Caritas in veritate (in italiano: La carità nella verità) è una lettera enciclica della Chiesa cattolica firmata da papa Benedetto XVI il 29 giugno 2009. Di carattere sociale, il documento si colloca nella tradizione della dottrina sociale della Chiesa cattolica, in continuità con le encicliche Populorum progressio (1967) di Paolo VI e Centesimus annus (1991) di Giovanni Paolo II. Al centro dell'enciclica è il tema dello sviluppo umano integrale, analizzato alla luce del principio cristiano secondo cui la carità, per essere autentica, deve radicarsi nella verità.

Destinata a confrontarsi con le sfide della globalizzazione, della crisi finanziaria del 2007-2008 e del progresso tecnologico, l'enciclica affronta questioni etiche, economiche, ambientali e culturali, proponendo un modello di sviluppo che tenga conto della dignità della persona, della giustizia sociale e del bene comune.

Storia L'enciclica sociale diffusa da Benedetto XVI sarebbe dovuta uscire nel marzo del 2008, in occasione del quarantesimo anniversario dalla pubblicazione dell'enciclica Populorum progressio (pubblicata da papa San Paolo VI nel marzo del 1967); tuttavia, il sopraggiungere della crisi economica nei primi mesi del 2008 ha richiesto la riscrittura di una parte dell'enciclica, facendo slittare la data di pubblicazione prevista fino al 29 giugno 2009, nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Ulteriori problemi riguardanti la traduzione del testo in latino hanno fatto rimandare ulteriormente la diffusione al 7 luglio, nonostante il documento sia stato firmato dal Pontefice lo stesso 29 giugno.

Per la stesura dell'enciclica, in particolare per la sezione riguardante la crisi economica, il Papa si è avvalso della collaborazione non solo del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace guidato dal cardinale Renato Raffaele Martino o di vescovi come monsignor Reinhard Marx, esperto di dottrina sociale, ma anche di economisti ed esperti di etica e finanza, come Stefano Zamagni ed Ettore Gotti Tedeschi.

Invitato dall'allora presidente del Senato Renato Schifani per il 28 luglio, il cardinale Bertone illustrò i contenuti dell'enciclica in una gremita Sala capitolare del Palazzo della Minerva.

Il titolo Il titolo dell'enciclica, Caritas in veritate (tratto dalle prime parole del testo latino), sebbene non costituisca direttamente una citazione dalla Bibbia, richiama l'espressione di san Paolo «veritas in caritate» (la verità nella carità). Nel documento è spiegato infatti che:

Benedetto XVI spiega inoltre che lo stesso Gesù Cristo, indicato come «via, verità e vita» in , secondo il Vangelo è stato, con la sua vita terrena e con la sua morte e resurrezione, «testimone» di carità nella verità:

Per tale motivo, il Papa ribadì, in merito al summit del G8 appena conclusosi a L'Aquila pochi giorni dopo la diffusione dell'enciclica, la sua convinzione che «per quanto sia complessa l'attuale situazione nel mondo, la Chiesa guarda al futuro con speranza e ricorda ai cristiani che "l'annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo"».

Va tuttavia sottolineato con attenzione che "la carità nella verità" è concettualmente opposta alla dicitura "verità nella carità" (veritas in caritatem), la quale stravolgerebbe i principi fondanti, sia ermeneutici che antropologici, del messaggio cristiano, conducendolo sulla via perigliosa di un esistenzialismo ineluttabile, un temporalismo caro alle tesi di Heidegger contenute in Essere e Tempo, che risulterebbero fuorvianti rispetto al fondamento nella Verità della Carità. Non a caso, a contrastare l'intuizione di Benedetto XVI si richiama il motto episcopale del cardinale Kasper, figlio culturale del teologo Karl Rahner, vicino al pensiero heideggeriano, le cui tesi sono oggi particolarmente sentite nel pensiero di papa Francesco.

Contenuto L'introduzione dell'enciclica sottolinea come l'amore (Caritas) sia una fonte di energia che spinge le persone a impegnarsi nel mondo della giustizia e della pace. La carità, pertanto, è la via maestra della dottrina della Chiesa. Ma perché la carità non sia guidata dall'emotivismo, e pertanto svilita, ha bisogno di essere veritiera. La carità è la principale forza che fonda il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera. L'amore, chiamato da papa Benedetto XVI Caritas, è una forza straordinaria che incita le persone a impegnarsi con coraggio e generosità; la Caritas è infatti una forza che ha la sua origine in Dio. Tutti gli uomini percepiscono l'interiore impulso ad amare in modo vero e autentico: amore e verità non abbandonano mai totalmente l'uomo. La carità fornisce la vera essenza alla relazione con Dio e con il prossimo, come ad esempio nei rapporti amicali, sociali, economici, politici ecc.

La carità stessa va compresa, interiorizzata e praticata alla luce della verità, in quanto essa ha uno stretto collegamento con la verità, che è riconosciuta come l'espressione autentica dell'umanità. La carità è l'amore ricevuto e offerto, ed è grazia.

Capitolo I: Il messaggio della Populorum progressio Il testo dell'enciclica, come confermato dalle prime righe del capitolo, radica il pensiero cattolico nell'enciclica Populorum progressio e nella tradizione della fede apostolica, che implica, come specificato dallo stesso Benedetto XVI in occasione del viaggio in Sud America nel maggio 2007, la rinuncia all'interesse personale e la ricerca di una posizione condivisa, pur nel rispetto della laicità del soggetto politico rispetto alla Chiesa.

