Il duomo di Mortegliano, chiesa arcipretale dedicata ai santi apostoli Pietro e Paolo, è il principale luogo di culto della parrocchia della Santissima Trinità di Mortegliano, in provincia ed arcidiocesi di Udine; fa parte della forania del Friuli Centrale. Esso si erge al centro dell'abitato, in corrispondenza dell'antica cortina. Gravemente danneggiato dagli eventi atmosferici del 24 luglio 2023, è attualmente chiuso per restauro e dunque inagibile sia per il culto che per le visite.
Storia Il progetto del duomo e la demolizione della chiesa di San Paolo Nel centro della cortina di Mortegliano sorgevano l'antica parrocchiale di San Paolo, costruita sullo scorcio del Quattrocento, il campanile e un’imponente torre della quale la famiglia degli Strassoldo rivendicava la proprietà. Il 6 dicembre 1857 venne nominata dai capifamiglia la commissione per la fabbrica del duomo e ne venne redatto lo statuto. Nell’anno seguente venne approvato un primo progetto dell’ingegnere architetto Andrea Scala (1820-1892), il quale concepì una struttura a pianta ottagonale ineguale richiamante lo stile gotico; in seguito tale disegno sarebbe stato modificato più volte. Il 29 giugno 1862 prese possesso della parrocchia don Marco Placereani. Il nuovo pievano richiese a Scala un’opera ancora più ampia rispetto al primo disegno proposto. Spinto dal desiderio di procedere quanto prima con i lavori, accettò il nuovo progetto nonostante esso mancasse di alcune parti. Dal 22 marzo 1864 vennero dunque demolite la quattrocentesca chiesa di San Paolo, la torre difensiva e alcune abitazioni.
La benedizione della prima pietra Sabato 23 aprile 1864 l'arcivescovo di Udine mons. Andrea Casasola benedisse la prima pietra del nuovo duomo. L’incarico per la costruzione era stato affidato già nell’anno precedente all’impresa di Girolamo D’Aronco (padre di Raimondo). Tuttavia nel 1865 Placereani e la commissione fabbricaria decisero di risolvere il contratto e di affidare il lavoro a maestranze locali guidate da Angelo Bigaro. Nel frattempo l’architetto Scala aveva ideato una copertura a cupola dall'aspetto eccessivamente piatto. Per sostenerne il peso vennero costruiti otto piloni angolari, completati nel 1877 con le guglie in cotto tuttora presenti. Nel frattempo si giunse fino al compimento dei muri perimetrali dell’ottagono e delle cappelle laterali, ma il problema della copertura rimaneva irrisolto. Nel 1884 don Pietro Italiano, successore di Placereani, consultò Scala per ricevere ragguagli in merito ai costi della cupola modificata; in seguito si rivolse all’ingegner Giovanni Falcioni per far predisporre un progetto più economico relativo a una copertura in ferro, ghisa e legno, con cupola in zincoCfr. G. Bucco, Il duomo di Mortegliano e l’opera di Andrea Scala (1820-1892) ingegnere-architetto, in Mortean, Lavarian e Cjasielis, a cura di Giuseppe Bergamini e Gianfranco Ellero, Udine, Società Filologica Friulana, 1993, pp. 343-360..
Il concorso del 1898 La richiesta formulata a Falcioni ebbe come unici risultati la rottura dei rapporti con Scala e una nuova interruzione dei lavori. Soltanto il 12 luglio 1898 la Società privata morteglianese per la continuazione dei lavori del Duomo, presieduta dal pievano Lodovico Giuseppe Pascutti, bandì un concorso per la copertura dell’edificato; i progetti avrebbero dovuto coniugare stabilità, aspetto estetico ed economicità. A fronte di un numero iniziale di 65 concorrenti, alla scadenza del bando, fissata per il 31 marzo 1899, vennero consegnati 12 progetti: tuttavia nessuno di essi appariva pienamente soddisfacente, in quanto intervenivano modificando quanto già edificato da Scala. Furono così rifiutati i progetti vincitori del primo e del secondo premio (non attuabili), quello colossale dell'ingegnere torinese Carlo Angelo Ceresa (perché prevedeva quattro pilastri interni a sostegno della cupola), come quelli del veneziano Attilio De Luigi e dell’ingegner Antonio Piani. Le difficoltà apparivano così insormontabili che il nuovo parroco, Luigi Placereani, era più propenso ad abbattere il fabbricato esistente e a far costruire una nuova chiesa, dedicata a Sant'Antonio di Padova.
