Inveni portum..., «ho trovato il porto» (da intendersi come metafora di rifugio o approdo esistenziale) è l'incipit di una celebre locuzione latina espressa nella forma metrica del distico elegiaco.
La locuzione originale, tuttavia, proviene da una fonte epigrammatica in lingua greca, anch'essa in forma metrica, il cui autore rimane tuttora ignoto, nonostante nel tempo vi siano stati alcuni tentativi di attribuzione.
L'epitafio ha ottenuto nei secoli numerose menzioni, in letteratura o in iscrizioni epigrafiche, fino ad almeno il Novecento, a testimonianza della notevole e duratura fortuna letteraria di cui esso ha goduto.
Testo latino Il testo completo del distico latino, salvo alcune varianti, è pressappoco il seguente:
Originale e rielaborazioni greche I due versi della locuzione latina non sono originali, bensì il frutto della latinizzazione e dell'adattamento di un epitaffio greco, di autore sconosciuto, conservato nellAntologia PalatinaAnth. Pal., IX.49 (cfr. Friedrich Jacobs, Anton Jacob Paulssen, Charles Anthon, Anthologia Graeca, Lipsia, 1813-1817, vol. II, p. 20 su Google book search)
Una singolare ripresa di questi stessi versi si registra in altro luogo dellAntologia PalatinaAnth. Pal., IX.134 (cfr. Friedrich Jacobs, Anton Jacob Paulssen, Charles Anthon, Anthologia Graeca, Lipsia, 1813-1817, vol. II, p. 45 su Google book search), in cui il tema dell'epigramma viene stavolta rielaborato attraverso un curioso sviluppo su otto esametri: il primo di essi conserva quasi intatto l'incipit dell'epigramma originale (salvo una variante lessicale), mentre, fra i rimanenti esametri, sono il secondo e il settimo ad attenersi in modo più fedele al significato letterale del secondo verso dell'epitaffio originale:
L'icastico tema dell'epitaffio non lasciò indifferente la vena amara e disincantata dell'epigrammista tardo-antico Pallada di Alessandria che, nel V secolo d.C., così se ne serviva:
Testimonianze epigrafiche latine La fortuna dell'epigramma si riflette nelle numerose testimonianze tramandate dall'epigrafia latina, sparse su un vasto territorio dell'impero romano.
Un esempio è in un'iscrizione da Pesaro, nella Regio VI Umbria.
Un altro esempio è dato dall'iscrizione sull'incompiuta pietra sepolcrale di tale Lucio Annio Ottavio Valeriano, rinvenuta nel 1828 a Casal RotondoEnrico Josi, "Il Museo Gregoriano Lateranense", in AA.VV., , Editrice Pontificia Università Gregoriana, 1948 ISBN 978-88-7652-439-4 p. 209Robert Turcan, Messages d'outre-tombe. L'iconographie des sarcophages romains. De l'archéologie à l'histoire, De Boccard, Parigi, 1999 ISBN 2701801338 (p. 83 e 209), sulla Via Appia antica, e conservata al Museo Gregoriano Lateranense (n. Inv. 10536). Si tratta peraltro dell'unica testimonianza proveniente dalla capitale dell'impero:
È sorprendente scoprirne un'imitazione proveniente dalla remota città di Romula-Malva nella distante provincia romana di Dacia: una tavoletta di argilla, risalente al periodo a cavallo tra il II e III secolo (171– 230 d.C.)Epigraphische Datenbank Heidelberg, , riproduce l'epitaffio del già citato Lucio Annio Ottavio Valeriano, ripetendone perfino il nome. Gli errori nel testo (gpes e vovi(s)cum) rivelano, in colui che l'ha inciso, una conoscenza approssimativa della lingua latina, o quantomeno della sua ortografia:
L'aver trovato, a distanza così remota, l'incredibile coincidenza del nome e del testo, con quest'ultimo che se ne distacca solo per i due refusi, ha fatto supporre che, in entrambi i casi, ci si trovi di fronte allo stesso Annio Ottavio Valeriano a cui era destinato il sarcofago incompiuto di Casal Rotondo. Egli, giunto in Dacia, forse per commercio, potrebbe aver dettato l'epitaffio in un momento critico in cui avvertì l'inatteso sopraggiungere della morte mentre si trovava in quel paese lontano. L'ipotesi della morte improvvisa in Dacia darebbe anche conto del sarcofago lasciato incompiuto a Casal Rotondo, a lui destinatoDumitru Tudor, Inscription funéraire identique mise au jour à Romula Malva et à Rome, in "Latomus. Revue d'études latines". Tome 39, 1980, pagg. 639-646.
Fortune letterarie in epoca moderna Umanesimo rinascimentale Frequenti menzioni latine si incontrano tra gli umanisti del XV e XVI secolo, che rimandano tutte a più antiche fonti latine, ma non a fonti greche. Robert Burton e Francesco Pucci Robert Burton, ad esempio, nella sua Anatomia della melancolia cita e traslittera in ingleseRobert Burton The Anatomy of Melancholy, la versione latinizzata dell'epitaffio, che egli erroneamenteMartin M. Winkler, , p. 19, Wiley-Blackwell, 2009 ISBN 978-1-4051-8223-2 attribuisce a PrudentiusRobert Burton The Anatomy of Melancholy, . L'attribuzione a Prudentius è nella nota 3950., poeta della tarda latinità, vissuto tra il IV e IV secolo d.C. Nella traduzione di Burton l'epitaffio suona così:
Burton stesso ci informa che l'epitaffio è riportato sulla tomba di Francesco PucciLa notizia riguardo alla presenza dell'epitaffio sulla tomba di Pucci è contenuta nella già citata nota n. 3950 in Robert Burton The Anatomy of Melancholy, . nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo in Roma.
Janus Pannonius, William Lilye e Tommaso Moro Ma prima ancora di Pucci e Burton, l'epigramma è già riportato nell'opera poetica di Janus PannoniusJanus Pannonius, nella pubblicazione in 2 volumi a cura di Sámuel Teleki, Iani Pannonii Poemata, Utrecht, 1784, vol. I., p. 531, Ep. 560, (pubblicazione originale: Vienna, 1512) (1434 - 1472), umanista croato del XV secolo, i cui lavori furono pubblicati, con notevole fortuna, a partire dagli esordi del XVI secolo.
Nella stessa forma appare in William Lily (ca. 1468 – 25 febbraio 1522) grammatico della lingua latina e, in forma leggermente diversa, in Tommaso Moro, che di Lily era sodale: le due versioni sono presente nella miscellanea di versi, di entrambi i due amici, pubblicata nel 1518 con il titolo di Progymnasmata Thomae Mori et Guilielmi Lylii SodaliumL'epitaffio è, ad esempio a pagina 233 dell'edizione francofortese del 1689 dell'opera omnia di Tommaso Moro, a cura di Thomas Stapleton, a pag. 173 dell'edizione di Basilea, del 1518, dellUtopia e degli Epigrams, o, ad esempio in Arthur Cayley, , vol. II, 1808, p. 267).
Luigi Alamanni
Ne esiste sicuramente una versione italiana, l'unica peraltro che si conosca, quella dell'umanista Luigi Alamanni (1495 – 1556)Luigi Alamanni, in , III.9, Biblioteca italiana, 2004 (da bibliotecaitaliana.it) in forma di due endecasillabi a rima baciata:
Giuseppe Fumagalli dà della volgarizzazione di Alamanni una versione leggermente diversa:
XVIII secolo Le Memoires di Casanova
L'epitaffio ritorna nelle Memorie di Casanova, che lo attribuisce al suo Mentore: pur riconoscendone correttamente l'origine greca e non latina, egli, tuttavia, lo indica erroneamente come traduzione di due versi di Euripide. Notare peraltro la variazione del secondo verso, nel primo emistichio (Nil mihi vobiscum est) del pentametro, che meno si discosta in tal modo dall'originale dellAntologia Palatina:
L'approdo esistenziale di Gil Blas de Santillana
Ma la maggior fortuna di questo episodio letterario si deve alla sua ricezione nel romanzo picaresco Storia di Gil Blas di Santillana, il capolavoro composto da Alain-René Lesage tra il 1713 e il 1747.
