Il terremoto della Maiella del 1706 è stato un evento sismico verificatosi il 3 novembre 1706. Si tratta di uno dei più disastrosi terremoti italiani – il maggiore tra quelli che hanno interessato la Valle Peligna – , avvenuto a soli 3 anni di distanza dalla crisi sismica del 1703 che aveva colpito L'Aquila. L'epicentro è stato localizzato sul versante aquilano della Maiella, e precisamente a Campo di Giove, a circa a est di Sulmona.

Il terremoto del 1703 Il disastroso terremoto aquilano del 1703 (che causò crolli anche a Sulmona) anticipò il terremoto del 1706 di appena tre anni (unico caso secondo quanto riportato dal database macrosismico italiano).

Tuttavia non si è ancora trovata la faglia responsabile di tale evento. Si può escludere con la quasi totale certezza il sistema di faglie del Morrone, visibile da Sulmona, in quanto non mostrano segni di recente attivazione, pur mostrando alcuni segmenti, segni di attività tardo-quaternaria, il che lascia supporre che siano ancora attive. Si suppone che l'ultimo evento sismico che interessò questa faglia sia databile intorno al I secolo d.C. (database DBMI dell'INGV).

Comunque il tempo di ritorno, ossia il tempo che intercorre tra un sisma disastroso e l'altro è, come per la maggioranza delle faglie appenniniche, di circa - anni. Poiché la genesi di un sisma dipende dalla rottura di un materiale, tutto è riconducibile allo stato di sforzo che interessa la litosfera. Questo vuol dire che un sisma su una faglia modifica lo stato di sforzo delle faglie più vicine, causando un anticipo o ritardo dell'evento caratteristico di queste ultime. Tuttavia l'entità della modificazione varia a seconda della direzione ed è difficilmente stimabile in quanto è impossibile avere due sismi uguali, anche a parità di magnitudo sulla stessa sorgente. Per questo motivo è difficile stabilire in che modo l'evento del 1703 abbia influenzato la Maiella, quindi non è corretto parlare di evento premonitore, quanto più di un evento casuale.

Occorre inoltre considerare che la faglia della Maiella non è contigua a quella responsabile del terremoto del 1703, quindi l'entità degli sforzi indotti da quest'ultima su quella responsabile del terremoto del 1706 sarebbe trascurabile.

Descrizione Il terremoto del 1706 fu il primo terremoto che interessò la Valle Peligna di cui si hanno precise fonti.

I terremoti avvenuti precedentemente all'interno del bacino risalivano al I secolo d.C. e all'epoca preistorica, di cui non si hanno fonti, ma solo effetti paleosismici. Infatti, nei secoli precedenti, i violenti terremoti che avevano scosso l'Abruzzo avevano avuto spesso come epicentro l'aquilano o le zone limitrofe, facendosi sentire comunque anche sul Morrone (ad esempio nel 1456 un terremoto rese pericolante la chiesa di San Francesco della Scarpa a Sulmona, che poi nel 1461 un altro terremoto fece crollare). Nel caso del 1706, a parte il terremoto aquilano antecedente, non ci fu nessun'altra scossa, mentre si riportano numerose testimonianze di ripetute scosse di bassa intensità nei giorni immediatamente precedenti la scossa principale, riportati da documenti canonici conservati nella cattedrale dell'Aquila, mentre i documenti locali non riportano nulla (da ricordare che gli archivi di Sulmona andarono distrutti nel terremoto e solo pochissimo si salvò). Le scosse furono due: la più forte fu proprio la prima.

La prima scossa si verificò alle ore 13:00 del giorno 3 novembre. L'esatto orario fu stabilito durante un convegno tenutosi a Sulmona il 3 novembre 2006, nel 300º anniversario del terremoto, mettendo a tacere le precedenti fonti che ritenevano il terremoto avvenuto a tarda sera, tra le 21:00 e le 3:50 del giorno seguente.. Tale confusione è stata generata dal differente metodo di suddivisione del giorno utilizzato all'epoca rispetto al metodo contemporaneo. Infatti, nel Settecento era in uso il metodo delle ore italiche, che faceva coincidere le ore 24 con il crepuscolo (mezz'ora dopo il tramonto). Nella metà del XVIII secolo tale metodo fu soppiantato da quello delle ore alla francese che fanno coincidere le ore 12 con il massimo dell'altezza del Sole sopra l'orizzonte.

