La Tragedia di Tito Andronico (The Tragedy of Titus Andronicus) è la prima tragedia di Shakespeare, composta con molta probabilità tra il 1589 e il 1593, probabilmente con la collaborazione di George Peele. Narra la storia di un immaginario generale romano che si vuole vendicare di Tamora, regina dei Goti.

Aderente al genere della tragedia di vendetta che con La tragedia spagnola di Thomas Kyd aveva avuto in quegli anni uno straordinario successo, l'opera si rifà a Seneca e Ovidio, mantenendo del primo la struttura tragica e del secondo un linguaggio e un tono elegiaco che rimandano alle Metamorfosi.

È sicuramente la tragedia shakespeariana più violenta e sanguinaria; tuttavia era molto popolare ai suoi tempi, per poi perdere i favori del pubblico verso la fine del XVII secolo. Durante l'età vittoriana questa tragedia venne duramente criticata per la gratuità delle scene violente e quindi poco rappresentata. Soltanto nel XX secolo la reputazione del Tito Andronico tornò in auge.

Trama

Atto I L'Imperatore di Roma è morto, e i suoi figli Saturnino e Bassiano litigano per il possesso del trono. Il tribuno della plebe, Marco Andronico, annuncia che la plebe ha scelto come nuovo imperatore suo fratello, Tito Andronico, un generale romano appena tornato da una campagna militare durata dieci anni contro i nemici dell'impero. Tito entra a Roma portando con sé alcuni prigionieri: Tamora, regina dei Goti, con i suoi figli, e Aronne il Moro. Tito ritiene un suo pio dovere religioso sacrificare il primo figlio di Tamora, Alarbo, alla memoria dei propri figli caduti durante la guerra. Tamora lo implora di non sacrificare Alarbo e, quando Alarbo viene comunque ucciso, giura vendetta.

Tito Andronico rifiuta, in segno di umiltà, di diventare imperatore e rinuncia in favore del figlio maggiore del vecchio imperatore, Saturnino; i due concordano il matrimonio di Saturnino con la figlia prediletta di Tito, Lavinia. Non sanno che Bassiano e la ragazza si erano precedentemente sposati in segreto: i due giovani decidono di fuggire, aiutati da un altro dei figli di Tito, Muzio. Nel tentativo di impedire la fuga Tito si scontra con Muzio e lo uccide.

Saturnino, novello imperatore, decide quindi di sposare invece Tamora. Spinti l'uno dall'invidia per la popolarità di Tito e dall'affronto subito per il rifiuto di Lavinia, l'altra dall'odio verso chi ha ucciso il suo figlio maggiore, la coppia decide di vendicarsi sulla famiglia di Andronico.

Atto II Il giorno seguente, durante una battuta di caccia, Aronne, l'amante di Tamora, incontra i figli di Tamora, Chirone e Demetrio, e discute con loro su chi debba prendersi le grazie di Lavinia.

Aronne ha gioco facile nel convincerli a tendere un agguato nel bosco a Bassiano e a ucciderlo davanti a Lavinia mentre Tamora osserva soddisfatta. Lavinia disperata chiede aiuto a Tamora e implora pietà. Tamora rifiuta: vuole la sua vendetta. Chirone e Demetrio portano via Lavinia, la torturano, la violentano e successivamente le tagliano lingua e mani.

Aronne conduce quindi i figli di Tito, Marzio e Quinto, nel luogo in cui è stato ucciso Bassiano, e li accusa falsamente dell'omicidio; l'Imperatore ha così la scusa per farli arrestare. Nel frattempo Marco trova la mutilata Lavinia nel bosco, la soccorre e la riconduce dal padre.

Atto III Tito e il suo figlio rimasto Lucio sono preoccupati per le vite di Marzio e Quinto, ma non sanno che questi sono già stati giustiziati. Marco entra con la nipote Lavinia, ma nessuno riesce a capire se lei tenti di scagionare o incolpare i suoi fratelli.

Entra Aronne e dice agli uomini che l'Imperatore risparmierà i prigionieri, se uno di loro in cambio sacrificherà una mano. Tutti offrono di sacrificare la propria, ma Tito chiede ad Aronne di tagliargliela, e questi esegue. Come tutta risposta, un messaggero consegna a Tito le teste mozzate dei suoi figli.

Tito ordina quindi a Lucio di fuggire da Roma e di radunare un esercito tra quelli che erano in precedenza i suoi nemici, i Goti. Una volta tornato a casa, la disperazione di Tito sconfina nella follia, e i suoi familiari cominciano a essere veramente preoccupati per lui.

Atto IV

Lucio il giovane, il nipote di Tito, che lo stava aiutando a leggere alcune storie a Lavinia, si accorge che ella non vuole lasciare il libro per nessun motivo. In quel libro Lavinia mostra a Tito e a Marco la storia di Filomela, nella quale la vittima di una violenza, muta come ora lei era, scrive il nome del suo violentatore. Marco le dà un bastone grande abbastanza perché lei lo possa stringere con la bocca e con i moncherini, e con esso la ragazza scrive i nomi degli aggressori nel terreno sabbioso. Una volta letti, tutti i presenti giurano vendetta.

Tito si finge allora impazzito, fa legare biglietti con preghiere e invocazioni agli dei a delle frecce e ordina ai suoi scudieri di scagliarle verso il cielo. Marco lancia le sue frecce in modo tale che atterrino all'interno del palazzo dell'imperatore Saturnino: costui si irrita molto e ordina di giustiziare un buffone che gli aveva consegnato l'ennesima supplica da parte di Tito.

Tamora intanto partorisce un bambino di pelle scura: l'ostetrica potrebbe rivelare che il padre in realtà è Aronne. Egli decide così di uccidere la serva e fugge con il bambino per salvarlo dall'inevitabile furia dell'Imperatore tradito.

Atto V Lucio, mentre sta marciando su Roma con l'esercito appena radunato, incontra Aronne e lo cattura. Per poter salvare suo figlio, Aronne rivela quindi l'intero complotto, confessandosi ispiratore degli omicidi, dello stupro e delle mutilazioni di Lavinia.

Tamora, convinta della pazzia di Tito, va da lui insieme ai suoi due figli, travestiti da spiriti della Vendetta, dellAssassinio e dello Stupro. Racconta a Tito che, con i poteri di spirito sovrannaturale, gli assicurerà la sua vendetta se egli convincerà Lucio a interrompere l'avanzata verso Roma.

Tito acconsente, manda Marco a invitare Lucio a partecipare a un banchetto e chiede a "Vendetta" (in realtà Tamora), di invitare anche l'Imperatore. Insiste però affinché "Stupro" e " Assassinio" (Chirone e Demetrio) restino con lui come suoi ospiti.

Tito fa legare Chirone e Demetrio dai suoi servi e a quel punto rivela loro il suo piano: li sgozzerà, mentre Lavinia raccoglierà il loro sangue stringendo una coppa con i suoi moncherini, quindi li farà a pezzi e con le loro carni preparerà un pasticcio che verrà servito durante il banchetto alla loro madre. È la stessa vendetta che Procne mise in atto per lo stupro della sorella Filomela.

Il giorno del banchetto Tito si presenta nel salone vestito da cuoco e invita tutti a mangiare a sazietà. Chiede quindi a Saturnino se un padre debba uccidere la figlia qualora essa sia stata stuprata. Quando l'Imperatore si dichiara d'accordo, Tito improvvisamente uccide Lavinia e dice a Saturnino ciò che Tamora e i suoi figli hanno fatto. Rivela anche che Chirone e Demetrio si trovano nel pasticcio di carne che Tamora ha appena mangiato con soddisfazione e subito dopo uccide l'inorridita perfida donna. Gli eventi precipitano. Saturnino uccide Tito: Lucio uccide Saturnino.

Lucio viene acclamato come nuovo imperatore. Egli, lo zio Marco e tutti i presenti tributano un commosso e addolorato addio a Tito.

Lucio dispone quindi che sia data un'appropriata sepoltura all'imperatore Saturnino, mentre il corpo di Tamora venga dato in pasto alle bestie. Quanto ad Aronne sia seppellito vivo fino alle spalle e lasciato a morire di fame e sete.

Aronne, impenitente e orgoglioso fino all'ultimo, proclama:

Ambientazione e fonti

Ambientazione A differenza di altre opere teatrali di Shakespeare (come il Giulio Cesare, l'Antonio e Cleopatra e il Coriolano), la storia del Tito Andronico è inventata. Anche il contesto storico in cui la tragedia è collocata non può essere ricollegato ad un periodo preciso della storia di Roma. Secondo la versione in prosa dell'opera, gli eventi si collocherebbero "ai tempi di Teodosio", che fu imperatore dal 379 al 395. D'altra parte il contesto in cui Shakespeare colloca la tragedia potrebbe essere, come suggerisce Clifford Huffman, "verso la fine della Roma imperiale cristiana", magari durante il regno di Giustiniano (527-565). Una collocazione tarda è sostenuta anche da Grace Starry West, la quale sostiene che "la Roma del Tito Andronico è una Roma successiva a Bruto, Cesare e Ovidio. Sappiamo che si tratta di una Roma più tarda perché l'imperatore viene chiamato spesso "Cesare"; perché i personaggi alludono costantemente a Tarquinio, Lucrezia e Bruto, suggerendo che essi siano a conoscenza della nuova fondazione di Roma ad opera di Bruto dalle stesse nostre fonti letterarie, ovvero Livio e Plutarco".

Altri studiosi sono invece più incerti. Per esempio, Jonathan Bate ha sottolineato che la tragedia comincia con Tito che torna da una vittoriosa campagna militare durata dieci anni contro i Goti, come avvenne all'apice della grandezza di Roma imperiale, ma si conclude con i Goti che invadono la stessa Roma, come avvenne alla fine della sua storia. Sulla linea di Bate, anche T.J.B. Spencer sostiene che "l'opera non attinge a nessuna situazione politica realmente avvenuta nella storia di Roma; è piuttosto un sommario della politica romana. Invece che rappresentare una particolare serie di istituzioni politiche romane, il TIto Andronico include tutte quelle che si sono venute a realizzare a Roma".

Fonti Nel suo sforzo di creare il suo racconto in uno specifico contesto storico, Shakespeare potrebbe aver consultato le Gesta Romanorum, una raccolta di storie, leggende, miti e aneddoti molto note all'epoca scritte in lingua latina, le quali traevano spunto da personaggi ed eventi della storia per poi rielaborarli. Mentre Shakespeare era in vita, uno scrittore noto per lavorare in questo modo era Matteo Bandello, il quale ha tratto spunto per le sue opere da autori come Giovanni Boccaccio e Geoffrey Chaucer, e che quindi potrebbe essere stato una fonte indiretta per lo stesso Shakespeare. Così anche potrebbe aver lavorato il primo grande scrittore inglese a scrivere nel suo stile, William Painter, il quale riutilizzò, fra gli altri, testi di Erodoto, Plutarco, Aulo Gellio, Claudio Eliano, Livio, Tacito, Giovanni Battista Giraldi e lo stesso Bandello.

Tuttavia è anche possibile rintracciare fonti più specifiche. La fonte principale per lo stupro e la mutilazione di Lavinia, come anche della successiva vendetta di Tito, sono Le Metamorfosi di Ovidio, che vengono citate nella tragedia esplicitamente quando Lavinia le utilizza per aiutarsi a far capire a Tito e Marco che cosa le sia successo. Nel sesto libro delle Metamorfosi, infatti, Ovidio racconta la storia dello stupro di Filomela, figlia del re di Atene Pandione. Nonostante i cattivi presagi, Procne, sorella di Filomela, sposa Tereo di Tracia da cui poi ha un figlio, Itys. Dopo cinque anni in Tracia, Procne desidera rivedere sua sorella e persuade Tereo a partire per Atene e andare a prendere Filomela per portarla a corte. Quando Filomela si rifiuta di partire, Tereo la trascina in una foresta e la stupra. Poi Tereo le taglia la lingua, per evitare che possa dire a qualcuno del misfatto e quindi torna da Procne, raccontando a sua moglie che la sorella è morta. Filomela quindi decide di tessere un arazzo nel quale scrive il nome di Tereo, per poi consegnarlo a Procne. Le due sorelle si incontrano nella foresta ed insieme elaborano la loro vendetta. Uccidono il piccolo Itys e ne cucinano il suo corpo in una torta, che successivamente Procne serve a Tereo. Durante il pasto Filomela si rivela e mostra a Tereo la testa del figlio ucciso, raccontandogli quello che hanno fatto.