Si espone di seguito unanalisi delle Operette morali di Giacomo Leopardi.
Storia del genere umano
Composta a Recanati, tra il 19 gennaio e il 7 febbraio 1824.1ª edizione Stella, Milano, 1827.
Leopardi apre le sue Operette con una favola sulla storia dell'umanità e racconta come tutti gli uomini in origine «fossero creati per ogni dove e a un medesimo tempo e tutti bambini» e «nutricati da api, capre e colombe».
La Terra è più piccola, il cielo è senza stelle e ci sono meno meraviglie di oggi, ma nonostante tutto cresce negli uomini un'idea d'infinità e di bellezza, che li riempie di numerose aspettative e speranze, giudicando quel posto "il migliore dei mondi possibili" (come nel pensiero di Leibniz).
Quando però dalla fanciullezza gli uomini passano alla prima adolescenza hanno origine i primi dissapori. Le illusioni tardano ad avverarsi, l'abitudine alla vita quotidiana spinge alcuni a conoscere meglio il mondo, esplorandolo in lungo e in largo. Con sorpresa, i confini non appaiono più così vasti, il mondo è privo di varietà salvo poche differenze, tutti gli esseri umani sono simili d'aspetto e di età. Così «sul declinare degli anni, convertita la sazietà in odio» cominciano a privarsi della vita.
Gli dèi si dolgono di questo fatto; credono che l'infelicità umana sia il segno della loro imperfezione. Il rifiuto della vita distingue gli esseri umani dagli altri esseri viventi, contravvenendo alle leggi naturali. Per migliorare le condizioni del mondo, i celesti allargano i confini, riempiono il cielo di stelle, creano più varietà di forme; diversificano le età e rendono più difficili i contatti con altri esseri umani: montagne, colline, fiumi e laghi divideranno le popolazioni. Per aumentare l'idea d'infinito che tanto piace agli uomini, favoriscono l'immaginazione, creando il popolo dei sogni, fabbricatori di quelle immagini perplesse, impossibili da realizzare nel mondo reale.
Questa seconda era dura di più della prima. La tristezza della vecchiaia è consolata dalle speranze della gioventù, ma quando sopraggiunge di nuovo la stanchezza e il tedio della vita, tornano anche le vecchie situazioni. Nasce in questa era il culto dei morti, con feste che celebrano e ricordano l'estinto.
Quando gli uomini si abbandonano a ogni sorta di crimine, Giove decide di annegarli tutti, salvando solo i due più meritevoli, Deucalione e Pirra, col compito di ripopolare la Terra.
La terza epoca è segnata dalla lotta alla passata oziosità. Giove crea nuovi desideri negli uomini e li mette nelle condizioni di lavorare per ottenerli. In ogni luogo stabilisce delle particolarità, comanda a Mercurio di creare le città e li distingue in popoli e nazioni. Fatto questo, dà all'esistenza degli uomini dei problemi e dei mali veri. Chi prima non aveva patito alcuna malattia ora è tormentato da ogni sorta di morbo, dal clima avverso, dalle tempeste e dai terremoti, sapendo che i timori e i presenti pericoli riconcilierebbero con la vita.
Per contro diffonde le arti e dei fantasmi (Gloria, Virtù, Amore, Coraggio...) col compito di tirar fuori il meglio dall'uomo nelle situazioni difficili. I poeti cominceranno a narrare di vite sacrificate in nome di imprese belle e gloriose. L'umanità è portata a credere che l'esistenza, sebbene mediocre, sia almeno tollerabile.
Il mondo così concepito dura più lungo di tutti gli altri, ma l'eterna abitudine alla vita riporta anche l'abbandono e la noia. Per la prima volta fa la sua comparsa un fantasma chiamato Sapienza, dalle qualità neutre. Ha facoltà di creare una certa aspettativa negli uomini e cioè il conseguimento della verità, condizione che li avrebbe resi simili agli dèi.
