La Vita nuova è la prima opera di attribuzione certa di Dante Alighieri, scritta tra il 1293 e il 1295. Si tratta di un prosimetro nel quale sono inserite 31 liriche (25 sonetti, 1 ballata, 5 canzoni) in una cornice narrativa di 42 capitoli.
Datazione Non si conoscono con precisione gli anni di composizione della Vita nova, nonostante sia stata presumibilmente scritta tra il 1293 e il 1295. Lo stesso Dante, però, ci testimonia che il testo più antico risale al 1283, quando egli aveva diciotto anni, e che il più tardo risale al giugno del 1291, anniversario della morte di Beatrice. Altri sonetti sono probabilmente assegnabili al 1293 (in ogni caso le poesie non possono essere datate oltre il 1295): si può dunque ipotizzare con relativa certezza che le diverse componenti dell'opera siano frutto del lavoro di circa un decennio, culminato nella stesura vera e propria dell'opera in questione. Il testo che ne risulta è quindi una sorta di assemblaggio delle diverse poesie scritte in varie fasi della vita di Dante - alcune delle quali però sono state composte di certo contemporaneamente al testo in prosa - e che vengono così riunite in una sola opera (appunto la Vita Nova) a partire dal 1290, anno di morte di Beatrice.
Strutture e temi
La Vita nuova, nell'edizione critica curata da Michele Barbi per la Società Dantesca Italiana nel 1907 e rivista nel 1932, si basa su circa quaranta manoscritti. Oltre a quelli principali, nel XX secolo, sono stati ritrovati altre parti del testo, come il Frammento Trespiano (Ca); nell'insieme, l'opera risulta composta da 42 capitoli e 31 liricheRiguardo al Frammento Trespiano confronta Chiara Vasciaveo - Valentina Loiodice: Dante, Il Bifoglio della "Vita Nuova" (Frammento Trespiano 1325-1350) nel Carmelo di S. Maria degli Angeli e S. Maria Maddalena de' Pazzi in Firenze. in Vivens Homo, 28/2 (2017), 321–334.
Nella recente edizione curata da Guglielmo Gorni per i tipi dell'Einaudi, alla divisione in capitoli dell'edizione Barbi, che a loro volta derivano dalla divisione adottata nelle edizioni tardoottocentesche, si sostituisce una scansione in 31 "paragrafi", 31 come il numero dei componimenti inclusi nella Vita Nuova, anzi della Vita nova, in quanto Gorni ha preferito adottare l'intitolazione alla latina, peraltro presente nell'incipit dell'opera stessa. Per informazioni più dettagliate, si vedano l'Introduzione all'edizione Gorni, nonché i lavori preparatori e di corredo che Gorni ha racchiuso nel volume Dante prima della Commedia, Cadmo, Firenze 2001, capp. IV, V, VI, VII.. La recente edizione critica dell'opera curata da Stefano Carrai - che attinge in particolare al manoscritto Chigiano L.VIII. 305, il più antico di tutti, risalente alla metà del Trecento - propone invece una suddivisione diversa, in 31 capitoli, corrispondenti esattamente al numero delle liriche (cfr. Dante Alighieri, Vita Nova, revisione del testo e commento di Stefano Carrai; 9ª ediz. BUR Classici, Rizzoli, Milano, 2019).
La composizione, sotto il profilo dei contenuti, si apre con un brevissimo proemio. In esso Dante sviluppa il concetto di memoria (il libro della memoria) in quanto magazzino di ricordi che permette di ricostruire la realtà non in ogni suo dettaglio, ma con una visione di insieme, ricordando cioè l'avvenimento generale.
Dante narra di incontrare per la prima volta Beatrice quand'egli aveva appena nove anni e nove mesi e lei nove anni e tre mesi (il numero nove, evidente richiamo alla Trinità appare diverse volte nell'opera: rappresenta il miracolo).
L'opera è suddivisa in 3 fasi.
Una prima fase in cui Beatrice gli concede il saluto, fonte di beatitudine e salvezza (dal latino salutem).
Tuttavia a causa dei rituali dell'amor cortese, si sforza di tenere nascosta l'identità dell'amata, perciò finge di rivolgere il suo amore ad altre donne definite "dello schermo", in tal modo protegge il suo amore dai "malparlieri", la finzione suscita le chiacchiere della gente, e ciò provoca lo sdegno di Beatrice la quale nega il saluto a Dante.
Suddetto a seguito della privazione del saluto della sua donna entra in un periodo di sofferenza (utilizzando il modello della poesia di imitazione Cavalcantiana, imperniata sull'analisi dei tormenti provocati sull'amore); però Dante si accorge che il fine dell'amore non è più il saluto della donna, ma è la lode alla gentilissima.
Ergo la seconda fase è l'amore fine a se stesso.
Una terza fase in cui Beatrice muore e il rapporto non è più tra il poeta e la donna amata, ma tra il poeta e l'anima della donna amata.
Dal primo incontro di Dante e Beatrice inizia la "tirannia di Amore" che egli stesso indica come causa dei suoi comportamenti. Rivedrà poi la sua "musa" all'età di diciotto anni (1283) e dopo aver sognato il dio Amore mentre tiene in braccio Beatrice che piangendo mangia il suo cuore, compone una lirica in cui chiede ai poeti la spiegazione di tale sogno allegorico. Nessuno dei poeti dà la risposta che a posteriori, secondo Dante è quella corretta, cioè un presagio della morte giovanile di Beatrice, ma leggendo quel sonetto Cavalcanti decide di volere stringere amicizia con Dante, tanto da divenire "il primo delli soi amici". Per non compromettere Beatrice, il poeta finge di corteggiare altre due donne dette dello "schermo"Le donne dello schermo sono come il senhal dei trovatori provenzali. indicategli da Amore, e soprattutto dedica a loro i suoi componimenti: Un giorno, mentre il poeta e Beatrice si trovano in chiesa, Dante guarda la sua amata ma tutti credono che rivolga la sua attenzione a un'altra donna che si trova tra i due, per cui si crea un equivoco: Dante non fa nulla per chiarirlo e lascia che tutti pensino che i suoi versi siano dedicati a questa donna-schermo, per non danneggiare la reputazione di Beatrice. Quando la donna-schermo deve lasciare Firenze, Amore suggerisce a Dante di usare una seconda donna per continuare l'equivoco, ma stavolta Beatrice non gradisce il comportamento del poeta e gli nega il saluto. Dante ne è sconfortato e soffre molto, specie quando incontra nuovamente Beatrice a una festa e viene preso "a gabbo" (viene deriso) da altre donne perché lui, alla vista dell'amata, è colto da turbamento. In seguito Dante riflette sul fatto che farebbe meglio ad evitare di incontrare Beatrice, visto che la sua presenza gli provoca tanta sofferenza, e conclude che in ogni caso il suo amore per lei è troppo forte per consentirgli di evitarla, anche se ciò è motivo per lui di strazio e derisione. Un giorno, mentre cammina per la città, Dante incontra un gruppo di donne che gli chiedono perché continui ad amare Beatrice visto che non sostiene neppure la sua presenza: Dante riflette e comprende che la sua felicità non deve essere riposta nel saluto o nel riconoscimento che può dargli Beatrice, bensì nelle parole di lode che lui le rivolge nelle sue poesie. Ha inizio la fase delle cosiddette "nove rime", caratterizzata da poesie quali la canzone Donne ch'avete intelletto d'amore.
A questo punto ha inizio la seconda parte del prosimetro in cui Dante si prefigge di lodare la sua donna. In questa parte spicca il famoso sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare.
Morta Beatrice nel 1290, e conclusasi la seconda parte, dopo un periodo di disperazione, di cui non si forniscono numerosi dettagli, il poeta è attratto dallo sguardo di una "donna gentile".
Ben presto Dante comprende che l'interesse per questa nuova donna va allontanato e soffocato, poiché solo attraverso l'amore per Beatrice potrà raggiungere Dio. Ad aiutarlo in questa riflessione è il passaggio in Firenze di alcuni pellegrini diretti a Roma, che simboleggiano il pellegrinaggio intrapreso da ogni uomo verso la gloria dei cieli. Una visione gli mostra Beatrice nella gloria dei cieli e il poeta decide di non scrivere più di lei prima di esser divenuto in grado di parlarne più degnamente, ovvero di dirne "ciò che mai non fue detto d'alcuna". L'ultimo capitolo, in cui questa necessità è esposta, viene considerato una prefigurazione della Commedia. Beatrice è una figura angelica, circonfusa di un'aura di sacralità, che dalla sua prima apparizione avvince Dante e lo purifica, elevandone i sentimenti, riuscendo a riportarlo allo stesso livello di salute spirituale anche dopo morta, mantenendovelo per sempre: la sua funzione supera perciò la breve esperienza d'amore caratteristica degli altri poeti dello stilnovo, per diventare fondamento di eterna salvezza.
I capitoli in prosa rappresentano da un lato la narrazione vera e propria e dall'altro servono da spiegazione dei componimenti lirici. Le liriche furono scelte fra quelle che Dante aveva composto (a partire dal 1283) in onore di diverse figure femminili e, soprattutto, per la stessa Beatrice; in seguito ne vennero composte altre insieme alle parti in prosa.
Natalino Sapegno scrive:Storia letteraria del Trecento, Ricciardi, Milano, Napoli, 1963, pp. 49 e sgg."Oltre gli esempi, non rari nella letteratura medievale da Boezio in poi, di opere miste di prosa e versi, le vida e le razó compilate in margine ai testi poetici provenzali costituiscono un modello più vicino e pertinente di questo narrare dantesco; salvo che qui la materia è autobiografica, sentita liricamente e non in forma aneddotica, e la struttura del racconto di gran lunga più organica e tutta ordinata secondo un concetto personale. Inoltre a ogni lirica segue o precede una "divisione", svolta secondo i procedimenti dell'esegesi medievale, e specialmente di quella applicata alle Sacre Scritture."
Il titolo Vita Nuova significa 'vita rinnovata e purificata dall'amore'.Aldo Giudice, Giovani Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, ed. Paravia, Torino, 1978, tomo primo, pag. 226.
Nella struttura dell'opera, oltre ovviamente ad essere evidenti le tematiche tipiche dei poeti del dolce stil novo (Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti ecc.) si ravvisano anche gli influssi della lirica provenzale, ad esempio nel capitolo V, dedicato alla cosiddetta "donna dello schermo" (con un chiaro riferimento al senhal) ma anche nel "sirventese sui nomi di belle donne" (cap. VI), dato che il sirventese era un componimento celebrativo tipico appunto della lirica trobadorica. Così pure il tema del "cuore mangiato" si rifà con evidenza al Compianto in morte di ser Blacatz di Sordello da Goito. L'influenza, in ogni caso, è non solo strutturale o concettuale ma anche testuale: si pensi per es. al sonetto Tutti li miei penser parlan d'amore (cap. XIII), dove il primo verso ricalca l'incipit della canzone di Peire Vidal Tuit mei consir son d'amor e de chan. Il titolo
La questione del titolo e della trasmissione testuale della Vita Nova (o Vita Nuova) rappresenta uno dei nodi filologici più complessi della produzione dantesca. Come per l'intero corpus di Dante Alighieri, l'assenza di autografi ha costretto gli studiosi a operare su una tradizione manoscritta di circa quaranta codici, i più antichi dei quali risalgono solo alla metà del Trecento (cinquant'anni dopo la composizione dell'opera). Tale distanza cronologica e la natura stessa della trasmissione impediscono una ricostruzione certa della fonomorfologia originale della prosa dantesca e alimentano il dibattito sulla forma corretta del titolo.
Storicamente, la tradizione filologica ha privilegiato la forma dittongata Vita Nuova, consolidatasi nell'uso editoriale e scolastico. Tuttavia, nel 1996, Guglielmo Gorni ha proposto il restauro del titolo nella forma monottongata Vita Nova, basandosi sulla coerenza con l'esordio latino del primo capitolo, dove si legge Incipit Vita Nova. Questa lezione trova ulteriore riscontro nelle citazioni dell'opera contenute nel Convivio e nel 2009 è stata accolta anche nell'edizione curata da Stefano Carrai.