La volta della Cappella Sistina contiene un celeberrimo ciclo di affreschi di Michelangelo Buonarroti, realizzato nel 1508-1512 è considerato uno dei capolavori assoluti e più importanti dell'arte occidentale. Commissionato da papa Giulio II, fu un'immane sfida per l'artista che, sebbene non sentisse la pittura come la forma d'arte a lui più congeniale, terminò la complessa decorazione di quasi 550 m² in soli quattro anni e senza aiuti.

Il ciclo di affreschi completava iconologicamente le Storie di Gesù e di Mosè realizzate da una squadra di pittori (tra cui Botticelli, Ghirlandaio, il Perugino, Signorelli e Cosimo Rosselli) nel 1481-1482, al tempo di Sisto IV; Michelangelo dipinse infatti sulla volta le storie dell'umanità "ante legem", cioè prima che Dio inviasse le Tavole della Legge a Mosè.

Storia I progetti di Giulio II Nella primavera 1506 Michelangelo ebbe una clamorosa rottura con papa Giulio II, in occasione della sospensione del grandioso progetto della tomba papale, cui l'artista aveva dedicato numerose energie e aspettative. Giulio II, consigliato forse dall'architetto Bramante che non nascondeva la sua rivalità con Michelangelo, era infatti venuto alla conclusione che occuparsi della propria sepoltura fosse di cattivo auspicio.

Probabilmente in quell'occasione il papa, personalità ambiziosa e amante dell'arte in funzione della politica., aveva già in mente un'altra grandiosa opera da affidare all'artista fiorentino, cioè la ridipintura della volta della Cappella Sistina, già affrescata da Piermatteo d'Amelia con un cielo stellato, all'epoca del suo parente e predecessore Sisto IV. Nel maggio del 1504 infatti una minacciosa crepa nel soffitto, aveva reso inutilizzabile per molti mesi la cappella, in cui si svolgevano le più importanti e solenni celebrazioni della corte papale.

Ma Michelangelo, che ignorava ancora la nuova proposta, appena saputa l'interruzione dei lavori al monumento sepolcrale causata da intrighi tra gli artisti di corte, fuggì da Roma in tutta fretta (18 aprile 1506), riparando a Firenze, dove restò quasi un anno, nonostante i ripetuti richiami del pontefice. Ci vollero ben tre brevi del papa inviate alla Signoria di Firenze e le continue insistenze del gonfaloniere Pier Soderini («Noi non vogliamo per te far guerra col papa e metter lo Stato nostro a risico»), perché Michelangelo prendesse infine in considerazione l'ipotesi della riconciliazione, cogliendo l'occasione del passaggio del pontefice a Bologna (1507), impegnato nella campagna militare contro i Bentivoglio..

La commissione

Michelangelo doveva conoscere il nuovo progetto, almeno dal 1506, quando ricevette una lettera dal carpentiere e capomastro fiorentino Piero di Jacopo Rosselli (datata 10 maggio) in cui gli veniva raccontata una cena svolta pochi giorni prima nel Palazzo ApostolicoBiblioteca Apostolica Vaticana, Cod. Vat. Lat. 14153 (ex collezione Steinmann), c. 43: Lettera di Piero Rosselli a Michelangelo.. In quell'occasione papa Giulio II avrebbe rivelato a Bramante e ad altri convitati l'intenzione di affidare a Michelangelo la ridipintura della volta della Sistina, ma l'architetto urbinate aveva risposto sollevando dubbi sulle reali capacità del fiorentino, scarsamente esperto nell'affresco. Rosselli scattò allora in una difesa del conterraneo Michelangelo, avvisandolo poi e raccomandandosi di accettare la commissione. La lettera, che smentisce le voci secondo cui fu lo stesso Bramante a suggerire al papa il progetto per Michelangelo cercando di screditarlo (avallate dai biografi di Michelangelo), testimonia però come effettivamente esistesse la rivalità tra gli artisti della corte pontificia, i quali, sempre alla ricerca del favore del pontefice, non volevano perdere occasioni per arricchirsi lavorando in progetti grandiosi che rivaleggiavano l'uno con l'altro, essendo la disponibilità di fondi, per quanto immensa, non infinita..

Inoltre dalla lettera si immaginano i dubbi e le difficoltà paventate da Michelangelo nell'imbarcarsi in un'opera che non gli era congeniale, in quanto non molto avvezzo alla tecnica dell'affresco: egli aveva sì potuto ben osservarla durante il suo apprendistato nella bottega del Ghirlandaio (1487-1488 circa), ma non la praticava da anni, ritenendosi a pieno titolo uno scultore, piuttosto che un pittore.

In definitiva però Michelangelo, da persona ambiziosa com'era, decise di accettare la commissione, riconoscendovi l'occasione di dimostrare la sua capacità di superare i limiti, con il diretto confronto coi grandi maestri fiorentini presso i quali si era formato (a partire proprio da Ghirlandaio).

Tutti gli indizi paiono confermare la tesi che l'artista accettò l'incarico non tanto malvolentieri come i suoi biografi (Condivi e Vasari) lasciano immaginare, mossi piuttosto da intenti di autodifesa dettati dallo stesso Michelangelo, desideroso innanzitutto di discolparsi dalle accuse e le polemiche relative ai ritardi nella creazione della tomba di Giulio II, nonché di avallare il proprio mito di artista capace di trionfare contro le più difficili avversità..

