Barabba (in aramaico בר-אבא, Bar-abbâ, letteralmente "figlio del padre"; in greco antico Bαραββᾶς, Barabbās) o Gesù Barabba (Yeshua Bar-abbâ, letteralmente "Yeshua, figlio del padre", come riportato in alcuni manoscritti del Vangelo secondo Matteo)Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, p. 147, ISBN 978-88-430-8869-0. era, secondo i quattro vangeli canonici, un ebreo appartenente probabilmente al partito degli zeloti,Marco M. Sales e Antonio Martini, Il Nuovo testamento, Editore Libreria del Sacro Cuore, 1914, p. 194. detenuto dai Romani a Gerusalemme assieme ad alcuni ribelli, negli stessi giorni della Passione di Gesù detto il Cristo. Egli venne liberato dalla folla che era stata chiamata ad esprimersi, dal prefetto romano Ponzio Pilato, su chi rilasciare tra lui e Gesù di Nazareth. La figura di Barabba è trattata solo nei Vangeli, non essendovi altre fonti che testimonino la sua esistenza.

La figura La figura di Barabba viene presentata in modi diversi nei quattro Vangeli canonici.

Il Vangelo secondo Marco () racconta che «un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli (stasiastôn) che nel tumulto avevano commesso un omicidio», sottolineando quindi l'appartenenza a un gruppo insurrezionale, responsabile collettivamente di omicidio, secondo la prassi dei sicarii zeloti, che fomentavano tumulti per uccidere romani ed ebrei traditori, per poi dileguarsi nella folla. Il Vangelo secondo Matteo () lo definisce «un prigioniero famoso». Il Vangelo secondo Luca () afferma che era stato incarcerato per assassinio, oltre che complicità in una sommossa: «Questi [Barabba] era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio». Il Vangelo secondo Giovanni (), invece, afferma solo che egli è un «brigante» (λῃστής, lestés).

Nei Vangeli Barabba compare nell'ambito del racconto del processo a Gesù davanti a Ponzio Pilato. Il prefetto romano, non trovando giustificazione alcuna alle pretese di crocifissione fatte dagli accusatori, voleva liberarlo. Secondo i Vangeli sinottici era infatti consuetudine del prefetto romano di liberare un carcerato nel giorno di Pasqua, mentre secondo il Vangelo di Giovanni si trattava di una consuetudine ebraica. Il popolo di Gerusalemme, spinto dai sacerdoti, scelse Barabba. Tale amnistia da concedere ad un prigioniero per la Pasqua non è, comunque, mai stata storicamente documentata per nessun governatore romano di alcuna provincia. Inoltre, appare improbabile che Ponzio Pilato, noto per la sua fermezza e crudeltà, fosse disposto a liberare un pericoloso ribelle.. Va sottolineato che sull'esistenza di Barabba non vi è alcuna prova storica al di fuori dei Vangeli. Lo stesso nome "Barabba" significa in aramaico, lingua parlata nella Palestina del I secolo, "figlio del padre" e - in alcuni manoscritti del Vangelo secondo Matteo - viene chiamato "Gesù Barabba", quasi a voler sottolineare la colpa dei giudei, spesso rimarcata dagli evangelisti, nella scelta sbagliata del "Gesù figlio del padre".Bart D. Ehrman, Gesù è davvero esistito? Un'inchiesta storica, Mondadori, 2013, pag. 186, ISBN 978-88-04-63232-0.AAVV, Personaggi della Bibbia, Touring Club Italiano, 2014, pag. 461, ISBN 978-88-365-6497-2.Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, pp. 146-147, ISBN 978-88-430-8869-0.

Scrive papa Benedetto XVI nel suo "Gesù di Nazaret": «In altre parole Barabba era una figura messianica. La scelta tra Gesù e Barabba non è casuale: due figure messianiche, due forme di messianesimo si confrontano. Questo fatto diventa ancor più evidente se consideriamo che Bar-Abbas significa figlio del padre. È una tipica denominazione messianica, il nome religioso di uno dei capi eminenti del movimento messianico. L'ultima grande guerra messianica degli ebrei fu condotta nel 132 da Bar-Kochba, Figlio della stella. È la stessa composizione del nome; rappresenta la stessa intenzione. Da Origene apprendiamo un ulteriore dettaglio interessante: in molti manoscritti dei Vangeli fino al III secolo l'uomo in questione si chiamava Gesù Barabbas - Gesù figlio del padre. Si pone come una sorta di alter ego di Gesù, che rivendica la stessa pretesa, in modo però completamente diverso. La scelta è quindi tra un Messia che capeggia una lotta, che promette libertà e il suo proprio regno, e questo misterioso Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi».Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Dal Battesimo alla Trasfigurazione; BUR Rizzoli saggi, 2011, pp. 63-64.

Origine del nome

Il nome Barabban,Pagina 101 del Novum Testamentum Graece et Latine (a cura di A. Merk, Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933) tramandato dalla maggior parte dei manoscritti in greco dei Vangeli, era in aramaico un patronimico: Bar-abbâ, "figlio del padre". Alcuni dei più antichi manoscritti presentano la forma bar rabba(n), "figlio del (nostro) maestro". In pochi manoscritti in greco ed in siriaco del Vangelo di Matteo il patronimico è preceduto dal nome Iesoûs. Potrebbe essere anche un patronimico vero e proprio: Bar-Abbas, "figlio di Abbas", dato che Abba era un raro nome ebraico (un certo Abbas fu sacerdote all'epoca di Antigono II Asmoneo e si occupò dell'ossario del re di Giuda, alcuni anni dopo il 37 a.C.; potrebbe essere stato anche un parente stretto del Barabba biblico, se non suo padre, dato che non si conosce l'età di Barabba nel 30 d.C.).

Abba significa "padre" in Aramaico, e nei Vangeli appare sia con traduzione, che non tradotto. Una traduzione di Bar-Abbas sarebbe figlio del padre. Gesù spesso si riferisce a Dio come "padre", e l'uso di Gesù della parola aramaica Abba compare non tradotta nel Vangelo secondo Marco (14, 36). Questo ha portato alcuni autori a speculare che "bar-Abbâ" potrebbe oggi essere riferito a Gesù stesso come "figlio del padre". Nei Vangeli, Gesù si riferisce a sé stesso come "figlio di Dio", ma non si riferisce mai a sé stesso come "figlio del padre".Brown (1994) supra p. 812.

Secondo Fanelli la parola aramaica Abbà sarebbe il nome di Dio, rivelato da Gesù stesso nel Nuovo Testamento (nel Vangelo di Marco, Gesù si rivolge a Dio chiamandolo Abbà,Vangelo di Marco la parola appare anche nelle lettere ai RomaniLettera ai Romani ed ai GalatiLettera ai Galati di Paolo di Tarso), quindi bar-Abbà si tradurrebbe con "figlio di Dio", essendo la parola Dio impronunciabile per gli ebrei. Alcuni studiosi critici, come l'ateo Jean Meslier, hanno individuato in Barabba una similitudine con i vari Messia politicizzati, come il più tardo e già citato Simon Bar Kokheba, preteso re dei Giudei nel 135.Jean Meslier, Il testamento

Esiste infine un'ultima possibilità: che cioè Barabba fosse figlio di padre ignoto, come lo fu ad esempio Ziyad ibn Abihi, riconosciuto per fini probabilmente politici come suo fratello consanguineo dal califfo omayyade Mu'awiya ibn Abi Sufyan (r. 661-680).

Storicità