San Costantino Calabro è un comune italiano di abitanti della provincia di Vibo Valentia in Calabria.
Geografia fisica Il centro abitato occupa la parte meridionale di un ampio terrazzamento collinare, appartenente ai rilievi orientali del Monte Poro, digradante verso la Valle del Mesima. Il territorio comunale va da un'altitudine minima di 188 m s. l. m. nei fondovalle ad un'altezza massima di 494 m s. l. m. ed ha un'estensione di 7,03 km², tra le più piccole della provincia di Vibo Valentia. Il torrente Cocaracio (Cucuriaci) a nord lo divide dal Comune di San Gregorio d'Ippona, a est confina col comune di Francica, a sud il vallone Grasso segna il confine col territorio di Mileto, ad ovest, nei pressi del moderno centro urbano, corre il confine col comune di Jonadi.
Storia Tralasciando le diverse leggende tramandate sull'origine di San Costantino Calabro la documentazione storica esistente non permette di circoscrivere una data precisa per la costituzione del nucleo abitato. La prima attestazione del toponimo la ritroviamo nel Sigillum Aureum, ovvero l'atto di edificazione della diocesi di Mileto redatto nel 1086 per volere di Ruggiero d'Altavilla, Conte di Calabria e Sicilia, a favore del vescovo normanno Arnolfo. In questo atto il conte Ruggero dona alla diocesi, tra i 95 villici di Mileto, un "…πρεσβύτερον Πέτρον του άγιου Κόνου…", ossia il "prete Pietro di San Costantino". In realtà alcuni studiosi nella traduzione dal greco hanno riportato "… Pietro di San Cono…", ma nell'XI secolo non esisteva ancora alcun santo con questo nome: i santi venerati dalla Chiesa, Cono di Naso e Cono da Teggiano, vissero nella prima metà del Duecento; la tradizione bizantina annoverava diversi santi col nome di Conone, ma nessuna col nome di Cono. Tutto ciò porta, con molta probabilità, ad intendere, nel termine Kόnou, Costantino e non Cono, data anche la vicinanza del nostro paese con Mileto. Date queste premesse è lecito supporre che il primo impianto urbano, piccolo ed estremamente rurale, sia nato sulla pendice collinare che si affaccia direttamente sul Vallone Grasso, difficilmente accessibile, riparato dal vento e vicino a fonti sorgive, nel periodo di dominazione Bizantina, tra VII e X secolo.
Col sopraggiungere dei dominatori Normanni, intorno alla metà dell'XI secolo, viene fondata anche una piccola cittadella con torri e mura difensive, che raccoglierà le genti di villaggi rurali sparsi sul territorio e che prenderà il nome di Francica. Da questo momento il piccolo villaggio di San Costantino diverrà casale della Baronia di Francica e seguirà le vicende feudali della città di Mileto. Nel 1638 e nel 1659 due forti terremoti colpirono il paese causando il danneggiamento di due chiese e il crollo di buona parte delle case. Fu però il terremoto del 1783 che rase al suolo completamente il centro abitato causando 9 vittime tra i 508 abitanti allora residenti nel villaggio. I danni furono così gravi che parte dell'abitato venne ricostruito più a monte, in una zona pianeggiante e con impianto regolare.
La posizione favorevole del paese, lontana da zone acquitrinose dove imperversava la malaria e vicina alla principale arteria di collegamento del vibonese (l'antica via Annia-Popilia), portò negli anni successivi un deciso incremento della popolazione: numerose furono le famiglie che si trasferirono tra Settecento e Ottocento nel casale di San Costantino dal villaggio di Pongadi, posto nella valle del Mesima a pochi chilometri di distanza, che sarà del tutto abbandonato a causa della malaria. In pochi anni, dunque, il numero di abitanti arriverà a superare quello del centro amministrativo di Francica. Per tale motivo il governo napoleonico concesse per la prima volta l'autonomia nel 1807 ma San Costantino fu retrocesso a frazione di Francica nel Riordino dei Comuni e dei Circondari del 4 maggio 1811; divenne comune autonomo solo nel 1854, ricevendo infine l'attributo "Calabro" con il nuovo Regno d'Italia, nel 1864.
Nei decenni successivi molte famiglie emigrarono all'estero: fino alla metà del XX secolo le mete di destinazione principali furono Stati Uniti e Argentina (a San Justo e San Antonio de Padua, sobborghi della provincia di Buenos Aires, esiste una numerosa comunità di sancostantinesi); nel secondo dopoguerra in molti emigrarono in Australia mentre negli ultimi decenni è continua l'emigrazione di giovani verso il centro e il nord d'Italia. A questi ultimi movimenti demografici si deve il progressivo decremento degli abitanti nell'ultimo lustro.
Simboli Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica n. 2365 del 17 maggio 1989.
Il gonfalone è un drappo rettangolare di bianco.
Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Chiesa matrice È la chiesa parrocchiale del paese ed è di recente costruzione essendo stata aperta al culto l'8 settembre 1930 dall'allora vescovo di Mileto Paolo Albera. L'attuale edificio è costruito sulle fondamenta di una precedente chiesa fondata nel 1817 ma mai del tutto completata. Si trattava di una grande struttura a croce latina che occupava quasi tutto lo spazio dell'attuale Piazza Dante ed era stata pensata con proporzioni e sembianze davvero maestose: all'incrocio delle tre navate col transetto si innalzava un'ampia cupola alta 23 m, tre grandi tele di 30 m² ciascuna adornavano la volta della navata centrale, l'alta facciata era affiancata da due torri campanarie di 32 m d'altezza. In realtà la costruzione fu lenta e difficile, sia per la maestosità del progetto e sia per la situazione economica in cui versava la popolazione, sicché ancora agli inizi del Novecento alcuni ambienti non erano stati completati con intonaci e pavimento. Fu il sisma della mattina dell'8 settembre 1905 che ne causò la totale distruzione. Negli anni seguenti si cercò di riprenderne la ricostruzione ma solo l'intervento del vescovo Paolo Albera negli anni venti permise infine di avere una struttura ecclesiastica nuovo che fu con i decenni successivi abbellita e arricchita di statue e dipinti. L'edificio, intitolato al patrono San Costantino Vescovo, ha misure inferiori rispetto alla vecchia chiesa ed è stato realizzato in stile neoromanico impiegando una struttura portante in cemento armato. L'unica navata è scandita internamente da tre cappelle semisferiche ospitanti altrettanti altari e dal presbiterio sopraelevato; il soffitto è a cassettoni senza decorazioni se escludiamo l'immagine della Madonna Immacolata fatta dipingere negli anni cinquanta sul soffitto del presbiterio; il campanile, alto 19 metri, ospita l'orologio e quattro splendide campane di varia cronologia e provenienza; la facciata, molto semplice, è scandita dall'alto portone centrale sormontato da una nicchia e da un rosone cieco e presenta due finestre longitudinali sormontate da arco a tutto sesto. Chiesa del SS. Nome di Gesù Conosciuta dal popolo come Chiesa del Bambin Gesù o Chiesa Vecchia è l'antica parrocchiale, nonché la più antica struttura ecclesiastica del paese. L'attuale edificio insiste sulle fondamenta di una precedente chiesa distrutta completamente dal terremoto del 5 febbraio 1783 della quale non si conosce molto. Doveva essere all'incirca delle stesse dimensioni dell'attuale e se ne cita l'esistenza, con la titolatura a Santa Elena e a San Costantino Imperatore, già intorno alla metà del Cinquecento in alcuni documenti vescovili. La struttura moderna, realizzata nei decenni successivi al terremoto in calcare arenario locale, è ad un'unica navata terminante in un'abside poligonale con volta a vela, la facciata presenta quattro lesene poggianti su alti basamenti e inquadranti al centro il portone maggiore sormontato da un finestrone ad arco a tutto sesto, la parte superiore è conclusa da un architrave continua sormontata da un piccolo timpano. L'interno barocco presenta un pregevole soffitto ligneo a botte dipinto con motivi vegetali e ospitante due tele di cui una, datata 1600, attribuita alla scuola monteleonese e la seconda, rappresentante Gesù tra i dottori del Tempio, della seconda metà dell'Ottocento. L'altare maggiore, realizzato da artigiani locali, custodisce la statua settecentesca del Bambino Gesù e un pregevole tabernacolo ligneo in stile barocco. Il pavimento è scandito da una serie di pietre sepolcrali che un tempo si aprivano sulle numerose camere che fino al 1890 (anno di realizzazione del Cimitero Comunale) fungevano come luogo di sepoltura. Sono presenti tre diversi altari in muratura, frutto delle antiche maestranze artigianali sancostantinesi: uno sulla destra che inquadra una tela del Settecento rappresentante la Madonna del Carmelo, due sulla sinistra ospitanti le statue in cartapesta della Madonna Addolorata e del SS. Cuore di Gesù. Il campanile, costituito da un semplice muraglione su cui si aprono due fornici ospita due campane del 1866. Da segnalare, infine, il particolare organo a canne con funzionamento idrofonico del 1909 realizzato dalla fabbrica di "Elia Favorito e fratelli" di Napoli.
Chiesa di san Rocco È una piccola chiesetta dedicata al santo pellegrino di Montpellier la cui devozione è particolarmente sentita tra i sancostantinesi. La leggenda vuole che l’edificio di culto sia sorto in seguito all'apparizione di San Rocco a un contadino del luogo, avvenuta nel 1638; fu il santo stesso a tracciare col proprio bastone il perimetro del piccolo tempio. Il primo impianto, allora in piena campagna, doveva essere una piccola cappella sprovvista di campanile al cui interno era venerato un quadro con l'immagine del taumaturgo francese. Successivamente al terremoto del 1783 la chiesa fu ricostruita nelle dimensioni attuali e, nel 1794, fu commissionato allo scultore Domenico De Lorenzo la statua lignea di San Rocco ancora oggi portata in processione nei giorni di festa. La ricostruzione fu comunque lenta e difficoltosa visto che l'edificio fu consacrato solo nel 1869 come attesta una lapide posta sulla controfacciata. Nel 1890 il bravo decoratore sancostantinese Francesco Caserta realizzò l'altare maggiore. Il terremoto del 1905 danneggiò gravemente la facciata che fu demolita e ricostruita nelle sembianze attuali, mentre il muro perimetrale destro fu rafforzato con un muraglione esterno. Negli anni successivi le offerte degli emigrati in Argentina permisero l'acquisto di due campane da porre sul nuovo campanile a bifore e di uno splendido trono portatile in legno e ottone dorato, ancora pregevole scrigno della statua del Santo. All'interno è custodita una statuina della Madonna del Carmelo, risalente al XVIII secolo, oggetto di furto nell'agosto del 2006 e rinvenuta in Sicilia, a casa di ricettatori, dopo qualche mese.
Architetture civili Palazzo Lombardi Comite Realizzato durante gli anni di ricostruzione successivi al terremoto del 1783, questo imponente palazzo domina la prospiciente Piazza Lombardi Comite. L'edificio è a due piani e ha nella facciata un caratteristico portale lapideo con arco a tutto sesto caratterizzato da bugne lisce e diamantate e una maschera apotropaica nella chiave di volta. L'atrio d'ingresso presenta una scala in pietra che biforcandosi conduce nei piani superiori. Il retrostante giardino ospita numerosi resti marmorei degli edifici ecclesiastici di Mileto Vecchia. Palazzo Zerbi (già Palazzo Potami) Edificio settecentesco posto nel centro storico recentemente restaurato da privati. Si caratterizza per il portale in calcare arenario scolpito e decorato in stile rococò con un volto apotropaico alla chiave di volta dell'arco a tutto sesto che lo conclude. I piani superiori presentano una serie di balconi con piano in granito e ringhiere in ferro battuto.
Villa De Luca