Gil Blas, eroe picaresco, giunge al termine del suo avventuroso vagabondare e intravede finalmente per sé una prospettiva di pace nel castello di Llíria. Per questo motivo, fa incidere sulla porta, in lettere latine d'oro, proprio il celebre epitaffio:Alain-René Lesage, Histoire de Gil Blas de Santillane, IX, 10 Inveni portum Spes et Fortuna valete sat(is) me lusistis ludite nunc alios
Ottocento Lord Byron Nel 1817, in una corrispondenza diretta da Venezia a Thomas Moore, Lord Byron ne prende spunto per riferirsi alle abitudini di vita di un comune conoscente, attraverso un equivoco sul doppio senso tra portum, inteso come rifugio, e vino Porto, in un'allusione all'indulgere del personaggio al consumo di quella bevanda alcolica:
Il rifugio di Henry Peter Brougham, "scopritore" di Cannes Il distico, sempre nella forma latina, fu fatto incidere da Henry Peter Brougham, primo Barone di Brougham e Vaux, nella sua villa-rifugio di Cannes, in quello che al tempo era solo un borgo provenzale di pescatori, ma che, proprio grazie alla "scoperta" da parte di Brougham, si sarebbe trasformato nel tempo in una ricercata ed esclusiva meta turisticaGeorge Edward Woodberry, , BiblioBazaar, 2009 ISBN 978-1-113-04661-1, pag. 865.
Giardini botanici Hanbury a Ventimiglia
L'epitaffio è riportato per intero, con lettere a rilievo e in bell'evidenza, in una placca murata sull'arco del porticato dell'entrata principale dei Giardini botanici HanburyNicolò Peitavino, , 1975 (p. 33)Alistair Moore, La Mortola, in the footsteps of Thomas Hanbury, Cadogan Guides, 2004 ISBN 978-18-6011-140-2 (p. 218) che Sir Thomas Hanbury (1832-1907), viaggiatore e filantropo inglese, volle realizzare al promontorio della Mortola, sulla costa ligure della Riviera di Ponente, presso Ventimiglia.
In calce, l'iscrizione riporta anche, ma con lettere incise, la frase latina , con cui si ricorda chi fece apporre nel 1877 la lapide sull'ingresso della villa, il celebre uomo di stato inglese, di idee radicali e liberali, John Bright (1811 – 1889).
Palazzo De Angelis a Castellabate
La frase campeggia in un'epigrafe che sovrasta l'arco d'ingresso del palazzo nobiliare de Angelis a San Marco di Castellabate.
L'iscrizione fu apposta nel 1880, come si legge dalla data incisa in calce al testo che, disposto su due righe, così recita: .
Bernardo Guimarães
La prima frase dell'epitaffio si ritrova citata nel libro Poesias novas di Bernardo Guimarães, poeta e scrittore brasiliano di Ouro Preto . In forma lievemente modificata, vi appare con lo slittamento semantico indotto dalla sostituzione di spes (speranza) con sors (sorte, destino). La frase è usata come invocazione collocata prima dell'incipit della poesia O meu valle, composta nell'agosto 1869 e dedicata all'amico e politico Ovídio João Paulo de Andrade.
Novecento Il buen retiro vesuviano di Enrico de Nicola Le prime due parole, "inveni / portum", furono fatte apporre da Enrico De Nicola, primo Presidente della Repubblica Italiana, sui due pilastri di ingresso della piccola villetta liberty a due piani di Torre del Greco, progettata da Michele Platania, affacciata sul Tirreno dalle falde del Vesuvio, della quale lui, napoletano, aveva fatto il suo buon retiro.
Una «sottile» citazione cinematografica: The Fall of the Roman Empire di Anthony Mann