Lindoeuropeistica (detta anche linguistica indoeuropea o filologia indoeuropea) è quella branca della linguistica storica e della linguistica comparativa che si occupa della ricostruzione della lingua protoindoeuropea e delle evoluzioni storiche delle lingue indoeuropee. Sorta su basi scientifiche nel secondo decennio del XIX secolo, ha elaborato e si avvale principalmente del metodo comparativo che consente, attraverso il confronto tra le lingue note, l'individuazione di corrispondenze strutturali sistematiche, attraverso le quali è possibile elaborare un quadro d'insieme di quella lingua indoeuropea che di per sé non ci è nota, essendo una lingua preistorica che quindi non ha lasciato testimonianze dirette. Insieme all'archeologia e alla storia, l'indoeuropeistica cerca anche di ricostruire, sempre per via induttiva, i caratteri del popolo protoindoeuropeo che parlò tale lingua, e il suo successivo smembramento che diede origine ai popoli indoeuropei storicamente noti.

Storia La fase pionieristica (XVII-XVIII secolo) Fin dal Medioevo viaggiatori e mercanti notarono, casualmente e sporadicamente, alcune somiglianze tra le lingue europee e quelle dell'India, senza tuttavia essere in grado di fornire spiegazioni per tali affinità. In particolare, fu il fiorentino Filippo Sassetti a notare nel 1585 singolari somiglianze tra il sistema dei numerali latini e quelli sanscriti. All'epoca non fu possibile tuttavia cogliere l'importanza dell'osservazione, che non riguardava coincidenze casuali ma sistematiche; analogamente, rimasero al livello di mera curiosità le osservazioni di altrettante correlazioni nel campo del sistema della terminologia di parentela. La prima formulazione dell'esistenza di un comune antenato di gran parte delle lingue storiche dell'Europa e dell'Asia centro-occidentale risale al 1686, quando Andreas Jäger ipotizzò, nel suo De lingua vetustissima Europae, che greco, latino, lingue germaniche, lingue celtiche, lingue slave e persiano fossero il risultato dell'evoluzione di una lingua estinta, parlata anticamente nei pressi del Caucaso e cui diede il nome di "scitoceltico"Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, pp. 19-33..

Nel corso del XVIII secolo i progressi nel campo furono limitati, anche se parallelamente si andò approfondendo tra gli europei la conoscenza, fino ad allora assai superficiale, della lingua sanscrita. Decisiva, in questo senso, fu la dominazione britannica dell'India. Il 2 febbraio 1786 William Jones, orientalista britannico che in India lavorava come giudice al Tribunale supremo di Calcutta, pronunciò, presso l'Asiatic Society del Bengala da lui fondata e della quale era presidente, il discorso che viene considerato il punto di svolta nel cammino di nascita dell'indoeuropeisticaCalvert Watkins, Il proto-indoeuropeo, pp. 45-47.:

Limitandosi ad additare l'esistenza di questa famiglia linguistica, Jones aprì la strada affinché altri indagassero sistematicamente tali relazioni linguistiche.

Indipendentemente e contemporaneamente, in Europa importanti contributi vennero dai fratelli Schlegel: Wilhelm August editò il Bhagavad Gita e il Rāmāyaṇa; Friedrich nel 1808 pubblicò Über die Sprache und Weisheit der Indier, considerato uno tra i testi fondanti della tipologia linguistica. Nel suo saggio, Schlegel abbozzò una classificazione morfologica (lingue flessive, lingue agglutinanti, ecc.) e, nel campo specifico della proto-indoeuropeistica, riaffermò l'esistenza di una parentela genetica tra sanscrito, persiano, greco, latino, ecc. La profonda influenza di Schlegel sulla cultura europea a lui contemporanea fu decisiva nell'indirizzare l'attenzione della comunità scientifica verso l'elaborazione delle prime basi dell'indoeuropeistica. Dopo la prima, mediocre grammatica di Paolino da San Bartolomeo (Sidharubam seu Grammatica Samscrdamica, pubblicata a Roma nel 1790), nel 1805 Henry Thomas Colebrooke diede alle stampe A Grammar of the Sanscrit Language, che divenne il punto di riferimento dell'intera linguistica europea e che rese possibile la fondazione stessa dell'indoeuropeistica.

Nascita e sviluppo dell'indoeuropeistica come scienza (XIX secolo)

La nascita dell'indoeuropeistica come scienza, e più in generale della linguistica comparata, è datata al 1816, anno in cui il tedesco Franz Bopp pubblicò Über das Conjugationssystem der Sanskritsprache in Vergleichung mit jenem der griechischen, lateinischen, persischen und germanischen Sprache, nel quale per la prima volta venivano studiate sistematicamente le relazioni tra le lingue indoeuropee al di là delle semplici analogie lessicali, che potrebbero essere frutto di coincidenze o di prestiti. Bopp, al contrario, mostrò come i nessi tra le lingue della famiglia coinvolgano anche i sistemi grammaticali e i sistemi morfologici, che non possono essere oggetto di scambi tra le lingue, ma soltanto derivare da un comune antenato.

Cronologicamente anteriore, ma diffuso soltanto dopo il lavoro di Bopp fu quello del danese Rasmus Christian Rask, Undersøgelse om det gamle Nordiske eller Islandske Sprogs Oprindelse (redatto nel 1814, pubblicato nel 1818). I risultati di Rask sono in gran parte simili a quelli di Bopp; tuttavia, il diverso percorso seguito dai due studiosi (Bopp era orientalista, Rask germanista) portò i due lavori a esiti complementari: se a Bopp si deve l'individuazione delle corrispondenze sistematiche dei sistemi morfologici, a Rask va il merito di aver individuato analoghe corrispondenze nel campo della fonetica.

Con Bopp e Rask furono gettate le fondamenta dell'indoeuropeistica. Grazie al metodo comparativo, tra i più rigorosi e affidabili strumenti a disposizione delle scienze umane, fu immediatamente possibile individuare come membri della famiglia linguistica indoeuropea greco, latino, lingue germaniche e lingue indoiraniche; l'appartenenza al gruppo delle lingue celtiche, sostenuta da Rask e ipotizzata fin dai primi pionieristici momenti dell'indoeuropeistica, fu dimostrata definitivamente da Bopp nel 1838, quando il linguista tedesco aveva già potuto, grazie al contemporaneo sviluppo delle rispettive filologie, includere nell'elenco senza dubbi anche le lingue baltiche e le lingue slave. Fu ancora Bopp a riconoscere l'indoeuropeità dell'albanese, mentre quella dell'armeno come ramo a sé stante, particolarmente problematica a causa dell'estrema evoluzione del materiale linguistico indoeuropeo originario, venne solo nel 1875 grazie a Heinrich Hübschmann.

Ricostruzionismo

Una volta appurata l'esistenza stessa della famiglia linguistica indoeuropea, la neonata disciplina si indirizzò verso il tentativo di ricostruire la protolingua comune - l'indoeuropeo, appunto - attraverso la rigorosa applicazione del metodo comparativo. I primi indoeuropeisti come Bopp non pensarono nemmeno alla possibilità di tale ricostruzione, ma la generazione successiva di linguisti fu assai più ottimista: August Schleicher arrivò perfino a comporre in "indoeuropeo" una favola, La pecora e i cavalliVillar, pp. 200-201..

Al di là degli eccessi di ottimismo, l'opera di ricostruzione fu portata avanti principalmente dalla Scuola neogrammaticale tedesca (i Junggrammatiker: Hermann Osthoff, Karl Brugmann, August Leskien, Berthold Delbrück, Hermann Paul), che arrivò a definire una prima, "classica" ricostruzione dell'indoeuropeo. I Neogrammatici, ispirati dalle contemporanee ricerche nel campo della filologia germanica che approdarono alla definizione della legge di Grimm e della legge di Verner, individuarono una serie di leggi che regolavano i rapporti fonetici nel passaggio dall'indoeuropeo ricostruito alle lingue indoeuropee storiche; particolare rilievo ha la legge di Leskien, secondo la quale il cambiamento fonetico, a parità di condizioni, avviene sempre con lo stesso risultato, senza eccezioni. Inoltre, i Neogrammatici introdussero anche i principi, complementari alla legge di Leskien, dell'analogia e del prestito. La ricostruzione neogrammaticale trovò la sua sintesi definitiva nella monumentale Grundriß der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen (1897-1916) di Brugmann, che rappresentò per decenni il punto di riferimento dell'indoeuropeisticaVillar, pp. 213-221, 340..

I dibattiti dell'indoeuropeistica contemporanea (XX secolo) Riduzionismo Nei primi decenni del XX secolo la sintesi neogrammaticale fu oggetto di ripetuti interventi di riduzionismo: il complesso fonologico e morfosintatticco dell'indoeuropeo ricostruito dai Neogrammatici apparve via via sempre più insoddisfacente, sia per l'eccessiva rigidità, sia per l'eccessiva ricchezza di strutture. Tale tendenza riduzionista ricevette un decisivo impulso dalla decifrazione della lingua ittita, operata dal ceco Bedřich Hrozný nel 1917Bedřich Hrozný, Die Sprache der Hethiter, ihr Bau und ihre Zugehörigkeit zum indogermanischen Sprachstamm, Lipsia, J.C. Hinrichs, 1917 (ristampa Dresda, TU Dresden, 2002).: l'ittita risultò essere non solo la lingua indoeuropea di più antica attestazione, ma mostrò anche di discostarsi significativamente dal paradigma neogrammatico, fondato sull'assioma di una maggior arcaicità - e dunque rilevanza nel definire la lingua comune - del greco e del sanscrito. La scoperta dell'ittita mandò così in crisi il « paradigma greco-sanscritista » dei Neogrammatici, imponendo la ricerca di una nuova ricostruzione dell'indoeuropeo comuneVillar, pp. 343-361..

Il riduzionismo operò in tutti gli ambiti della lingua ricostruita. In campo fonetico, interessò sia il vocalismo sia il consonantismo. Il sistema vocalico ricostruito dai Neogrammatici prevedeva dieci vocali (a/e/i/o/u, ognuna nelle due varietà breve e lunga), ma già lo svizzero Ferdinand de Saussure in Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indoeuropéennes (1878)Ferdinand de Saussure, Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes, Lipsia, B. G. Treubner, 1879. criticò la cattiva base comparativa di /a/; l'eliminazione di /a/ avrebbe però generato un sistema e/i/o/u tipologicamente inaccettabile, per cui fu proposta una differente ricostruzione del vocalismo nella serie a/e/i/u, tipologicamente valida e ricca di implicazioni dialettologiche. Attualmente le due ipotesi - a cinque o a quattro vocali - sono quelle che ottengono maggior consenso tra gli indoeuropeisti; scarso seguito hanno avuto le proposte di ridurre ulteriormente le vocali a due (e/o, per il polacco Jerzy Kuryłowicz o lo spagnolo Francisco Rodríguez Adrados) o addirittura a una (per il francese André Martinet)Villar, pp. 223-236..

L'attenzione dell'indoeuropeistica fu a lungo catalizzata dal dibattito sulla teoria delle laringali, postulata già da De Saussure nel Mémoire e ripresa dal danese Hermann MöllerHermann Möller, Semitisch und Indogermanisch, vol. 1: Konsonanten, Copenaghen, H. Hagerup, 1906., dal francese Albert CunyAlbert Cuny, «Indo-européen et sémitique», in Revue de phonétique, 1912, n⁰ 2, pp. 101-03. e da Jerzy KuryłowiczJerzy Kuryłowicz, Études indoeuropéennes, vol. 1, Cracovia, Ksiegarnia Gebethnera i Wolfa, 1935.. Già prima della scoperta dell'ittita era stata postulata la presenza di tre fonemi laringali (/h₁/, /h₂/, /h₃/) responsabili di alcune anomalie nel vocalismo indoeuropeo, ma tale ipotesi, fondata sulla ricostruzione interna e non sul metodo comparativo poiché di tali fonemi non si aveva testimonianza, incontrò inizialmente ampie resistenze. Fu la testimonianza dell'ittita, che effettivamente presenta questo tipo di suoni, a spianare la strada all'affermazione della teoria, nella formulazione generalmente condivisa del francese Émile Benveniste (Le vocabulaire des institutions indo-européennes, 1969). Minor successo hanno avuto le proposte di un numero diverso di laringali, da una a dieci; restano tuttavia in quest'ambito alcuni nodi irrisolti, sia sul numero dei suoni, sia sulla loro effettiva articolazione foneticaVillar, pp. 241-248; Watkins, pp. 57-60..