La lingua latina deriva dall'antica lingua protoindoeuropea, pur presentando caratteristiche simili a molti altri idiomi. Essa ha subito notevoli mutamenti morfologici e fonetici che ne hanno modellato la forma nel corso dei secoli. Viene definita "morta", poiché non è più in uso.
Pur essendo ormai una lingua estinta, il latino (che rimane lingua ufficiale del Vaticano) costituisce ancora oggi oggetto di studio in gran parte del mondo, tra cui l'Italia, dov'è materia di insegnamento a livello scolastico (liceo classico, scientifico, delle scienze umane e linguistico) e universitario per determinate facoltà.
Questa lingua presenta una grammatica più complessa rispetto alle lingue romanze moderne: il latino classico ha cinque declinazioni e sei casi (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo e ablativo; nel latino arcaico era presente anche il caso locativo), tre generi (maschile, femminile e neutro; a volte è elencato anche un quarto genere detto comune, per nomi che hanno la stessa forma sia al maschile che al femminile), quattro coniugazioni verbali, sei tempi e due diatesi (attiva e passiva).
Sistema di scrittura
L'alfabeto latino, che deriva dalle versioni etrusche dell'alfabeto greco, è composto da 24 lettere.
A B C D E F G H I (J) K L M N O P Q R S T (U) V X Y Z
Sono da farsi alcune osservazioni sulle lettere: L'alfabeto originario come è conservato nelle epigrafi non conosceva una distinzione tra lettere maiuscole e minuscole. Esisteva già nel I secolo a.C. una grafia corsiva, da cui si sviluppò nella tarda antichità la semionciale, che già presentava lettere abbastanza simili alle odierne minuscole. Dalla semionciale si sviluppò, in epoca carolingia, la scrittura carolina, che può essere considerata la prima vera minuscola non corsiva usata per l'alfabeto latino. A ogni modo, bisogna tener presente che vanno maiuscoli, oltre a tutti i nomi propri di persona, animale, divinità, luogo ecc. anche i nomi di popolo (es. Romani, Helvetii, Graeci) coi relativi aggettivi, quelli dei giorni del calendario (Kalendae, Iduus, Nonae) e dei mesi (Ianuarius, Februarius ecc.), ma rimangono minuscoli i verbi dai nomi propri derivati (graecissare). i grafemi U e v furono introdotti nel Cinquecento dall'umanista francese Pietro Ramo (si chiamano infatti lettere ramiste) per distinguere i fonemi e dal fonema : nel latino classico esistevano solo i fonemi /u/ e /w/; il fonema /v/, evolutosi più tardi da /w/, non aveva un suo grafema e veniva scritto V (minuscolo u), come il fonema /w/ da cui deriva; La lettera J fu introdotta durante il Medioevo, inizialmente come pura variante grafica per la I in fine di parola, poi per indicare il valore semiconsonantico di I (, come in aiuto); ebbe meno fortuna dello sdoppiamento di v e u, tant'è vero che nelle edizioni di testi letterari latini arcaici, classici o tardi (non medievali) non è quasi mai usata la lettera j, mentre la u consonante è segnata con v; le lettere Y e Z sono mutuate dal greco.
Pronuncia moderna Esistono varie tradizioni di pronuncia del latino. Le principali sono la pronuncia restituta e quella ecclesiastica. La prima cerca di avvicinarsi alla pronuncia del latino classico, la seconda invece, maggioritaria nel volgo della Penisola già in età tardo-antica, è stata trasmessa ininterrottamente dalla Chiesa di Roma e diffusa in tutta l'Europa di rito latino almeno fino alla Riforma protestante. Attualmente la pronuncia ecclesiastica, oltre ad essere la pronuncia ufficiale della Chiesa cattolica, è anche quella preferita dai manuali di latino in Italia, mentre negli altri Paesi europei si preferisce spesso adottare la pronuncia restituta. Sono diffuse altresì, almeno in Francia, Germania e Regno Unito, pronunce nazionali originatesi in età moderna a seguito della separazione delle Chiese e delle politiche centraliste degli stati nazionali. In queste pronunce il latino viene letto secondo le regole fonetiche ed ortografiche delle lingue nazionali rispettive. Qui di seguito la tabella riassuntiva delle pronunce delle lettere e dei digrammi secondo le due principali tradizioni di lettura. P. restitutaP. ecclesiasticaA, , BC, DE, , , , FG, HmutaI, , , , KLMN, , , , O, , , , PQRS, TV, , , , , XY, ZAE, OE, AUCHTHPH ()GN
Alcune precisazioni vanno fatte per le consonanti: h si pronuncia con una leggera aspirazione (era essa infatti la deformazione della lettera fenicia indicante l'aspirazione), che viene generalmente omessa nel latino ecclesiastico; c e g in origine indicavano sempre rispettivamente i suoni velari (l'italiano casa) e (gatto), poi nel latino ecclesiastico andarono ad indicare rispettivamente sia e sia (cera) e (gelo), nei casi previsti anche dall'ortografia italiana, cioè davanti alle lettere e ed i (pronunciata sempre, anche se consonantizzata: dulcia si leggerà in classico e in ecclesiastico, ma non ), oltre che davanti ai dittonghi oe ed ae (vedi poi); s in latino classico era sempre , sorda (come nell'italiano sole), poi cominciò, in posizione intervocalica, a mutarsi in , sonora (come l'italiano rosa), pur mantenendo il suo suono originario ad inizio parola e vicino ad altre consonanti (rosa: class. , eccl. ; sol: in restituta, (o ) in ecclesiastica); i digrammi ph, th e ch derivano dalla traslitterazione delle lettere aspirate greche, probabilmente pronunciate come occlusiva seguita da aspirazione; il primo, forse originariamente pronunciato /ph/, poi (una specie di p "soffiata"), divenne col tempo (philosophĭa, in classica oppure , in ecclesiastica ); il secondo era letto (come la t iniziale in inglese o tedesco), poi passato alla semplice (Thule: class. , eccl. ); il terzo era invece pronunciato (come k iniziale in tedesco o inglese), per poi passare semplicemente a (Christus: class. , eccl. ). ti seguito da vocale si pronunciava in epoca classica, poi passò a e poi ancora a (come l'italiano dizione; ratio: class. , eccl. ); il ti comunque si pronuncia normalmente quando la i è lunga (vedi poi); gn, pronunciato in epoca postclassica, divenne poi (cioè come l'italiano gnomo; gnosco: class. , eccl. ); gl è sempre pronunciato , come l'italiano glicine, glassa.
Per quanto riguarda le vocali, in latino sono 5 (a, e, i, o, u) più la y usata per le parole greche (pronunciata , cioè come la u francese o norditalica, o come semplice ). Il latino distingue tra vocali brevi (contrassegnate dal segno ˘ sovrascritto, esempio: rosă), lunghe (segno ¯, esempio: Romanī) e ancipiti o bifronti, cioè brevi o lunghe a seconda della necessità, (segno _̌, esempio mihi). Le vocali lunghe hanno una durata quasi doppia delle brevi.
Le semivocali, invece, sono tre: (come iena) nel latino classico veniva usato per pronunciare le "i" ad inizio parola seguite da vocale oppure quelle intervocaliche (ius , Gaius ); nel latino ecclesiastico spesso si utilizza la lettera j per questo fonema se ad inizio parola (Iulius divenne Julius) oppure si mantiene il grafema i; inoltre nell'ecclesiastico il fonema viene usato anche per pronunciare le i seguite da vocale ma precedute da consonante, che nel classico erano invece probabilmente pronunciate come vocaliche (orior, class. , eccl. ); era molto frequente nel latino classico, ma man mano, ad inizio parola o intervocalico, mutò in , tanto che si decise di distinguere la lettera v dalla u, un tempo usate indifferentemente (inizialmente V, u; poi V, v e U, u); la e semivocale dei dittonghi ae ed oe