L'incarico venne formalizzato a Roma tra il marzo e l'aprile 1508 e in un'annotazione del 10 maggio di quell'anno Michelangelo registrò di aver ottenuto un primo acconto di cinquecento ducati per l'impresa, "per la quale comincio oggi a lavorare": si trattava sicuramente di disegni preparatori, poiché i necessari aiutanti per la fase operativa non vennero richiesti che in autunno..

La definizione del soggetto

Il progetto iniziale prevedeva la rappresentazione dei Dodici Apostoli sui "peducci" della volta (dove oggi sono i troni dei Veggenti), mentre nel campo centrale partimenti con decorazioni geometriche. Di questo progetto parlò Michelangelo più tardi, in una lettera del 1523 a Gian Francesco Fattucci, e ne rimangono due disegni preparatori, uno al British Museum e uno a Detroit: il primo mostra i dodici apostoli in troni entro nicchie sui peducci dove poi vennero affrescati i Veggenti; il secondo mostra uno studio per le nicchie, che erano collegate attraverso la volta da un sistema di elementi decorativi (ovali e figure addossate nell'atto di reggere cornici) che simulavano degli arconi trasversali; tra questi ultimi si trovavano vasti rettangoli con cornici ottagonali..

Insoddisfatto ("dissi al papa come facendovi gli Apostoli soli, mi pareva che riuscissi cosa povera [...] perché furon poveri anche loro"), l'artista ottenne di poter ampliare il programma iconografico, a proprio piacimento, raccontando la storia dell'umanità "ante legem" e ponendosi così in continuazione coi soggetti degli affreschi alle pareti..

Il complesso progetto iconografico venne sicuramente elaborato con la collaborazione, oltre che del committente, dei consiglieri e teologi della corte papale, tra cui forse il cardinale e teologo francescano Marco Vigerio e il coltissimo vicario generale degli Agostiniani Egidio da Viterbo. Si trattava di un'elaborazione del primo schema, con l'accentuarsi del motivo degli arconi e un maggiore spazio riservato ai riquadri da essi scanditi (senza cornici ottagonali), in cui vennero poi collocate le Storie. Al posto degli statici putti reggi-targa vennero poi sviluppati i più dinamici "Ignudi". Profeti, sibille, ignudi, registri sovrapposti: in definitiva si trattò di un riaffiorare di idee e motivi del primo progetto della tomba di Giulio II.

Michelangelo evitò la via degli scorci illusionistici, già percorsa da Melozzo, Mantegna e Bramante, e quella della partitura all'antica, cercando però una contaminazione tra i due sistemi. Dopotutto la dimensione della cappella impediva la selezione di un punto di vista privilegiato, su cui calibrare scorci adattati, per cui a Michelangelo non restò altro che tracciare figure come se fossero frontali, davanti all'occhio dello spettatore, aiutato però dalla forma ricurva della volta.. Ciò rese una perfetta unità strutturale e una nitida articolazione delle parti, grazie sia alle architetture dipinte sia ai rapporti dimensionali, gestuali e ritmici tra le figure, soprattutto quelle non coinvolte nelle scene narrative (Ignudi e Veggenti).

Fasi iniziali

I primi mesi vennero occupati dai disegni preparatori (schizzi e cartoni), la costruzione del ponte e la preparazione delle superfici da affrescare, della quale si occupò il maestro Piero Rosselli, già autore della citata lettera del 10 maggio 1506. Il 10 giugno 1508 i lavori dovevano già procedere, poiché il cerimoniere pontificio Paris de Grassis registrò come le cerimonie liturgiche nella cappella erano state disturbate dalla caduta di polvere causata da costruzioni nella parte alta della cappella.. Il 27 luglio il Rosselli era pagato a saldo.

Per essere in grado di raggiungere il soffitto, Michelangelo necessitava di un'impalcatura, che permettesse anche il contemporaneo svolgersi delle attività religiose e cerimoniali nella cappella. I primi ponteggi vennero ideati proprio dal rivale Bramante, che ideò una speciale impalcatura, sospesa in aria per mezzo di funi. Michelangelo, che nelle sue lettere e negli scritti dei biografi non manca occasione per screditare e mettere in dubbio le capacità artistiche dei suoi rivali (Bramante e Raffaello in primis), giudicò la struttura del tutto inadeguata, poiché avrebbe lasciato dei buchi nel soffitto una volta completato il lavoro, rifacendo completamente il ponteggio di mano sua.

Ricostruì così un'impalcatura da sé, in legno. Il ponteggio di Michelangelo, tanto lodato da Vasari, in realtà si basava su un adattamento di un sistema già in uso per la gittata delle volte: sei coppie di capriate reggevano un'impalcatura pensile a "gradoni", appesa a sostegni ricavati da fori nei muri della parte alta, vicino alle finestre, che permetteva di lavorare alle varie superfici ora in posizione orizzontale, ora verticale, ora trasversale.. Annotò polemicamente il Condivi che l'esempio di Michelangelo «fu cagione d'aprir gli occhi a Bramante et di imparar il modo di far un ponte; il che poi nella fabrica di San Pietro molto gli giovò»Cit. in .

In pratica, con questa struttura Michelangelo risolse il problema dell'altezza e della mobilità, ma non quello della comodità: lo testimoniò lui stesso raffigurandosi nell'atto di dipingere la volta, accanto ad un componimento in versi che, "tradotto" in italiano moderno, recita:

Sono teso come un arco.

Mi è già venuto il gozzo,

il ventre me lo sento in gola, i, lombi mi sono entrati nella pancia,

non vedo dove metto i piedi

e il pennello mi gocciola sul viso..