Tuttavia, mentre nei signori dell'Olimpo la sapienza celebra e sancisce la loro grandezza, negli uomini realizza la consapevolezza della loro miseria. È l'inizio della quarta era: gli uomini arrivano a bestemmiare gli dèi, custodi gelosi di un sommo bene e rei di considerare l'umanità non degna di tale dono. Pressato dalle insistenze del genere umano, Giove delibera di far scendere, non occasionalmente, la verità nel mondo, dandole perpetua dimora tra gli uomini, contro la preoccupazione manifesta della altre divinità. Sarà lo stesso Giove a tranquillizzare i fratelli, anticipando quali saranno le conseguenze.
La verità renderà ancora più amara la vita degli uomini, che vedranno vana qualsiasi speranza consolatoria. L'arido vero non risparmierà nulla, neanche quei positivi fantasmi, da alcuni tenuti in gran rispetto e considerazione. Venendo meno tutti i valori, l'uomo avrà rispetto solo per sé stesso, rinunciando in modo vile a privarsi della vita.
Verificata questa terribile condizione, Giove, mosso da pietà e in accordo con gli altri dèi, invia sulla Terra Cupido, un Amore diverso per natura e opere dal precedente, in grado di accendere la passione tra due individui, unico rimedio passeggero all'infelicità, capace di far tornare l'uomo al tempo della fanciullezza: rinverdisce l'infinita speranza, le belle e care immagini degli anni teneri.
Nell'edizione fiorentina Piatti del 1834 comparve la seguente nota, per esigenze di censura:
Tra le citazioni classiche di rilievo troviamo la città di AtlantideLeopardi ne aveva già parlato nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, cap. XX e nei Paralipomeni della Batracomiomachia, VIII, ottave 33-34; sempre al Saggio appartiene l'espressione strepito sordo e profondo che percorre le selve, ibidem, cit. cap. XIV, e i passi sulla presenza degli dèi sulla terra, ibidem, cap VII, cfr. anche l'Inno ai patriarchi. e la dottrina dell'amore sviluppata da Platone nel Convito.Zibaldone p. 3909 e ss.
Dialogo d'Ercole e di Atlante
Composto a Recanati, tra il 10 e il 13 febbraio 1824, subì dei cambiamenti nelle varie edizioni.Nella prima edizione Ercole pronuncia più battute:
e Atlante soggiunge:
Il passo relativo ad Orazio era più ampio:
Con sequenze di parlato di stampo toscano, l'operetta riporta un dialogo tra Atlante, che sorregge l'asse del mondo, ed Ercole, che è venuto a sostituirlo. Dopo aver ricordato il precedente incontro,Ercole ricorda la sua avventura con gli Argonauti, 50 eroi greci capitanati da Giasone alla conquista del Vello d'oro nella Colchide, così appellati dal nome della nave che li trasportava, Argo. Ercole scopre che, a differenza dell'altra volta, la Terra si è fatta così leggera e silenziosa, di un sonno simile alla morte, che il Titano se la potrebbe attaccare come ciondolo e andare per le sue faccende, se Giove non l'obbligasse a rispettare i suoi voleri.
Ercole non sente più alcun rumore o movimento tanto che dubita sia ancora viva. Propone ad Atlante di colpirla con la sua clava per vedere cosa succede, ma temono che la crosta terrestre possa rompersi come un uovo o che il colpo possa schiacciare e uccidere tutti gli uomini all'istante. Per svegliarla, si decide di giocare a palla e tra una battuta e l'altra i contendenti confrontano le rispettive abilità. La caduta della sfera pone termine al gioco e al dialogo con Atlante, il quale invita Ercole a scusarsi con Giove per il breve momento ludico a cui si sono abbandonati, trascurando le proprie responsabilità.Sul motivo dei poeti e della fondazione della civiltà cfr. Zibaldone p. 3432.
Primo esempio di dialogo dallo stile medio, ricco di espressioni vernacolari, rapido e tagliente come le opere di Luciano di Samosata. Molto curate le citazioni classicheAltri miti citati: Orfeo, famoso per la bellezza del suo canto; Anfione, che col suono della lira costruì le mura di Tebe; Andromeda, figlia di Cefeo e Cassiopea, fu giudicata dalla madre più bella delle stesse nereidi, scatenando l'ira di Nettuno che mandò un mostro a divorarla per salvare il suo paese dalla devastazione; salvata da Perseo che poi la sposò, fu trasformata in costellazione dagli dèi; Callisto, cacciatrice arcade, amata da Giove; a causa della gelosia di Giunone, fu trasformata in orsa e poi uccisa, divenendo una costellazione (l'Orsa Maggiore) per volere divino. Infine vi è anche un riferimento alla Gigantomachia, con due giganti, Encelado e Tifeo, sepolti vivi sotto l'Etna. che alludono a miti strettamente connessi con la salute della Terra: dal mito di Fetonte (cielo e terra in fiamme) a quello di Apollo e Dafne (con la Terra trasformata in essere esclusivamente vegetale), mentre si muovono, tra favola e storia, i riferimenti antropomorfi alla calma mortale che la segna: il lunghissimo sonno di Epimenide di CretaUmile pastore mandato dal padre a recuperare una pecora, si addormentò nella grotta Dittea per 57 anni; al suo risveglio trovò tutto cambiato. e la trasmigrazione dell'anima di Ermotimo di Clazomene.Filosofo vissuto intorno al 500 a.C.
Il dialogo è anche la prima operetta in cui Leopardi usa una terminologia volutamente caricaturale per descrivere la Terra nel tentativo di spostarla dal centro dell'universo non solo in senso fisico ma anche culturale. Questo proposito corre parallelo alla visione scientifica della natura e del mondo, come emerge da altre operette. Le immagini riferite alla Terra sono tutte dissacranti: ciondolo attaccato a un pelo della barba; forma di pagnotta; orologio dalle molle rotte; sferuzza; fragile uovo; palla sgonfia, buona neanche per giocarci. Emblematica la battuta finale di Ercole quando la "palla" cade:
Dialogo della Moda e della Morte
Composto a Recanati tra il 15 e il 18 febbraio 1824.
Dialogo che cita e celebra Francesco Petrarca.La Morte cita il verso 77 della canzone Spirto gentil, che quelle membra reggi LIII del Canzoniere; più avanti si fa riferimento al Triumphus mortis, terza parte de I Trionfi.
La Moda, dopo essersi presentata come sua sorella, in quanto figlie della Caducità, spiega a una frettolosa e impegnatissima Morte in cosa è del tutto simile a lei.
La Moda fornisce un elenco di usanze che in suo nome gli esseri umani di ogni epoca compiono, realizzando nello stesso tempo le aspettative della Morte. Si parte dalle indicibili sofferenze per rispettare consuetudini sociali, fino agli esercizi per mantenere in salute il corpo e l'anima, essendo ormai decaduti quei valori antichi di sobrietà ed equilibrio (tutte cose che in definitiva accorciano la vita): tanto che ormai l'immortalità cercata dagli uomini, in memoria dell'eroe defunto, è tenuta in bassissima considerazione e per amor suo è spento ogni desiderio di gloria. A trionfare quindi, poiché tutto è passeggero e incostante sulla terra, sarà sempre lei, sua sorella maggiore, la triste Mietitrice.
Riconosciuta la parentela, grazie a queste credenziali, Moda e Morte s'accordano per meglio operare e consultarsi sulle migliori soluzioni da adottare per trarre entrambe miglior partito da ogni situazione.
Dialogo cinico come il Dialogo della Natura e di un'Anima e il Dialogo della Natura e di un Islandese. Oltre a Petrarca si cita Ippocrate in un passo che parla delle usanze dei popoli barbari nel trasfigurare le teste dei neonati.
Mentre la Morte è rappresentata secondo l'iconografia tradizionale del teschio, come si evince dalla sua battuta sull'impossibilità di portare gli occhiali, molto originale è il personaggio della Moda, figura non molto diversa nell'agire dalla sorella, ma sicuramente più elegante nel sostenere l'ipocrisia umana.
Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi
Composto a Recanati, tra il 22 e il 25 febbraio 1824, subì qualche modifica tra le varie edizioni.Il passo dell'uomo a vapore citava in origine, nella prima edizione, il poema di Alexander Pope Il ricciolo rapito (il poeta inglese immagina che la residenza dell'Ipocondria sia circondata da esalazioni e fantasmi):