I giorni precedenti erano passati tranquilli: il 1º novembre era stata celebrata la festa di Ognissanti e l'Arciconfraternita della Santissima Trinità a Sulmona organizzò la tradizionale processione che dalla loro chiesa andava al cimitero e poi tornava indietro. Il 2, invece, alla commemorazione dei defunti vi furono rituali familiari diffusissimi in Abruzzo come omaggio ai propri cari deceduti. La scossa del 3 novembre sorprese la popolazione, intenta a pranzare o a fare un riposo pomeridiano: pochissime persone avevano idea di fare una passeggiata, anche perché in queste zone novembre è un mese molto freddo.

L'epicentro fu stimato in una zona prossima alla Maiella, nei pressi di Campo di Giove, pittoresco borgo a pochi chilometri da Sulmona. Durò circa 15-20 secondi, «il tempo di un Pater Noster», come scrisse Antonio De Nino nella sua Vecchia Sulmona. La devastazione fu quasi totale: Campo di Giove interamente distrutta, Sulmona fu devastata e rimase il centro più terremotato, in tutti i piccoli borghi della Valle Peligna vi furono danni enormi (crolli, edifici inagibili, ecc.). Il terremoto provocò danni nelle zone limitrofe e si fece sentire fino all'Aquila (dove comunque non successe nulla, visto che gli edifici erano già crollati col terremoto del 1703 ed era iniziata da poco la ricostruzione); danni gravi, spesso crolli, si registrarono nelle attuali province di Pescara e Chieti (all'epoca sita in Abruzzo Citeriore). Il sisma fu distintamente avvertito anche nell'allora "Stato di Atri" fino alle Marche, non provocando comunque danni. Anche nel Lazio e nel Molise si fece sentire, a volte provocando qualche danno. I morti, nella sola Sulmona, ammontarono a circa su un totale di , un numero comunque "piccolo" se paragonato al numero degli abitanti, -. Nelle altre città i morti superarono spesso il centinaio, anche se non per tutti abbiamo relativa documentazione.

La seconda scossa avvenne alle ore 3:00 del 4 novembre: questa volta l'epicentro si spostò un po' più a sud e diminuì anche l'intensità, ma comunque fu anch'essa distruttiva: quelle località dove la prima scossa aveva provocato già danni gravi, crollarono totalmente o parzialmente a causa di questa seconda scossa. Le zone maggiormente colpite furono le zone della Maiella e quelle lungo il versante chietino del Morrone. La seconda scossa provocò danni anche in altre zone dove la prima scossa si era sentita ma non aveva fatto granché. Anche il numero dei morti aumentò. Dalla seconda scossa comunque la zona peligna non subì nulla, visto che il terremoto delle 13:00 aveva già provocato morte e distruzioni.

Danni, vittime e feriti I danni maggiori li patì l'Abruzzo, specialmente la Valle Peligna. Danni gravi si registrarono comunque anche nel Lazio, nel Molise e nella Capitanata (nord della Puglia).

Abruzzo Anversa degli Abruzzi: crolla il castello (ne rimangono pochissimi ruderi), danni in tutto l'abitato; Bugnara: gravemente danneggiato; Campo di Giove: epicentro del sisma, fu letteralmente distrutto: rimase in piedi solo una parte di Palazzo Nanni. Si dice che alcuni massi si staccarono dalla montagna sovrastante. Molti feriti (numero non disponibile); Cansano: quasi del tutto raso al suolo, rimasero in piedi, seppur danneggiati, Palazzo Teseo, il torrione del castello e le porte del centro fortificato (crollate poi col sisma del 1933). La maggior parte degli edifici dovette essere ricostruita ex novo, compresa la chiesa di San Salvatore, come recita l'iscrizione ""; Castelvecchio Subequo: crolla la chiesa di San Francesco (rimangono in piedi solo la facciata, la cappella di Santa Maria e gli altari laterali). Crollano anche alcune piccole case, per il resto crepe e caduta di calcinacci. Si registrarono morti e feriti (numero non disponibile); Castiglione a Casauria: danni all'abbazia di San Clemente a Casauria; Chieti: alcuni edifici, seppur pochi, risultarono inagibili; crolla la parte superiore del campanile della cattedrale di San Giustino, che presenta evidenti crepe all'esterno. Pericolante il campanile di Santa Trinità. Alcuni edifici si inclinarono ma non caddero giù. La tradizione vuole che il terremoto non provocò altri danni per il tempestivo intervento di San Giustino, apparso sopra Chieti; Città Sant'Angelo: fu un caso sorprendente di come Città Sant'Angelo subì danni molto gravi dal sisma, mentre la vicinissima Atri non patì nulla. A Città Sant'Angelo crollò la cuspide del campanile della collegiata e la navata sinistra della suddetta chiesa, vennero giù anche le chiese di San Francesco e San Bernardo. Quasi tutte le abitazioni risultarono fortemente danneggiate, mentre le altre chiese furono inagibili; Cocullo: danni gravi alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, inagibile la chiesa di San Domenico Abate e piccoli crolli nell'abitato; Corfinio: danni alla chiesa di San Pelino, detta Basilica Valvense e prima cattedrale della Diocesi di Sulmona-Valva, crolla la chiesa di San Martino, inagibile e devastata all'interno la chiesa di Santa Maria del Soccorso, danni più o meno gravi alle abitazioni. Si registrarono feriti (e morti?) (numero non disponibile); Fara San Martino: per questo borgo, come anche per quelli del versante chietino e pescarese, la scossa più distruttiva fu la seconda. A Fara la metà del paese crollò, l'altra metà era inagibile. La chiesa di San Remigio era inagibile e con piccoli crolli, quella dell'Annunziata si era sbriciolata, mentre quella di San Rocco riuscì a rimanere in piedi pur presentando crepe. Furono danneggiati anche alcuni palazzi e locali sede di attività. Crolla buona parte dell'abbazia di San Martino. I morti furono 5 e i feriti 120; Fossacesia: fu l'unico centro della costa danneggiato. Nel piccolo paese l'abbazia di San Giovanni in Venere risulta inagibile e ciò ne accentua la decadenza; Gamberale: l'abitato è totalmente raso al suolo, con oltre un centinaio di morti.; Guardiagrele: già gravemente danneggiato nel 1703, il terremoto del 1706 provocò il crollo di alcuni edifici: andarono giù l'interno del duomo, delle chiese di San Francesco, Sant'Antonio, dei Cappuccini. Crollarono completamente la chiesa di San Nicola e il Palazzo Vitacolonna. Crepe nella chiesa di San Silvestro; Lama dei Peligni: danni gravissimi, solo pochi edifici rimasero in piedi. Inoltre vi fu uno smottamento che fece crollare altri edifici rimasti in piedi. I morti furono 130 e i feriti 120;

Lettopalena: danni, 60 morti e alcuni feriti; Pacentro: crollano le chiese, alcune abitazioni e il castello. Si registrarono morti e feriti (numero non disponibile);

Palena: gravi danni, i morti furono 300 e i feriti 100, su una popolazione di circa 450 abitanti; Pescocostanzo: crolla il soffitto della collegiata, cancellando così quasi tutte le testimonianze medievali della chiesa. Crollano anche alcuni palazzi, mentre altri sono inagibili. Piccoli crolli e inagibilità anche nella chiesa del Suffragio. Reggono bene, invece, gli altri palazzi e chiese, pur riportando a volte delle crepe. Si registrarono morti e feriti (numero non disponibile); Pettorano sul Gizio: il centro è in buona parte distrutto, soprattutto a causa di un incendio scoppiato in seguito alla scossa, ma una parte rimane anche se inagibile. Sopravvive, seppur danneggiato, il castello. Si registrarono morti e feriti (numero non disponibile); Popoli: crollano le chiese della Trinità e San Lorenzo. Viene giù quasi tutta la parte alta della facciata della chiesa di San Francesco, mentre il castello (abbandonato da tempo) presenta crolli molto diffusi. Crollano anche alcune abitazioni; i cronisti popolesi riportarono il decesso di 120 persone, mentre altre 130 riportarono ferite;