmente giustificabile là dove si consideri che l'unificazione dell'Alto e Basso Egitto sotto la I e II dinastia comportava, necessariamente, la creazione di un sistema amministrativo centralizzato, con un apparato burocratico gerarchizzato e distribuito capillarmente sul territorio. Ad una tale opera di amalgama non poté sottrarsi l'ambito religioso in cui si cercò di contemperare le esigenze di unificazione con quelle teologiche proprie dei due regni e delle molteplici divinità esistenti per addivenire, peraltro, ad un pantheon riconosciuto e accettato..
Le origini dell'opera architettonica vanno perciò ricercate sia in ambito religioso sia culturale, e nell'operazione dottrinaria che, nella fase unificatoria del Paese, tese a inglobare miti arcaici e leggende, senza tuttavia far venir meno le relative indipendenze religiose dei regni coinvolti, concentrando l'attenzione su pochi centri di culto sotto l'egida di grandi divinità che già potevano contare su un clero preparato e su scuole teologiche consolidateR. Anthes (1959), Egyptian Theology in the Third Millunnium B.C., in Journal of Near Eastern Studies (JNES), XVIII, pp. 169-212..
Teologia e religione
È bene precisare che l'assenza di fonti scritte e la valutazione eseguita ex post sulla scorta di rinvenimenti archeologici e di studi congetturali, non può garantire certezza; è inoltre difficile stabilire se alcune delle divinità emergenti in tale periodo lo siano state strumentalmente, per l'affermazione degli obiettivi che si volevano raggiungere, o se lo fossero, a prescindere, per antica tradizione.
Il re successore di Horus
Con l'unificazione delle Due Terre il titolo nesu, proprio dei re dell'Alto EgittoIl titolo era caratterizzato, in un embrione di scrittura geroglifica, dal disegno di un giunco., si fuse con quello di bity dei re del Basso EgittoIl titolo era caratterizzato, in un embrione di scrittura geroglifica, dal disegno di un'ape., così costituendo il più antico dei cinque nomi della titolatura regale, il nesu-bity, letteralmente "Colui che regna sul giunco e sull'ape", che caratterizzerà il re per tutta la storia dell'antico Egitto.. Si rendeva tuttavia necessario sancire anche il diritto a regnare sui due regni unificati con un epiteto non legato alle distinte unità territoriali, ma che in qualche modo fosse ad esse sovraordinato, condizione possibile solo facendolo sottostare a una discendenza divina comune..
Di una tale operazione, forse perché più preparato o teologicamente più antico, o forse per una particolare aggressività e per circostanze politiche particolarmente favorevoli, si incaricò il clero di Ra di Eliopoli che concepì., e rese teologicamente ineccepibile, la discendenza divina del re mediante l'enunciazione della teoria della Grande Enneade che vedeva il dio falco Horus quale ultimo re della dinastia divina. e, pertanto, immediato predecessore del re terrestreLa discendenza dei re egizi da Horus non venne mai posta in discussione e oltre quindici secoli dopo la sua enunciazione, il Papiro dei Re, oggi al Museo egizio di Torino, scritto sotto Ramses II, riporta la dinastia divina individuando gli dei come veri e propri re dei quali viene indicato anche il periodo di regno: Ptah, Ra, Shu, Geb, Osiride, Seth, Horus l'Antico, Thot, Maat, Horus il Giovane figlio di Osiride. È interessante notare che in un momento imprecisato dell'Antico Regno, Horus l'Antico fu assimilato ad Horus il Giovane molto verosimilmente (Cimmino 1998, p. 86) per chiarire che la terra, ove regna il faraone, è il riflesso speculare del cielo in cui regna Horus.. La scelta di Horus appare quanto mai ponderata e acuta visto che si trattava di una divinità comune ad entrambe le realtà geografiche coinvolte nell'unificazione; Horus era, infatti, dio protettore del maggior centro religioso del sud, Nekhen (Ieracompoli), ma anche dell'analogo importante centro cultuale, per il regno del nord, di Behdet.Intorno alla seconda metà del IV millennio a.C. (Cimmino 1998, p. 80) si erano già costituite, di fatto, due entità statali: a sud, con capitale Naqada e sotto il dominio del dio Seth, e a nord, con capitale Behdet e dio Horus. La vittoria del regno del nord, in questo scorcio del IV millennio, avrebbe aggregato quello del sud così favorendo l'"esportazione" a sud del culto di Horus e di quello di Ra. Intorno al 3200 a.C. il sud, a sua volta, avrebbe iniziato l'azione di riscossa giungendo, con Menes/Narmer, all'unificazione del Paese, all'inizio dell'era dinastica e al riconoscimento, spontaneo o imposto da fattori politici, del dualismo formale tra le due parti (Cimmino 1998, p. 81) del Paese; dualismo che si riflette nel termine "Due Terre" riferito comunque al Paese intero e che, nei periodi di minore coesione politica e di anarchia, porterà comunque le due parti ad un movimento politicamente centrifugo di separazione e indipendenza..
Già in età Thinita si affiancherà perciò al titolo nesut-bity il serekh, sovrastato dal dio falco, nel titolo più antico di "nome di Horus"Gli altri titoli compariranno successivamente: con la III dinastia il nome di Horus d'Oro e con la IV il titolo Sa-Ra, ovvero figlio di Ra.. È bene tuttavia tener presente che il mito della Grande Enneade comprendeva anche la nascita di Ra ed il suo sorgere, come Ra-Atum, sulla pietra benben di EliopoliL'atto iniziale di Atum, dopo l'emersione del monticello primordiale dal Nun, l'oceano primordiale, fu la creazione della luce, ovvero di Ra con il quale si incorporò in Ra-Atum che, assunte le sembianze dell'uccello Bennu, volò sulla pietra benben considerata, perciò, simbolo centrale del culto solare. Interessante rilevare (Cimmino 1998, p. 350) che i greci trascrissero il termine egizio bnw in phoenix traendone la leggenda dell'uccello che ogni cinquecento anni, adombrando comunque il mito solare, si consuma nelle fiamme e rinasce dalle proprie ceneri.È interessante notare (Cimmino 1998, p. 350) che Ra, benché sia il dio principale di Eliopoli, ovvero "città del sole", non appaia nella cosmogonia eliopolitana, bensì in quella ermopolitana, città più a sud, secondo cui sulla superficie del Nun comparve una collinetta, su cui si posò un uovo, che si aprì facendo scaturire Ra che si lanciò all'assalto del cielo. Secondo un'altra versione, sul Nun galleggiava un fiore di loto chiuso; allo sbocciare dei petali il sole illuminò il mondo. La chiusura serale dei petali, per il riposo del sole, giustificava la sera e, quindi, la notte. In tal senso sarebbe perciò interpretabile, per inciso, la statua rinvenuta nella tomba di Tutankhamon (n. 0008 della catalogazione di Howard Carter e fotografie nn. 480-1705-1745-1879-1881 Harry Burton) rappresentante la testa del giovane faraone scaturente da un fiore di loto.
Un facile accostamento consentirebbe, data la forma piramidale della pietra benben, di far derivare da questa la forma finale del monumentale sepolcro, ma ciò sarebbe una soluzione alquanto semplicistica che non terrebbe conto, peraltro, della lunga evoluzione di carattere teologico che ruota attorno alla forma definitiva della tomba..
L'oltretomba solare del re