La ripresa dei lavori per la copertura Una soluzione per la copertura del duomo giunse soltanto nei primi mesi del 1906, quando una nuova commissione esecutrice affidò al capomastro Vittorio Bigaro il compito di costruire la copertura a tenda a otto falde convergenti secondo l'idea da lui propugnata; tuttavia per la sua realizzazione furono necessarie le soluzioni tecniche e l'assunzione di responsabilità dell'ing. Piani. Iniziò così la posa delle capriate lignee, culminata nell’estate del 1907 con l'edificazione del pinnacolo centrale a edicola cuspidata, costruito in legno ricoperto da lamiera zincata. I lavori di copertura dell’abside e delle altre cappelle procedettero, tra incertezze e rallentamenti, fino alla fine del 1913, quando venne demolito il piccolo campanile della pieve di San Paolo. Don Leonardo Palese, che nel 1911 era divenuto pievano, poté iniziare a occuparsi anche della sistemazione dell’interno. Nel dicembre del 1913 le finestre dell’abside, all’epoca soltanto tre, furono abbellite da vetrate rappresentanti il Redentore e i due santi patroni Pietro e Paolo Le prime vetrate del duomo, di gusto liberty, erano state disegnate dal prof. Armando Dalla Porta di Verona e realizzate dall’Industria Vetraria Friulana dell’udinese Eugenio Maffioli; nel 1922 i tre finestroni dell’abside furono chiusi, e due dei tre telai, con i relativi cristalli, furono applicati alle due aperture delle torri, ora anch’esse otturate; le lastre non sono state conservate (cfr. G. Zanello, Le chiese di Mortegliano, Udine, Deputazione di Storia Patria per il Friuli, 2009, p. 11).. Dopo l’intonacatura e la tinteggiatura delle pareti dell’ottagono centrale, anche le relative trifore furono dotate di vetrate con i quattro evangelisti. Mentre non fu mai completato il soffitto del corpo centrale, vennero costruite la gradinata esterna e quella del presbiterio, che venne contestualmente pavimentato. La costruzione di un altare maggiore provvisorio fu affidata allo scultore Giovanni Rampogna (1869-1946), ma l’ingresso dell’Italia in guerra ne sospese l’installazione. L’occupazione del duomo da parte dei reparti militari danneggiò questa e altre opere. Nel 1920 si dovette procedere con la riparazione dei danni di guerra, con la provvisoria pavimentazione del corpo centrale e delle cappelle con un getto di calcestruzzo, e con ulteriori modifiche.
L’inaugurazione e il primo dopoguerra Il 27 novembre 1920 mons. Antonio Anastasio Rossi, arcivescovo di Udine, consacrò il nuovo duomo, e restituì alla parrocchia il titolo dei santi apostoli Pietro e Paolo. Nello stesso anno e in quelli successivi si procedette con la realizzazione di alcune importanti opere strutturali: gradinate interne, atrio e tribuna per l’organo, bussola, intonacatura e pavimentazione di alcune cappelle. Mancavano inoltre alcuni arredi sacri, alcuni dei quali (battistero, acquasantiere, altari) vennero semplicemente trasportati dalla chiesa della SS. Trinità tra il 1921 e il 1922. Fu invece acquistato dalla ditta «Mascioni» un nuovo organo, inaugurato nel 1927. Tra le diverse cappelle venne decorata soltanto quella della Vergine: per essa lavorò nel 1930 il pittore Mario Sgobaro.
Dalla fine degli anni Trenta a oggi Gli arcipreti Olivo Comelli (1938-1948) e Valentino Buiatti (1948-1959) si dedicarono a ulteriori lavori di completamento, come la posa della pavimentazione a partizioni geometriche centralizzate in marmo rosso di Verzegnis e paglierino di Chiampo (1942), la trasformazione in stile del soffitto del presbiterio (1942), la costruzione del pulpito (1943), il rivestimento in marmo della cappella del battistero (1944), il restauro del tetto, della cuspide e delle guglie (1949), l’applicazione delle nuove vetrate (1950-51), la decorazione del presbiterio (1951-52) e delle cappelle laterali maggiori e minori (1954). Nel 1954 vennero acquistati dalla ditta Burello i candelieri in ottone, disegnati dall'arch. Domenico Rupolo. L’acquisto dei banchi in noce è stato completato nel 2014.
L'esterno La mole del duomo si scorge, accanto a quella del campanile, a mano a mano che ci si avvicina al centro abitato; la sua posizione è rilevata rispetto al piano stradale. Il materiale costruttivo è in parte eterogeneo, in parte costituito da mattoni a vista. La costruzione appare impostata su una pianta centrale; il corpo principale, a otto facciate, è racchiuso da otto pilastri che terminano negli alti pinnacoli sommitali. Ogni facciata è caratterizzata da lesene, da un fregio di archetti e da un oculo centrale; nella parte superiore termina in un cornicione rilevato ad archetti e timpano. Le quattro facciate minori, dalle quali aggettano cappelle di altezza ridotta rispetto a quelle maggiori, ospitano nella parte superiore, più ampia, altrettante trifore vetrate. Dei quattro lati maggiori, i due sull'asse principale sviluppano il prospetto di facciata e il profondo presbiterio; dagli altri due lati, in mezzeria, aggettano le due cappelle maggiori. Ai tre portali d’ingresso dell'edificio, ogivali e collocati sui tre lati centrali dei cinque che compongono la facciata aggettante, ci si avvicina salendo l'imponente gradinata a semicerchio progettata dall'ingegnere Antonio Piani. Il corpo rettangolare del presbiterio termina nell'abside, anch'essa a cinque lati, come il corpo di facciata e le due cappelle maggiori; fungono da raccordo tra abside e presbiterio due piccoli aggetti poliedrici; quello del fianco sinistro (al quale è addossata anche l'adiacente sacrestia a due piani) si interrompe all'altezza della copertura del presbiterio, mentre quello di destra si sviluppa in altezza come piccola torre campanaria (non più utilizzata).
L'interno All'interno è più chiaramente percepibile la pianta centrale, che nell'asse principale si sviluppa nel corpo d'ingresso e nel presbiterio, mentre nella mezzeria si apre nelle due cappelle maggiori; i quattro lati minori ospitano altrettante cappelle di dimensioni più ridotte. Il soffitto del corpo centrale mostra travature a vista. Le pareti sono racchiuse da alti pilastri angolari in fascio di colonnine, che nella parte alta disegnano una arcata ogivale. Tutti i corpi degli otto lati si aprono con un arco ogivale, terminano con costolonature a ombrello e sono decorati da campiture geometriche dipinte. Il corpo d'ingresso appare diviso in due livelli: quello inferiore è caratterizzato da un triforio ogivale, quello superiore dalla galleria che ospita l'organo. Rispetto alla quota dell'aula, il presbiterio è sopraelevato di cinque gradini. La parte più ampia, che precede l'altare maggiore, è caratterizzata da soffitto a crociera con costolonature rilevate; nella zona superiore delle pareti contrapposte si aprono due trifore. Ai due corpi aggettanti visibili all'esterno corrispondono, all'interno, due archi ogivali; superata questa breve zona intermedia, si giunge nell'abside pentagonale, nelle cinque pareti della quale si aprono altrettante monofore ogivali.
- Vetrata di san Giovanni XXIII - Battistero - Vetrate: trifora Credo in Deum creatorem - Altare della Beata Vergine del Rosario - Confessionali - Sacrestia - Pala di sant’Antonio di Padova - Vetrate: trifora Credo in Iesum Christum - Presbiterio - Stalli del coro - Vetrate del presbiterio: trifora di sinistra (Vergine Maria regina della pace) - Pitture dell'abside: parete sinistra - Altare maggiore - Pitture del soffitto dell'abside - Vetrate dell'abside: monofore (San Pio X, San Pietro, Buon Pastore, San Paolo, San Francesco) - Pitture dell'abside: parete destra - Vetrate del presbiterio: trifora di destra (San Giuseppe) - Pulpito - Crocifisso - Vetrate: trifora Credo in Spiritum Sanctum - Organo “Barbina” - Altare del Sacro Cuore di Gesù - Croce astile di Tiziano Aspetti jr. - Pala d’altare di Giovanni Martini