I dittonghi sono sempre lunghi. i dittonghi + vocale si trovano frequentemente (iam, ); quelli vocale + nel passaggio dal latino arcaico a quello classico scomparvero: gli arcaici ai () ed oi () passarono infatti nei classici ae ed oe, mentre quelli residui (ei, ui) non vengono solitamente considerati dittonghi se non nel latino ecclesiastico (class. , , eccl. , ) o in alcune parole derivate dal greco; yi, derivato dal greco, è dittongo nel classico (), ma non nell'ecclesiastico, dove rimane come semplice (Harpyia: class. , eccl. ). Con la i dittonghi sono frequentissimi nel latino classico, soprattutto quelli + vocale, poi quasi tutti scomparsi nell'ecclesiastico col passaggio > (veritas: class. , eccl. ); rimangono naturalmente i dittonghi preceduti da q (questus: in classica, in ecclesiastica). Va precisato che se la u è preceduta da consonante e seguita da vocale, generalmente non fa dittongo (metuenda: e non /meˈtwɛnda/; cornua: e non ). Il dittongo principale con è au (), che in italiano si è mutato nei fonemi della o. Il digramma eu non sempre è dittongo: se deriva dall'omologo dittongo greco, allora si conserva anche in latino (Europa: in classica, ). Nei nomi come Περσεύς (Perseus) o Ὀδυσσεύς (Odysseus), appartenenti in latino alla seconda declinazione, il dittongo è trattato in modo altalenante: al nominativo resta dittongo (e infatti, ad esempio, Perseus è bisillabo, Per-seus, e porta l'accento sulla prima sillaba per la legge della baritonesi), negli altri casi invece il dittongo si scinde sostituendo a -us le varie uscite dei casi (Persĕ-i, Persĕ-o, Persĕ-um, ecc.); la causa risiede probabilmente nel fatto che i Latini, adattando questo tipo di nomi alla loro lingua, hanno associato la terminazione -us al nominativo singolare della seconda declinazione. I dittonghi più frequenti sono però ae ed oe: in latino classico venivano pronunciati per intero, mentre in quello ecclesiastico sono pronunciati come /e/ (Aeneades: class. , eccl. ; caelum, class. , eccl. ).
Se due vocali non formano dittongo è possibile trovare posta sulla seconda lettera la dieresi ˙˙ (esempio: aër in ambedue le pronunce).
L'accento In latino vigono due leggi in proposito: la baritonesi, secondo cui l'accento non cade mai sull'ultima sillaba, e la legge della terzultima, che dice che l'accento non va mai oltre la terzultima sillaba. Da queste due regole consegue che l'accento può cadere solo sulla penultima e terzultima sillaba, o, in altri termini, che le parole possono essere o piane o sdrucciole.
La baritonesi ha tuttavia qualche apparente eccezione: un numero minimo di parole derivate da troncamenti conservano l'accento sulla sillaba prima penultima e poi divenuta ultima, oltre ad alcuni nomi di popolo imparisillabi della terza declinazione: illìc, illùc, illàc (lì, verso lì, per di là), in origine illice, illuce, illace; Arpinàs (-atis, Arpinate) e Samnìs (-itis, Sannite).
La posizione dell'accento tonico è determinata secondo la legge della penultima dalla quantità della penultima sillaba: se essa è lunga, avrà l'accento (es: dulcēdo, pronunciato dulcédo /dulˈkeːdoː/, dolcezza); se è breve, l'accento andrà alla terzultima sillaba (esempio nemŏra, pronunciato nèmora /'nemora/, le foreste). Nel raro caso in cui sia ancipite, saranno valide entrambe le opzioni.
La trascrizione di parole straniere in latino
Nel corso del tempo, con il sempre maggior coinvolgimento dei Romani con le popolazioni europee, il latino si arricchì di termini stranieri, che necessitavano di essere trascritti dagli alfabeti originari a quello latino.
Fu particolarmente intenso il flusso di parole greche verso il latino, dato il grande interesse romano per la cultura greca e l'enorme lessico matematico e filosofico della lingua dell'Ellade.
Per i nomi ebraici, entrati in uso con l'avvento del Cristianesimo, le trascrizioni furono fatte soprattutto da altre trascrizioni greche, divenute d'uso già da tempo con la traduzione greca della Bibbia (detta dei Settanta); da notare che la trascrizione dall'ebraico è particolarmente difficoltosa perché le vocali in esso vengono pronunciate ma non scritte.
Morfologia Casi La lingua latina di norma distingue le funzioni logico-grammaticali di sostantivi, aggettivi e pronomi servendosi di sei casi e di cinque declinazioni:Per i casi e le loro varie funzioni si veda anche la sezione complementi in latino.