Le alluvioni del fiume Arno furono una lunga serie di piene, molte delle quali hanno causato gravi inondazioni delle campagne e delle zone urbane attraversate, in particolare nelle maggiori Firenze, Pisa e Pontedera. Molte alluvioni ricordate nelle varie cronache storiche hanno causato ingenti danni a tutti i centri attraversati dal fiume.

Fonti e classificazione Ferdinando Morozzi, nel 1762, pubblicò Dello stato antico e moderno del fiume Arno, probabilmente la trattazione più complete delle inondazioni e piene dell'Arno. Dal 1177, data della più antica inondazione ricordata dalle fonti, alla data dela pubblicazione registrò 54 piene (una nel secolo XII, cinque nel XIII, nove nel XIV, sei nel XV, dieci nel XVI, quattordici nel XVII e nove nel XVIII), integrate per gli anni a seguire dagli studi di Giovanni Cavina con un'altra nel Settecento (1780), quattro nell'Ottocento e una nel Novecento, l'ultima. Sul totale quindi di sessanta inondazioni, con particolare riferimento a Firenze, ne vengono evidenziate due "grandi" (1177 e 1589) e otto straordinarie (1269, 1333, 1547, 1557, 1740, 1758, 1844 e 1966), per livello raggiunto dalle acque e danni causatiCavina, cit., pp. 34-36. . Di tutte queste, la più catastrofica in assoluto fu quella del 1966, dove le acque raggiunsero ovunque livelli mai registrati nei secoli precedenti.

Alluvioni di Firenze Firenze è la prima grande città attraversata dal fiume Arno e, nel corso della sua storia, è stata a più riprese invasa dalla sue acque con danni spesso catastrofici. Si dà qui conto delle dieci inondazioni classificate come "grandi" e "straordinarie".

Alluvione dell'autunno del 1177 Citata da cronisti antichi quali Ricordano Malispini, Giovanni Villani (che non ne indicarono la data), Marchionne di Coppo Stefani (che la lega al 28 ottobre) e Simone della Tosa (che parla invece del 4 novembre), l'alluvione del 1177 è la più antica documentata per la città di Firenze. Viene ricordata perché la forza del fiume trascinò via il ponte Vecchio, allora l'unico della città, il quale venne poi ricostruito leggermente più a valle, nella posizione odiernaCavina, cit., pp. 51 e ss..

Alluvione del 1º ottobre 1269 Il Malispini narrò come nella notte del primo ottobre di quell'anno si riversò una tale quantità d'acqua nell'Arno che, con la sua furia, travolse i ponti dei Frescobaldi e alla Carraia, mentre resistettero il ponte Vecchio e il ponte di Rubaconte. Il legname trascinato dal fiume creò una specie di barriera in più punti con conseguente esondazione delle acque, che distrussero molte case e uccisero molte personeCavina, cit., pp. 57 e ss..

Alluvione del 4 novembre 1333

L'alluvione dell'anno 1333 è considerata la più catastrofica ad aver colpito la città fiorentina, facendo ben più vittime di quella del 1966, anche se le acque raggiunsero un livello inferiore che in quest'ultima. L'assenza di protezioni provocò ingenti danni, facendo ad esempio crollare tutti i ponti cittadini, tranne il ponte di Rubaconte. Il Ponte Vecchio, ricostruito 12 anni più tardi, è l'unico a conservarne memoria in una targa in volgare, oggi quasi completamente consunta.

In quell'occasione andò perduta la statua di Marte citata da Dante, fatto letto come presagio di sciagure.

Alluvione del 13 agosto 1547

L'alluvione del 13 agosto 1547 fu descritta Bernardo Segni, Scipione Ammirato e Giovanni Battista Adriani. Iniziò a piovere fortissimo la sera precedente, interessando tutta la zona del Mugello, tanto che la prima ad esondare fu la Sieve, distruggendo il ponte di Pontassieve e il vicino convento dei Francescani. Arrivata la piena in Arno, alle porte di Firenze esondò e l'acqua raggiunse quasi i sei metri nella zona di San Salvi. In città crollò la spalletta tra i ponti Vecchio e alle Grazie, allagando tutto il quartiere di Santa Croce, la piazza del Grano, la piazza della Signoria, con gravi danni agli uffici doganali al piano terra di palazzo Vecchio; l'acqua invase inoltre i quartieri di Ognissanti e tutto l'Oltrarno, compreso San NiccolòCavina, cit., pp. 93 e ss..