Operare per il bene comune significa amare qualcuno e volergli bene. È il bene di noi tutti, quindi opposto al bene individuale. Volere il bene comune è un'esigenza di giustizia e carità. Ogni cristiano è chiamato a rispettare questo impegno verso la polis, una comunità che non è solo quella del nostro Paese ma del mondo, poiché con la globalizzazione si abbattono le barriere e tutti i Paesi formano la Città di Dio. Il Papa spiega che la carità nella verità è una forza che costruisce e costituisce la società. Essa favorisce la giustizia e incoraggia le persone a cercare il bene comune. L'enciclica invita a realizzare una società che si fondi sulla centralità della persona e sull'etica della responsabilità e della giustizia.

A tal proposito, papa Benedetto XVI invita la popolazione battezzata alla coerenza con i principi professati in modo inedito. Invero, secondo le parole di Paolo VI e della sua Populorum progressio, «tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo» e tale «autentico sviluppo dell'uomo», quando avvenga con le modalità sopra dichiarate, «riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione». L'amore nella verità è una sfida per la Chiesa, la quale, attraverso la carità illuminata dalla luce della ragione e della fede, ottiene lo sviluppo. La carità, intesa come amore, non è solo un sentimento, ma deve essere basata sulla verità, poiché solo così può portare a un vero bene per l'uomo. La verità, infatti, permette alla carità di essere efficace e universale, evitando il rischio di diventare solo un aiuto temporaneo o limitato.

La motivazione di tale comportamento non può che ritrovarsi nella prospettiva della vita eterna: il Papa ricorda, in tal senso, che l'istituzione in sé non è garanzia di sviluppo, benessere e rispetto dell'uomo; solo questo sentimento consente di abbandonare la prospettiva che ci fa «vedere nell'altro sempre soltanto l'altro».

Del resto, la Chiesa ha, in un modo o nell'altro, sempre fornito un unico insegnamento in tal senso: in questo campo, il merito di Paolo VI sarebbe, secondo il Papa, quello di aver intravisto la globalità di tale sviluppo e di aver reinvestito la responsabilità umana di un ruolo che le era stato sottratto dallo sviluppo tecnico o dall'utopia del ritorno allo stato di natura.

Secondo il Pontefice, deve poi ristabilirsi il legame esistente fra vita etica e vita sociale, che non sarebbe corretto tenere separate; ciò è tanto più vero quando si pensi alla drammatizzazione delle vicende umane e dello scempio della vita nei contesti più degradati e deboli. Paragonando la vita etica alla carità e la vita sociale alla giustizia, Benedetto XVI afferma che, affinché vi sia una vera solidarietà, è necessario che esse coesistano senza annullarsi reciprocamente. Solo basandosi su questo principio si può costruire una società più umana e inclusiva, che non sia conservatrice.

Riprendendo poi il discorso della ricollezione e dello studio delle fonti della dottrina sociale della Chiesa, papa Benedetto si sofferma sul significato autentico del progresso come vocazione umana, un appello trascendente cui l'uomo non può e non sa rinunciare: in tal senso, nascerebbe l'esigenza di coniugare la tecnica al suo significato. Lo sviluppo umano, che pertanto «suppone la libertà responsabile», viene invece individuato come «illusorio messianismo carico di promesse» lo sviluppo privo del proprio significato trascendente.

La testimonianza di Cristo attraverso atti di giustizia e sviluppo è parte dell'evangelizzazione, in quanto a Gesù sta a cuore tutta l'umanità. Lo sviluppo umano integrale come vocazione esige anche che se ne rispetti la verità. La vocazione al progresso spinge gli uomini a «fare, conoscere e avere di più, per essere di più». Paolo VI spiega l'"essere di più" attraverso la connotazione dell'autentico sviluppo: esso deve essere integrale, quindi rivolto a tutti. La dottrina cristiana si occupa dello sviluppo senza tenere conto delle posizioni privilegiate, e il Vangelo è l'elemento fondamentale necessario a questo, in quanto all'interno di esso Cristo svela l'uomo. In tal senso, la dottrina cristiana ha il pregio di essere il viatico per questa affermazione integrale dello sviluppo umano. Il Vangelo, cioè, sarebbe elemento fondamentale dello sviluppo, perché in esso Cristo, «rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo». Infatti, «quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l'ordine naturale, lo scopo e il "bene" comincia a svanire».

Il Papa conclude poi il capitolo evidenziando come «le cause del sottosviluppo non siano primariamente di ordine materiale». Papa Paolo VI riconduceva, nella sua enciclica, il problema del sottosviluppo di alcuni Paesi alla mancanza di fraternità, solidarietà e carità. Questi presupposti sono realizzabili soltanto accogliendo la vocazione di Dio Padre, il quale, amando incondizionatamente, ci ha insegnato la fraternità per mezzo del Figlio.

Paolo VI, nella sua Populorum progressio, ci invitava a ricercarle in altre dimensioni dell'uomo: nella volontà, prima di tutto, e nel pensiero, a ritroso, che non è in grado di orientare la volontà. Per questo, nel perseguimento dello sviluppo, servono «uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d'un umanesimo nuovo, che permetta all'uomo moderno di ritrovare se stesso».

Ancor di più, ciò che manca è la fraternità fra uomini e fra popoli: la globalizzazione, infatti, non ci rende automaticamente fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna:

Capitolo II: Lo sviluppo umano nel nostro tempo La sfida dell'interdipendenza interplanetaria ci pone davanti a «un impegno inedito e creativo, certamente molto vasto e complesso. Si tratta di dilatare la ragione e di renderla capace di conoscere e di orientare queste imponenti nuove dinamiche, animandole nella prospettiva di quella "civiltà dell'amore" il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura».

In questo senso: