Sono apparso alla Madonna è un libro di Carmelo Bene pubblicato nel 1983Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna : vie d'(h)eros(es), Longanesi, Milano, 1983 ed è una forma di autobiografia, riferita da Bene come "rischiosissima, immaginaria e reale a un tempo", fondata "sul proprio non esserci, sull'abbandono, sulla mancanza".Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1053 Tra il racconto immaginario ed eventi accaduti realmente notevole è per esempio la memorabile lettura di Dante dalla Torre degli Asinelli a Bologna, descritta con un linguaggio arcaico e immaginifico. Il titolo del libro avrebbe dovuto essere tratto proprio da questa esperienza, ma fu l'inconsapevole Ruggero Orlando a suggerirlo, una notte a Forte dei Marmi, mentre Carmelo Bene e suoi ospiti erano alle prese con delle estenuanti partite di ping-pong. Leggiamo nella Vita di Carmelo Bene... [...] Dalla fessura del cancello filtra la sagoma alticcia di Ruggero Orlando, la bottiglia di scotch in pugno. Barcollando, poggiandosi precario a provvidenziali fusti indovinati al buio, accostandosi al tavolo da gioco: "Caro Carmelo... ho saputo che sei apparso alla Madonna!", e giù, piegato in due, in uno sgangherato sghignazzo dei suoi. C.B. folgorato; "ecco il titolo del mio libro".
Stile Oltre all'abbondanza di arcaismi nella resa stilistica, va considerato che la lingua e il linguaggio che usa Bene in questo libro (e anche in altre suoi scritti) spesso e volentieri accentuano un senso ritmico e musicale del dire, al limite della versificazione lirica. Per es. di ritorno a Otranto, dopo la parentesi del Teatro Laboratorio, Bene descrive la visione che si spalanca dal balcone della villa dei suoi a Santa Cesarea Terme, la "scogliera e il Mar Ionio pavone d'infinite correnti fatate", che non ha nulla di prosaico e descrittivo: « Da quei balconi arcati, leggi nei giorni chiari Albania rosa. Senti ognora la vita scelta a forza. Tristo, tristo indovinello sbiadisce sul fondale a flutti neri dipinti ripetutamente in basso dell'azzurro infinito. Azzurro d'Africa. Sotto, immediato è il brontolio sulfureo - cassa a lutto tra le rocce ciclopiche, orrendo corpo che vi si dilacera»Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1090. Il libro è pervaso da questa "arcaica prosa ritmica e musicale", che fa spesso immaginare piuttosto a un poema autobiografico che a una mera autobiografia (quantunque venata dall'immaginario), sottratto alla convenienza e alla struttura del verso, e forse per questo (essendo sottaciuto e inespresso) più poetico.Non bisogna dimenticare la forte influenza esercitata dallUlysses di James Joyce su Carmelo Bene
Tra immaginario e autobiografico Come autobiografia, anche se in un certo senso attendibile, è volutamente priva di date e apparentemente esentata dal rapporto col tempo chronos, contrariamente alla Vita di Carmelo Bene scritta in collaborazione con Giancarlo Dotto, che è più divulgativa. Infatti, in Sono apparso alla Madonna (ma anche altrove), il linguaggio, volutamente e adeguatamente arcaico, è spesso criptico (almeno lo poteva sembrare quando apparve per la prima volta nelle librerie) per i lettori comuni, come se si volesse escludere dalla lettura i non addetti ai lavori, o volere intenzionalmente farlo diventare un libro d'élite. Ecco uno stralcio della sezione del libro che porta il titolo omonimo... V'era (v'è) dunque,un apparir della voce che sempre si verifica se conferisci c o n, se parli a. Quand'io incominciai a render vano l'udire mi diceva la voce, il mio interno cantar l'ascolto, e, ventilata da un'ala d'emicrania, la mia mente d'altrove profondava nel sud del Sud dei santi; ma depensata lieve mongolfiera in celeste balia sull'infinito del mare stanco [...]
Per quanto riguarda il contenuto le cose scritte in questo libro, fatti i dovuti distinguo, sono quasi le stesse ripetute, in un linguaggio naturalmente più comprensibile e divulgativo, in Vita di Carmelo Bene.
Capitoli del libro Fine primo atto Il senso autobiografico del libro (seppur avvolto in un alone immaginario) è dettato immediatamente già dalle prime righe del suo incipitDa notare la forma passivante del verbo nascere "io fui nato", al posto di nacqui o sono nato. Questa modalità di esprimersi in un italiano alquanto arcaico (dal '200 in poi) pervade, a volte molto accentuata, l'intero libro.: « V'è una nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento. Affondare la propria origine – non necessariamente connessa alla nascita, in terra d'Otranto è destinarsi un reale-immaginario. E lì, appunto, nel primo dì d'un settembre io fui nato. Otranto. Da sempre magnifico, religiosissimo bordello, casa di cultura tollerante confluenze islamiche, ebraiche, arabe, turche, cattoliche [...]Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1052» Questo "bisticcio etnico" tollerante si rifletterà nel barocchismo beniano e nella sua ricerca d'altrove. L'autore addurrebbe comunque la possibilità di una sua possibile discendenza nomade o gitana dato che il cognome Bene è molto diffuso in UngheriaCarmelo Bene e Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, op. cit., pag. 12. Per l'artista resta scontato il fatto che non esiste la Puglia ma le PuglieConsiderazione questa che viene ad ogni modo avvalolata anche dalla diversità linguistica del dialetto salentino rispetto a quelli del resto della regione. L'infante Carmelo si ritroverà così immerso in questo alone storico-immaginario, materia per i primi rudimenti del suo teatro. Bene racconta (così come in Vita di Carmelo Bene) delle effigi mariane adorate che la sua curiosità infantile volle profanare, scoprendone la loro inconsistenza strutturale ed estetica, portandolo presto alla disillusa considerazione e al rifiuto della vanità di qualsiasi culto d'immagine, facendo nascere in lui il desiderio dell'irrapresentabile. Disillusione e rifiuto toccati in sorte secoli addietro anche a "Frate Asino", una volta saputo dell'autorialità del dipinto della Madonna da lui tanto agognata. Bene ricorda le messe servite da piccolo, a Campi Salentina e a Lecce, la perversione (pedofilia) di certi preti da lui frequentati, l'esperienza di essere palleggiato da una moltitudine di donne mezzo ignude che lavoravano nella fabbrica di tabacco dei suoi genitori. Il nauseante turpiloquio del latino maccheronico popolare delle messe (allora in latino) che Bene considerava un "vilipendio alla religiosità" lo porta a quella... « "sospensione del tragico", al rifiuto di essere nella storia, anche e soprattutto in scena. L'essermi come Pinocchio rifiutato alla crescita è se si vuole la chiave del mio smarrimento gettata in mare una volta per tutte. L'essermi alla fine liberato anche di me »Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1057. Quindi l'immaginario come non storia, precocemente subentra prepotente nella vita di Carmelo Bene che d'ora in poi si "rifiuterà di crescere", di imputridire, onde poter educare il proprio femminile"« Il rifiuto alla crescita è conditio sine qua non all'educazione del proprio "femminile" ». (Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1057), in quanto abbandono.
Dopo questo escursus di stupore e disillusione infantile Bene si ritrova di colpo a frequentare la facoltà di legge a Roma. Ricorda i suoi primi spettacoli teatrali (Caligola, Dottor Jekyll, con Marcello Barlocco, ), le sue vicissitudini artistiche e personali, gli arresti e la moltitudine di notti passate nei vari commissariati di zona, le risse, i tassi alcolici e gli abusi sempre elevati, la storia sentimentale con Giuliana, la sorprese di aspettare un figlio da costei, il breve periodo genovese, la scoperta dell'Ulysses di James Joyce, del suo "fantasma verdiano", i suoi letti affollati da donne... Dopo Genova, scrive Bene, comincia « ... il suo calvario di Don Giovanni. D'allora in poi l'assenza della Madonna che era in me, e in che ormai consistevo, meritò tutta la prassi fin troppo ossessiva della presenza della donna nella vita e sulla scena ».Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1062-1063 Questa "visitazione ossessiva dei corpi femminili", spiega Bene, non è il dongiovannismo dell'impotenza deprecato da "certo femminismo", ma è « ... il femminile stesso che va a verificare i propri vuoti nella mortificazione del corpo donnesco ».Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1063 Spesso dalle innumeri fonti sentiamo Bene parlare della mancanza, dell'assenza del femminile che vi è nella donna, ammettendo di non aver mai conosciuto "una donna che avesse l'un per cento di femminile". Bene, però fa una precisazione importante confessando che « ... tutto questo non comporta un astio nei confronti della donna o delle donne, ma semmai un'infinita agape schopenhaueriana, semmai lo stupore infinito che la donna non sia l'"abbandono" ».Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1065 La donna ricerca sempre un'identità maschile e questo femminile che a lei manca se lo accollerà qualcun altro: l'uomo.
Dopo Genova, Bene racconta dell'esperienza del Teatro Laboratorio (1961) in piazza San Cosimato n. 23 e dei suoi abituali frequentatori: Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Alberto Arbasino, Ennio Flaiano, Angelo Maria Ripellino, Elsa Morante, Sandro Penna ed altri. In questo locale vedranno la luce il Pinocchio, Spettacolo-concerto Majakovskij, Amleto, Addio porco, Cristo 63... Bene comunque spentisce il mito delle "cantine" per quanto riguarda i suoi spettacoli che si davano, tranne qualche rara occasione, quasi sempre in teatri tradizionali. Risale già a questo periodo la sua febbrile "ricerca musicale", accennando al tenore Giuseppe Di Stefano, giudicato da Carmelo Bene, d'accordo con Toscanini, la più bella voce mai ascoltata. Per quanto concerne le prove di scrittutra di questo periodo di ricerca, Bene scrive che: « ... non si trattava di una metodologia interdisciplinare, ma, nella mia prassi letteraria, di una musicalità anche nella scrittura. Covava l'esigenza antiumanistica per eccellenza. Covava "domina", l'indisciplina »Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1070.
Parla così bene del suo apprendistato di ricerca come "scandalo della ragione" che i critici e i gazzettieri impreparati immancabilmente fraintendevano facendone "ragion di scandalo", dicendo che la sua... « ... degenerazione non poteva trovare ascolto. Come non lo trova tuttora. Proprio in quanto de-generazione e quindi de-stabilizzazione di qualunque "genere" ».Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 1071
Aggiungendo dunque che l'inizio del suo teatro ebbe luogo « là dove non c'era più nulla da dire, ma da esser detti ».ibidem, pag. 1071
Bene prosegue nella sua autobiografia raccontando, con profusione di aneddoti e toni elogiativi, della compagnia D'Origlia-Palmi da cui preleva per il suo Teatro Laboratorio attori come Alfiero Vincenti, Luigi Mezzanotte e Manlio Nevastri (in arte Nistri). Di questa singolare compagnia, "fuori corso", considerata dall'artista salentino il massimo esempio del teatro del '900, leggiamo: « Ecco, io provai lì in pieno lo stupore [...] Erano formidabili derisioni ai danni dell'identità [...] Scacco giurato al ruolo... ».Opere, con l'autografia d'un ritratto, op. cit., pagg. 1073-1074
Bene dunque prosegue raccontando del Cristo 63 e del fatidico piscio che poi fu causa della chiusura del Teatro Laboratorio, e delle tante vicende e accese polemiche avutesi in quegli anni, della critica spaccata in due tra sostenitori e detrattori, acquistando così la fama di enfant terrible. Sono questi gli anni dell'Ubu roi, dell'Edoardo II, della storica Salomè, la cui parte di Giovanni Battista era interpretata da uno straordinario Franco Citti.
Attrici Questo capitolo prosegue la "'dissertazione" sul femminile assente nella donna. Racconta della conoscenza di Lydia, che sarà sua compagna e manager per i prossimi diciotto anni. Per quanto riguarda le donne e l'assenza in loro del femminile Bene insiste: