Mafia è un termine che indica un tipo di organizzazione criminale retta da violenza, omertà, riti d'iniziazione e miti fondativi. Secondo il significato estensivo del termine, indica una qualsiasi organizzazione di persone dedite ad attività illecite, segreta e duratura, che impone la propria volontà con mezzi illegali violenti e armi, spesso facendo pagare del danaro per una falsa protezione (in Italia chiamata "pizzo"), per conseguire interessi a fini privati e di arricchimento illegale anche a danno degli interessi pubblici.
Storia
Inizialmente, con il termine Mafia spesso ci si riferiva a Cosa Nostra, anche se storicamente si ritiene che la prima organizzazione mafiosa italiana sia la Camorra. Organizzazioni ancor più antiche sono le Triadi cinesi e la Yakuza giapponese.
Alcuni ritengono che abbia avuto origine dalla setta segreta spagnola della Garduna, secondo altri da quella dei Beati Paoli, operante in Sicilia nel XII secolo circa. Altre fonti ritengono che la mafia, come fenomeno organizzato, non esistesse in Sicilia prima dell'unità d'Italia. Secondo gli storici, la mafia siciliana nacque in epoca borbonica in una zona ben precisa della Sicilia occidentale, compresa tra Palermo, Agrigento e Trapani, dove vigeva il dominio dal latifondo (ivi chiamato feudo) che vessava una massa di contadini nella miseria e nello sfruttamento. Fra nobiltà terriera e contadini come intermediario era presente un ceto di spregiudicati e violenti massari, campieri ("guardie armate" del latifondo"A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri!" (dalla novella Libertà di Giovanni Verga).) e gabellotti (gestori dei feudi a gabella, cioè in fitto) che terrorizzavano i contadini e i proprietari con i loro sgherri, venivano a patti con i briganti, amministravano una rozza giustizia che però non ammetteva alcuna forma di opposizione. I briganti, i ladri e i ribelli che infestavano le campagne siciliane avevano un ambiguo rapporto con i massari, i gabellotti e i campieri: i contadini servivano i massari e vedevano talvolta in loro degli alleati possibili contro i latifondisti che a loro volta si servivano dei massari e dei campieri, pur disprezzandoli e temendoli, come forza contro il latente pericolo costituito da possibili rivolte delle masse contadine. Massari, gabellotti e campieri si servivano dei briganti contro nobili e contadini ma sapevano anche spazzarli via con violenza quando dovevano dimostrare a tutti gli abitanti del feudo chi comandava effettivamente.Michele Pantaleone, Mafia e politica: 1943-1962, Torino, Einaudi, 1962. Per giungere al dominio del territorio la mafia controllava non solo il mondo rurale, i trasporti, l'attività mineraria, gli allevamenti, ma anche la delinquenza urbana, i tribunali, le centrali di polizia, i centri del potere. I mafiosi erano nel contempo imprenditori, organizzatori della produzione, giudici, gendarmi, esattori delle tasse poiché prelevavano quote di ricchezza dal lavoro e dalla rendita dei ceti sociali in mezzo ai quali vivevano ed operavano.
Uno dei primi documenti che delineano bene il fenomeno mafioso che stava prendendo forma è una lettera di denuncia del 3 agosto 1838 inviata al ministro Parisi dal procuratore generale di Trapani, P. Calà Ulloa:
Secondo uno studio degli intellettuali toscani Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, tale situazione andava ricercata nel fatto che nell'età moderna prima e contemporanea poi, mentre nella maggior parte dell'Europa i poteri legali e centrali si rafforzavano ed espandevano (fenomeno risaltato soprattutto dalla nascita dei primi Stati nazionali), in Sicilia vi era una situazione di legalità frammentata: i signori feudali erano in concorrenza con i deboli poteri centrali, organizzati malamente in un groviglio di giurisdizioni e di competenze; i deboli erano esposti allo strapotere dei signori e degli sbirri; i fragili ceti produttivi e mercantili erano soggetti alle soperchierie di funzionari e baroni. La violenza, in questo contesto premessa per la sicurezza, si privatizza: i signorotti del posto hanno i loro sgherri, l'Inquisizione ha i suoi ufficiali ed agenti, le corporazioni hanno le loro compagnie d'armi, i mercanti pagano le scorte armate per i trasferimenti di merci. Si assiste ad un continuo scontro di poteri e di interessi, in una terra in cui il continuo succedersi di poteri e dominazioni non ha favorito la coesione tra popoli e governanti.Salvatore Scarpino, op. cit. In altre parti d'Italia, il fenomeno prende il nome di bravi, sgherri spesso provenienti dal centro e nord Europa al servizio dei signorotti feudali del Nord Italia durante la dominazione spagnola.Significative le figure ben documentate e descritte da Alessandro Manzoni nel romanzo storico I Promessi Sposi: Don Rodrigo e l'Innominato.
Dopo la proclamazione del Regno d'Italia (1861), i funzionari della Destra storica considerarono mafiosi tutti «i briganti e i renitenti alla leva, i notabili a capo dei partiti municipali e i piccoli delinquenti, gli avversari dell'ordine sociale e quelli dell'ordine politico», ossia gli oppositori politici borbonici, mazziniani e clericali. I parlamentari della Sinistra storica accusarono a loro volta quelli della Destra di servirsi dei mafiosi per governare. In un'indagine sulla Sicilia commissionata dal Parlamento del nuovo regno nel 1876, si legge: «La mafia è la solidarietà istintiva, brutale [...] che unisce tutti quegli individui che amano trarre l'esistenza e gli agi non già dal lavoro, ma dalla violenza, dall'inganno, dall'intimidazione», negando il suo carattere di associazione a delinquere organizzata e gerarchica. I governi del tempo riuscirono a fare ben poco per sconfiggere tali associazioni criminose, che anzi continuarono a prosperare e a diffondersi, estendendo la propria zona di azione dapprima a tutto lo Stato italiano e poi anche ad alcune regioni d'Europa e in America.
Nel corso del ventesimo secolo, le aggregazioni rette dalla legge dell'omertà e del silenzio consolidarono un'immensa potenza in Sicilia e, a seguito della dura repressione fascista operata dal prefetto Cesare Mori, riemersero dopo la seconda guerra mondiale come forza antisindacale ed anticomunista. A partire dagli anni sessanta, avvenne il passaggio dalla mafia "agricola" legata al feudo a quella "urbano-imprenditoriale" poiché essa individuò nuove attività di profitto (speculazione edilizia, gestione degli appalti pubblici, sequestri di persona, contrabbando di sigarette e traffico di droga), le quali determinarono un'accesa rivalità tra i gruppi che la componevano (le "cosche" o "famiglie") con conseguenti due grandi guerre interne che provocarono centinaia di morti: la prima (nel 1962) e la seconda guerra di mafia (nel 1981), quest'ultima conclusasi con l'ascesa della consorteria dei Corleonesi. L'accresciuta ricchezza delle cosche accumulata con i traffici illeciti trasformò la mafia in una vera e propria potenza finanziaria in concorrenza con lo Stato italiano, ostilità che culminò con l’uccisione senza quartiere di uomini politici, poliziotti e magistrati che vi si opponevano. Le vittime più illustri che caddero nella lotta contro la mafia furono il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, i politici Pier Santi Mattarella, Michele Reina e Pio La Torre, i poliziotti Beppe Montana e Ninni Cassarà, i giudici Gaetano Costa, Cesare Terranova, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.
Questa organizzazione era conosciuta dai suoi stessi affiliati come Cosa nostra, nome reso noto pubblicamente la prima volta nel 1963 dal primo pentito statunitense Joe Valachi. Inizialmente ci si riferì con questo nome alle ramificazioni territoriali della mafia negli Stati Uniti d'America ma negli anni ottanta il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta rivelò che anche in Sicilia gli affiliati utilizzavano il termine Cosa nostra e mai quello di mafia, considerato "un'invenzione letteraria".
Ben presto, il termine mafia fu associato anche ad altre organizzazioni dello stesso tipo come la Camorra campana, la 'Ndrangheta calabrese o, fuori dall'Italia, la mafia russa, la mafia albanese o le Triadi cinesi, che poco o niente avevano a che fare con l'omologo siciliano. Infatti il giudice Giovanni Falcone affermò di essere contrario all'apposizione dell'etichetta "mafia" a fenomeni di criminalità organizzata in generale:
Secondo le più recenti analisi, l'aspetto più preoccupante del fenomeno mafioso è oggi costituito dalla cosiddetta zona grigia (o «borghesia mafiosa»), quell'area intermedia fatta di individui che vivono nella legalità (ad es. tecnici, esponenti della burocrazia, professionisti, imprenditori e politici) ma che alimentano la mimetizzazione dell'economia mafiosa, fornendo collaborazione e supporto a questo tipo di organizzazioni.
Le speculazioni sull'origine del termine Anche l'origine del lemma è incerta. Un primo utilizzo venne registrato in Sicilia nel 1863 nell'opera teatrale I mafiusi de la Vicaria, ambientata nel carcere della Vicaria di Palermo e scritta da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca. La prima volta che il termine maffia comparve ufficialmente accostato al senso tuttora in uso di organizzazione malavitosa o malavita organizzata è in un rapporto del prefetto di Palermo nel 1865, Filippo Antonio Gualterio, in cui denunciava l'esistenza di un'associazione criminale e sovversiva che metteva insieme delinquenti, filomazziniani e filoborbonici con l'obiettivo di rovesciare il neonato Regno d'Italia.
Una delle spiegazioni più celebri sull'origine della parola mafia fu data dall'etnologo siciliano Giuseppe Pitrè:
Si è spesso voluto associare il termine con un qualche vocabolo di origine araba, a causa della sua radice non facilmente accostabile a termini di origine invece latina o greca. Tale accostamento alla lingua araba è stato forzatamente giustificato con la presenza in Sicilia nel corso del IX e del XI secolo, della componente islamica, anche perché, come spiega lo storico e studioso Giuseppe Carlo Marino, nella lingua araba il termine "mahyas" rivestirebbe lo stesso significato che il Pitrè attribuiva al termine "mafia". Questo perché, secondo l'opinione del Marino, l'organizzazione criminale siciliana è stata la prima organizzazione criminale del mondo e la prima ad essere appellata col nome "mafia". Tuttavia il lemma mahyas non ha esattamente lo stesso significato che forzatamente si associa alla definizione del Pitré, come dimostra il senso attribuitogli dallo studioso Diego Gambetta: secondo questi infatti il vocabolo "mafia" potrebbe provenire dall'arabo مهياص (mahyas) che significherebbe piuttosto "spavalderia", "vanto aggressivo". Claudio Lo Monaco propone piuttosto مرفوض (marfud = rifiutato) da cui proverrebbe il termine mafiusu, che nel XIX secolo indicava una persona arrogante, prepotente, ma anche intrepida e fiera. Bisognerebbe quindi ammetterne la presenza nei documenti islamici relativi alla Sicilia pervenutici e raccolti fin qui, tuttavia i vocaboli esposti non appaiono mai menzionati: cfr. ad esempio Michele Amari, Biblioteca Arabo-Sicula- testi e traduzioni. 1857-1887. Tuttavia per Marino il termine arabo "mahyas" comunque in genere esiste nella lingua araba e ha proprio i significati su esposti e potrebbe essere una mancanza in buona fede dell'Amari il non aver indicato tale termine o termini simili. La presenza di più ipotesi spesso discordanti sul lemma in lingua araba che abbia fatto nascere il termine "mafia", l'assenza di una documentazione preesistente al XIX secolo, la mancata documentazione del fenomeno in età medioevale e l'assenza di un uso simile in altre comunità arabofone nel presente e nel passato tuttavia concorrono a mettere in seria crisi l'ipotetica origine del termine dalla lingua islamica.