Adriani riportò più di cento morti, mentre Segni stimò i danni in trecentomila scudi, tra la città e il contado. Il Morozzi, attingendo anche a un inedito protocollo di ser Piero Amadore, ricordò altri cento morti nel Mugello, e sessanta corpi annegati ripescati sui greti.

Alluvione del 13 settembre 1557

L'alluvione del 13 settembre 1557 è ricordata come una delle più catastrofiche della storia della città toscana. La descrizione degli eventi più diretta e particolareggiata è quella di Giovanni Battista Adriani, storiografo ufficiale di Cosimo I de' Medici. Altre testimonianze si trovano nelle opere di Filippo Baldinucci, del Lasca, di Remigio Nannini, di Francesco Vinta. Una vivace descrizione di una Madonna fluttuante tra le acque fu fatta illustrare e annotata su una tavoletta dal chirurgo di Santa Maria Nuova Tommaso GrecoCavina, cit., p. 103 e ss..

Per due giorni, quasi ininterrottamente, piovve nel Casentino, a Stia e a Pratovecchio, determinando una prima grave esondazione della Sieve nella piana del Mugello, che fece vittime e abbatté ponti, mulini, gualchiere e case.

La piena arrivò a Firenze verso le tre della notte del 13 settembre, travolgendo il ponte Santa Trinita (verrà poi ricostruito dall'Ammannati) e due arcate del ponte alla Carraia; il ponte di Rubaconte fu gravemente danneggiato ma mantenne le arcate salde, mentre il ponte Vecchio, rinforzato dopo la piena di dieci anni prima, riportò solo danni minori. Come in passato la prima zona a venire travolta fu quella di Santa Croce, altimetricamente più bassa del resto della città. In particolare furono flagellate la zona delle attuali via de' Benci e via Verdi (dove in antico scorreva il fossato che costeggiava le mura del XII secolo), quest'ultima rinominata poi "via del Diluvio". Tra i simboli dell'inondazione ci fu la cosiddetta casa del Diluvio, dove l'acqua arrivò a oltre 6 braccia (3,62 metri). Nella basilica di Santa Croce molti affreschi trecenteschi furono lavati via e scialbati. Giorgio Vasari procedette poi alla ristrutturazione di quanto rimasto progettando grandi altari laterali in pietra di gusto controriformato.

Il Monte Comune, collocato al pian terreno del palazzo del Podestà, venne gravemente danneggiato e il suo provveditore Filippo dell’Antella si accordò con i ministri della Parte Guelfa, per il trasferimento della sede nei locali del palagio di Parte Guelfa, avvenuto il 24 ottobre dell'anno successivo.

L'allagamento delle cantine portò a una scarsità dei generi alimentari, che ivi venivano solitamente conservati, ma fu salvo il vino perché quell'anno non si era ancora fatta la vendemmia.

Nel contado esondarono il Bisenzio, la Pesa, l'Elsa, la Greve; gravi furono i danni a Empoli e a Pisa.

Alluvione del 30 ottobre 1589 Quella del 30 ottobre 1589 fu una piena grande, non disastrosa come quella del 1557, grazie al fatto che le onde di piena dell'Arno e della Sieve passarono sfasate, senza incontrarsi. Una viva descrizione dei fatti si ha in una lettera di Scipione Ammirato indirizzata il 15 novembre di quell'anno a don Virginio Orsini, duca di BraccianoCavina, cit., p. 123 e ss..

Alluvione del 3 dicembre 1740 L'alluvione di sabato 3 dicembre 1740 fu straordinaria per l'ampiezza delle zone allagate, più di quelle del 1547 e del 1758, ma meno di quelle del 1557. Ne fu testimone Giovanni Lami, che ne scrisse una relazione nel suo Odepòrico, e una relazione fu stesa da Simone di Bindo Peruzzi, ripreso dal Morozzi, e dal CiulliniCavina, cit., pp. 135 e ss..

Oltre alla pioggia a dirotto nella giornata precedente, il vento scirocco aveva provocato una liquefazione della neve in montagna. L'Arno crebbe velocemente e straripò all'improvviso, a partire dal quartiere di San Niccolò, per poi propagarsi in Santa Croce, Sant'Ambrogio, San Piero, Santa Trinita, Ognissanti, il Carmine e la zona dei Camaldoli. L'onda di piena durò circa tre ore, e per rimuovere completamente il fango nei locali sotterranei necessitarono più di tre mesi. Tuttavia il livello normale della Sieve e del Mugnone evitariono danni più gravi.

Un segno dell'altezza delle acque raggiunte nel 1740, assieme ad altri segno di aluvioni, si trova poco leggibile presso le colonne del portale della chiesa di San Jacopo, in via Ghibellina.

Alluvione del 1º dicembre 1758 Il Natoni e il Ciullini ricordano questa alluvione come straordinaria, con un'altezza delle acque raggiunta superiore a quella del 1740. Il ricordo vivo della precedente alluvione tuttavia fece sì che molte merci vennero messe in salvo per tempo, portandole ai piani superiori degli edifici, e quindi limitando i danni materiali. Come già accaduto, i quartieri più martoriati furono quelli di Santa Croce, Santa Maria Novella, Ognissanti, San Niccolò e San Frediano, a coprire quasi metà della città murataCavina, cit., p. 147..

Alluvione del 3 novembre 1844

L'alluvione del 1844 fu l'ultima grande inondazione dell'Arno che colpì il capoluogo toscano ed i suoi dintorni prima della più celebre del 1966. Testimoni oculari degli eventi che scrissero dettagliate ricostruzioni furono Giuseppe Aiazzi e Filippo de' BoniCavina, cit., p. 151 e ss..

L'alluvione fiorentina si manifestò il 3 novembre 1844 ed ancora una volta la calamità non coinvolse solo il capoluogo ma anche diverse zone del contado.

Le acque invasero il centro cittadino dalle zone delle porte di Santa Croce e San Niccolò e la fortuna volle che l'allagamento avvenisse di domenica e nelle ore in cui la gente si stava recando a messa, per cui fu possibile sia dare l'allarme che tentare di salvare il salvabile portando le masserizie ai piani superiori delle case.

Alluvione del 4 novembre 1966

L'alluvione del 1966, avvenuta nelle prime ore del 4 novembre, in seguito di un'eccezionale ondata di maltempo, fu uno dei più gravi eventi alluvionali accaduti in Italia, e causò forti danni non solo a Firenze ma in gran parte della Toscana ed ebbe un'eco mediatica internazionale.

Diversamente dall'immagine che in generale si ha dell'evento, l'alluvione non colpì solo il centro storico di Firenze ma l'intero bacino dell'Arno, sia a monte sia a valle della città. Sommersi dalle acque furono anche diversi quartieri periferici della città, mentre le campagne circostanti rimasero allagate per giorni, con molti comuni minori isolati e danneggiati gravemente.

Il livello delle acque raggiunto superò in tutta la città quanto marcato per qualsiasi alluvione anteriore, facendone sicuramente l'alluvione più forte e disastrosa mai registrata in città, sebbene grazie a una serie di fortunate circostanze il numero di vittime si fermò a 35, di cui solo 17 in città.

Alluvioni di Pisa Pisa è l'ultima grande città che il fiume attraversa prima di giungere al mare. Una volta la foce era collocata nelle vicinanze di Pisa e sfruttata come porto dall'allora potente Repubblica Marinara. Il progressivo depositarsi di materiale trasportato dalle acque ha allontanato la foce dalla città, contribuendo in maniera determinante alla scomparsa della sua importanza portuale. Il problema delle continue alluvioni del fiume ha indotto le varie amministrazioni che si sono succedute al controllo del Valdarno inferiore attraverso un'opera di modifica continua del tracciato fluviale, con la creazione di nuove anse a monte della città pisana e la rettificazione del corso a valle della stessa, nonché con la costruzione di un elaborato sistema di fossi e infine dello scolmatore dell'Arno.

Le misurazioni venivano anticamente prese nei pressi del mulino delle Piagge, all'ingresso del fiume nella città. L'altezza era calcolata 60 cm sotto il "pelo" delle acque "magre": quando superava i 7,27 metri le acque straripavano e invadevano le strade cittadine. Nel 1828 e nel 1870 vennero piazzati nuovi idrometri per facilitare la lettura.

Alluvioni dell'autunno 1167