Fu autore di molte opere, tradizionalmente situabili in tre fasi, la prima delle quali tra il 23 a.C. e il 2 d.C., rappresentata dalle opere elegiache di argomento amoroso e comprende gli Amores, le Heroides (Epistulae heroidum) e il ciclo delle elegie a carattere erotico-didascalico. Le opere della seconda fase, tra il 2 d.C. e l'8 d.C., sono Metamorfosi, il suo capolavoro (Metamorphōses o Metamorphosěon libri) e i Fasti, di intonazione religiosa, mitologica e politica. Nella terza e ultima fase della produzione ovidiana, compresa tra l'8 d.C. e la morte (17 o 18 d.C.), anni in cui il poeta venne esiliato a Costanza (nell'attuale Romania), si includono le elegie dell'invettiva e del rimpianto: Tristia (Tristezze), Epistulae ex Ponto (Lettere dal Ponto) e Ibis.

Ovidio fu autore anche di altre opere, andate oggi perdute, tra cui una Gigantomachia e una tragedia, la Medea. La fama di Ovidio fu grande in vita quanto nelle epoche successive alla sua morte: ne riprendono i temi o ne imitano lo stile, tra gli altri, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Ludovico Ariosto, William Shakespeare, Giambattista Marino e Gabriele D'Annunzio. Inoltre, innumerevoli sono gli spunti che le Metamorfosi dell'autore hanno fornito a pittori e scultori italiani ed europei.Il recente volume di Paolo Isotta, La dotta lira, Venezia, Marsilio, 2018, ricostruisce l'influenza di Ovidio e della sua opera, in particolare delle Metamorfosi, su importanti momenti di storia della creazione musicale.

Biografia

Sulla vita di Ovidio le uniche e più circostanziate testimonianze provengono dal poeta stesso, fondamentalmente dall'elegia di natura autobiografica nel quarto libro dei Tristia.IV, 10.

La formazione e la carriera Ovidio nacque a Sulmo (l'odierna Sulmona, in provincia dell'Aquila), nella Regio IV Samnium, il 20 marzo del 43 a.C. in una famiglia facoltosa appartenente alla classe equestre. All'età di 12 anni si recò a Roma con il fratello Lucio, poi morto prematuramente, per completare gli studi, dove ebbe, appunto, modo di frequentarne le lezioni di grammatica e retorica dai più insigni maestri dell'Urbe, quali Marco Aurelio Fusco e Marco Porcio Latroneː Seneca il Vecchio, che ci riporta tali notizie, ricorda, inoltre, che Ovidio declamava raramente, per lo più suasorie. In seguito si recò, com'era costume ormai da un secolo, ad Atene, visitando, durante il viaggio di ritorno, le città dell'Asia Minore, l'Egitto e per un anno soggiornò in Sicilia.

Tornato a Roma, Ovidio intraprese la carriera pubblica, senza distinguersi per zelo o importanza di honoresː fu, infatti, uno dei decemviri stlitibus iudicandis e dei tresviri, i funzionari, forse, di polizia giudiziaria. Non aspirò, comunque, al seggio nel Senato, soddisfatto della propria dignità equestre e, contrariamente al fratello e contro la volontà di suo padre, si dedicò agli studi letterari. Inizialmente ebbe contatti con il circolo di Messalla Corvino, che lo stimolò a dedicarsi alle lettere, conoscendo, poi, Properzio e, per poco, Virgilio, dal primo dei quali trasse l'ispirazione per la poesia elegiaca.

Intanto, si sposò per tre volte: ma, se nei primi due casi, divorziò presto, il terzo matrimonio è invece il più significativo. Delle prime due mogli non si sa nulla, tranne che da una di loro nasce Ovidia, a sua volta scrittrice colta. Il terzo matrimonio con Fabia, appartenente all'omonima gens, vedova con una figlia, gli avrebbe dato una fedele consorte nella gioia e nel dolore, della quale il poeta, nelle sue opere, conserva un ricordo commosso.

La relegatio a Tomi e la morte Nell'8 d.C. Ovidio cade in disgrazia presso l'imperatore Augusto e viene relegato nella lontana Tomi (oggi Costanza), un piccolo centro portuale sul mar Nero, nell'attuale Romania. Nei Tristia, scrive:

Il poeta dunque attribuisce l'esilio a un carmen et error, ma tale vaga espressione ha favorito il proliferare di interpretazioni diverse, alcune probabili, altre più fantasiose, riguardo al possibile error. In primo luogo, Ovidio potrebbe aver avuto illecite relazioni con Giulia maggiore, figlia dell'allora imperatore Augusto e della seconda moglie Scribonia, nonché già moglie del futuro imperatore Tiberio (figliastro di Augusto, in quanto figlio della terza moglie Livia Drusilla e del primo marito di costei): Giulia maggiore sarebbe cantata negli Amores con lo pseudonimo di Corinna; le allusioni e i parallelismi negli Amores attorno alla figura di Corinna furono visti come tentativo per danneggiare l'immagine di Tiberio, intralciando i piani di successione di Livia Drusilla madre di costui. Ancora, Ovidio sarebbe stato sospettato di favoreggiamento e forse di correità nelle relazioni di Giulia minore, figlia di Giulia maggiore, nipote di Augusto e moglie di Lucio Emilio Paolo, col giovane patrizio Decimo Giunio Silano, oppure avrebbe scoperto illeciti rapporti di Augusto a corte o avrebbe curiosato imprudentemente sulla condotta privata e sulle abitudini intime di Livia Drusilla; o ancora, avrebbe partecipato alla congiura di Agrippa Postumo, pretendente al trono, contro Tiberio.

Il termine carmen farebbe, invece, riferimento alle opere di Ovidio, in contrasto con i princìpi della restaurazione augustea (specialmente lArs amatoria)Vi è però anche una teoria secondo cui l'errore ed il carme formerebbero un'endiadi, e che quindi l'errore sarebbe stato nell'includere qualcosa in un carme: Vinci-Maiuri, Mai dire Maia. Un’ipotesi sulla causa dell’esilio di Ovidio e sul nome segreto di Roma, “Appunti Romani di Filologia” (XIX – 2017).: secondo Felice Vinci e Arduino Maiuri, avrebbe rivelato in un carme il nome segreto di Roma, che sarebbe stato Maia, la Pleiade madre di Mercurio; tale atto era passibile di pena capitale, ma Augusto lo avrebbe punito solo con l'esilio, mantenuto da Tiberio. D'altra parte, lArs amatoria, cioè il carmen, fu pubblicato oltre sette anni prima la condanna alla relegatio, per cui non può essere stata la sola causa della condanna: è necessario anche lerror citato da Ovidio insieme al carmen. Non si sa esattamente quale sia stato lerror ma deve sicuramente essere un fatto personale molto grave, tale da giustificare l'improvvisa decisione di Augusto il quale, per di più, non perdonò mai il poeta, nonostante le suppliche sue e degli amici.

L'oscurità delle cause dell'esilio di Ovidio ha dato luogo a infinite spiegazioni. Ovidio fa più volte riferimento al suo reato, fornendo però spiegazioni vaghe o contraddittorie, certamente soffrendo la relegatio che questo reato gli avrebbe causato.Circa 33 menzioni dell'esilio, secondo J. C. Thibault, The Mystery of Ovid's Exile, Berkeley, 1964, pp. 27-31. Per questo, nel 1923, J.J. Hartmann propose una nuova teoria: che Ovidio in realtà non abbia mai patito la relegatio, e che il riferimento all'esilio sia il prodotto della sua fervida immaginazione. Questa teoria ha avuto alterne fortune negli anni trenta del Novecento (i maggiori sostenitori furono alcuni autori olandesi).

Nel 1985, uno studio di Fitton Brown ha avanzato nuove argomentazioni a sostegno dell'ipotesiA. D. F. Brown, The unreality of Ovid's Tomitan exile, in Liverpool Classical Monthly, 10.2 (1985), pp. 18-22., scrivendo un articolo che provocò una piccola polemica, con una serie di riprese e confutazioni.Ad esempio A. W. J. Holleman, Ovid's exile, in Liverpool Classical Monthly, 10.3 (1985), p. 48. E ancora H. Hofmann, The unreality of Ovid's Tomitan exile once again, sempre in Liverpool Classical Monthly, 12.2 (1987), p. 23. Vedi comunque il consuntivo di A. Alvar Ezquerra, Exilio y elegía latina entre la Antigüedad y el Renacimiento, Huelva, 1997, pp. 23-24. L'elemento principale affermato da Fitton Brown per negare la realtà dell'esilio è che questo viene menzionato solo o soprattutto nelle opere dello stesso Ovidio, e non si trovano riferimenti a esso anche dove sarebbe stato lecito aspettarseli (ad esempio in storici che hanno trattato l'età di Augusto come Tacito o Svetonio). Le eccezioni, di poco posteriori alla morte di Ovidio, sono costituite da due brevissimi passaggi in Plinio il Vecchio,Naturalis Historia, XXXII, 152: “His adiciemus ab Ovidio posita animalia, quae apud neminem alium reperiuntur, sed fortassis in Ponto nascentia, ubi id volumen supremis suis temporibus inchoavit”. e in Stazio.Silvae, I, 2, vv. 254-255: “nec tristis in ipsis Naso Tomis”. A. Hollis (in Ovidius Exulans, recensione a G. Williams, Banished Voices, in The Classical Review, 46, 1996, pp. 26-27) cita inoltre il caso, in verità molto dubbio, del graffito ercolanese (CIL IV, nr. 10595) MORIERIS TOMI. Poi, più niente fino al IV secolo, con brevi menzioni in Girolamo e nell'Epitome de Caesaribus.Girolamo, Chronicon, 2033, an. Tiberii 4, an. Dom. 17: “Ovidius poeta in exilio diem obiit et iuxta oppidum Tomos sepelitur”. Epitome de Caesaribus, I, 24: “Nam [Augustus] poetam Ovidium, qui et Naso, pro eo, quod tres libellos amatoriae artis conscripsit, exilio damnavit”.

Oggi, tuttavia, la maggior parte degli studiosi ritiene poco credibili le ipotesi che negano la realtà dell'esilio di OvidioSi veda, tra gli altri, J. M. Claassen, Error and the imperial household: an angry god and the exiled Ovid's fate, in Acta classica: proceedings of the Classical Association of South Africa, 30, 1987, pp. 31-47..

Nemmeno Tiberio, succeduto ad Augusto nel 14 d.C., perdonò Ovidio, tant'è che il poeta muore tra il 17 e il 18 d.C. (più probabilmente nel 18), nella stessa terra, a lui del tutto estranea, dove è stato relegato un decennio prima. Il 14 dicembre 2017 il Comune di Roma riabilita, infine, Ovidio, su proposta della sua Sulmona, in cui già nel XV secolo fu costruita una statua di Ovidio, citata da Edward Lear nei suoi diari di viaggio in Abruzzo, ora conservata nel Museo civico archeologico Santissima Annunziata. Nel 1925 una nuova statua monumentale viene realizzata da Ettore Ferrari in piazza XX Settembre, lungo il corso intitolato al poeta. Di Ovidio a Sulmona si occuparono per primo Ercole Ciofano umanista, poi Emiliano De Matteis, storico, e poi Antonio De Nino e Giovanni Pansa.

Opere

Ovidio scrisse un gran numero di opere, che possono essere facilmente divise in tre gruppi: le opere giovanili o amorose, le maggiori o della maturità e le opere dell'esilio. Altre opere sono andate pressoché perdute, mentre altre sono state erroneamente attribuite al poeta.

Opere giovanili Gli Amores, in tre libri, sono 49 carmi che narrano la storia d'amore per una donna chiamata Corinna (personaggio letterario), secondo lo stile e le convenzioni dell'elegia amorosa: il poeta è asservito alla domina, soffre per le sue infedeltà, è geloso degli altri ammiratori e contrappone la vita militare alla vita amorosa. Ma Ovidio non soffre drammaticamente come Catullo e mantiene sempre un certo distacco intellettuale: vede l'amore come un gioco e questa concezione amorosa si traduce e si esplica in un ribaltamento degli atteggiamenti e dei temi tradizionali (Ovidio giunge ad amare anche due donne contemporaneamente, chiede all'amata non di essergli fedele ma di nascondergli i tradimenti affinché lui possa fingere di non sapere).

Perduta è la Medea, tragedia lodata dai contemporanei.