La Biblioteca comunale Chelliana è la principale biblioteca pubblica della città di Grosseto.
La biblioteca conta un patrimonio documentario di circa unità ed è l'istituto bibliotecario di riferimento della provincia di Grosseto, centro operativo della Rete grossetana delle biblioteche, degli archivi e dei centri di documentazione (GROBAC). Fondata il 1º marzo 1860 dal canonico Giovanni Chelli, al quale è intitolata,. è nota per essere stata al centro dell'impegno culturale dello scrittore Luciano Bianciardi nell'immediato dopoguerra....
È ospitata all'interno dell'ottocentesco palazzo Mensini, nel centro storico della città in via Mazzini. Dal 2009 è aperto un punto biblioteca presso l'ospedale Misericordia di Grosseto.
Storia
Giovanni Chelli e la nascita della biblioteca L'istituzione di una biblioteca pubblica nella città di Grosseto si deve alla passione culturale e all'intraprendenza politica del canonico Giovanni Chelli, erudito senese, ordinato sacerdote nel 1840 e canonico della cattedrale di San Lorenzo. Personalità controversa di sacerdote repubblicano e liberale, aveva appoggiato il governo provvisorio di Francesco Domenico Guerrazzi schierandosi contro papa Pio IX, ed era forte sostenitore dell'unità d'Italia, nonché legato da rapporti di amicizia a personalità risorgimentali quali Costantino Nigra e Vincenzo Salvagnoli; questo atteggiamento gli erano costati anni di esilio, sorveglianza e censura. A Grosseto, il Chelli fu il principale e forse unico promotore culturale della città, avvertendo fin dal principio la necessità dell'istituzione di una biblioteca civica; fino a quel momento, infatti, il solo ente che animasse la vita cittadina era la Confraternita della Misericordia, dedita peraltro ad attività filantropiche. Il 30 dicembre 1858, Giovanni Chelli presentò un'istanza al Capitolo dei canonici della cattedrale: nelle intenzioni del sacerdote, che da tempo stava raccogliendo un nutrito fondo librario e anche alcuni oggetti archeologici – molti dei quali accomunati dai soli criteri di preziosità e rarità – c'era anche quella di partecipare attivamente alla lotta per l'alfabetizzazione. Il Capitolo deliberò che a Giovanni Chelli fosse «accordata la direzione di detta Biblioteca con il titolo di Direttore» e a questo scopo gli assegnò tre locali del Palazzo Vescovile, privo del proprio inquilino in quanto la diocesi era sede vacante.
Chelli si occupò in autonomia di recuperare suppellettili per l'allestimento dei locali e soprattutto cercare donazioni per incrementare il fondo librario. I primi in città che avevano sostenuto l'operato del sacerdote erano stati il vescovo Giovanni Domenico Mensini, morto nel 1858 lasciando nel testamento la propria libreria personale ricca di edizioni di pregio, e il vicario capitolare Domenico Pizzetti, morto nel 1859, che aveva donato un'ampia collezione di testi del XVI, XVII e XVIII secolo. A questo primo nucleo di circa volumi, si aggiunsero altre donazioni, raggiungendo infine la cifra di volumi.Scriveva il sacerdote nel febbraio 1860: «Per diminuire l'incomodo a quelle gentili persone che da ora in avanti vorranno favorire la Biblioteca di libri si è pensato di destinare due depositi uno in Firenze alla libreria Poggi in faccia al Palazzo non finito e l'altro in Siena alla libreria Pozzi, i quali signori che graziosamente prestano, rilasceranno ricevuta». Cfr.
La prima biblioteca a Grosseto, non disgiunta dal museo civico archeologico, fu così inaugurata il 1º marzo 1860. Durante la sua direzione, con il sacerdote Federigo Riccioli quale bibliotecario, Chelli continuò a scrivere lettere a uomini facoltosi sia locali sia nazionali, allo scopo di incrementare il patrimonio della neonata biblioteca. Tra le più cospicue, si ricordano le donazioni del gonfaloniere del comune di Grosseto Angelo Ferri, di Angelo Fabbrini e di Maurizio Bufalini; all'indomani dell'unità d'Italia, Chelli scrisse lettere anche al ministro Marco Minghetti, al barone Bettino Ricasoli, a re Vittorio Emanuele III e all'imperatore francese Napoleone III.
Per meglio comprendere tuttavia il clima di arretratezza economica e sociale in cui il progetto di una pubblica biblioteca si stava inserendo, basti pensare che la città di Grosseto, che era limitata al solo nucleo urbano entro le mura medicee, era disabitata per sei mesi l'anno. Durante i mesi più caldi infatti si verificava il fenomeno dell'estatatura, quando tutti gli uffici pubblici si trasferivano in montagna date le condizioni geografiche e climatiche proibitive che aumentavano il rischio di contrarre la malaria. Il Chelli si ritrovò fin da subito a fronteggiare problemi di carattere economico, anche perché il sostegno ricevuto dal Capitolo della cattedrale era soltanto apparente. La diocesi di Grosseto attendeva la nomina di un nuovo vescovo, in quanto la sede era vacante dal 1858 a causa dei contrasti tra lo Stato italiano e lo Stato Pontificio, e non sentiva necessità di impegnarsi in un progetto che mancava dell'approvazione di un'autorità ecclesiastica superiore.Così scriveva il Chelli in una nota del diario del 3 dicembre 1861: «Il Capitolo non ha sborsato un centesimo per la Biblioteca e il Museo. Il Capitolo non ha fondi per mantenere questo stabilimento. Il Capitolo non può dare alcuna garanzia di ciò che esiste nella Biblioteca. [...] Il pubblico non può essere garantito che dal Governo o al più dal Municipio». Cfr. Deciso a rendere statale la biblioteca, il presbitero scrisse al Ministero della pubblica istruzione nell'agosto del 1862, affinché intervenisse con un decreto, ma la risposta fu negativa; il suggerimento, tuttavia, fu quello di donare spontaneamente l'istituzione al Comune. Dopo un'iniziale esitazione, Chelli si decise a sottoscrivere l'atto di donazione inter vivos nel 1864 e la solenne cerimonia d'inaugurazione fu tenuta il 30 marzo 1865 con l'intitolazione della biblioteca al suo fondatore.
I continui trasferimenti e i primi inventari Il patrimonio librario nel frattempo continuava ad aumentare, soprattutto in seguito ad una sostanziosa donazione dell'ingegnere Alessandro Manetti (1865), e la necessità di dare alla biblioteca una sede stabile iniziò farsi pressante. Nel maggio 1866 è contato un patrimonio di circa volumi, ordinato in cinque sezioni (belle lettere, scienze, arti e mestieri, storia, giurisprudenza, teologia) secondo il sistema di classificazione "Brunet". Nel 1867 il papa nominò Anselmo Fauli nuovo vescovo di Grosseto, dopo nove anni di sede vacante, e il Chelli arrivò a esortare il Governo affinché acquistasse il palazzo vescovile temendo la chiusura della biblioteca, timore poi rivelatosi fondato. La Chelliana fu sfrattata dalla residenza diocesana e la nuova sistemazione comportò una provvisoria divisione tra la biblioteca e la sezione archeologica. I libri furono ospitati in due sale di palazzo Ponticelli, mentre i reperti vennero trasferiti nel chiostro della chiesa di San Francesco. Giovanni Chelli morì nell'ottobre del 1869, non prima però di esprimere un'ultima richiesta: il trasferimento della biblioteca in via Mazzini presso la "barriera" di Porta Nuova. A questa sede verrà destinata nel 1870, nuovamente riunita con il museo civico. Per la biblioteca ebbe inizio un iter di trasferimenti che mortificò ogni tentativo di migliorare le sorti dell'istituzione e che invece finì per disperdere buona parte del patrimonio fino a quel momento accumulato.Nel periodo tra il 1870 e il 1923 le informazioni sulle collocazioni sono confuse e frammentarie, si ha nota di sistemazioni in vari edifici pubblici della città tra cui il palazzo comunale, il palazzo del Tribunale e il palazzo della Provincia. Cfr. e
Nonostante la nomina di un nuovo direttore nella figura di Giovanni Battista Ponticelli (1843-1912), e di un bibliotecario conservatore, il professor Agostino Barbini, il quale dal 1873 per primo si dedicò alla compilazione degli inventari e alla riorganizzazione del materiale, la biblioteca si trovava ancora in una situazione precaria, anche per la poca attenzione rivoltale dall'amministrazione comunale. Pochi anni dopo la morte di Barbini, che era rimasto bibliotecario fino al 1902, la biblioteca fu affidata al nuovo direttore Giovanni Pizzetti, avvocato e personalità influente della società grossetana dell'epoca, che era stato sindaco della città negli anni novanta del XIX secolo. Il direttore Pizzetti comprese subito lo stato precario dell'istituzioneNel febbraio 1908 Pizzetti mise in evidenza come la biblioteca fosse «ancora tenuta con sistema che non è razionale, e con metodi talmente antichi, che alle volte riesce quasi impossibile la ricerca di un libro, e il più delle volte difficile». Cfr. e denunciò all'amministrazione comunale la mancanza di figure professionali addette alla conservazione della biblioteca; forse per via della sua influenza politica, venne accontentato il 20 ottobre 1909 con la nomina a conservatore del professor Alfredo Segrè, al quale fu affidato il nuovo riordino degli inventari. Nel 1910 Segrè inventariò e descrisse trentanove manoscritti per gli Inventari dei manoscritti delle biblioteche d'Italia di Giuseppe Mazzatinti e Albano Sorbelli, e inserì i circa volumi della bibliotecaNella Statistica delle biblioteche del 1894 il Ministero aveva censito volumi. Si noti come il numero del patrimonio librario sia dimezzato rispetto ai volumi censiti nel 1866. nel catalogo a schede organizzato secondo il sistema "Staderini". Tra le donazioni significative di questo periodo, si segnalano i fondi della matematica Adele Capuzzo Dolcetta (1905) e del patriota Nicola Guerrazzi (1912).
Dagli anni venti alla seconda guerra mondiale: le direzioni Cappelli e Broli Alfredo Segrè rimase responsabile dell'organizzazione della Chelliana fino al 1920, mentre la direzione, dopo le dimissioni di Giovanni Pizzetti il 27 dicembre 1909, era stata affidata a una commissione presieduta dall'architetto Lorenzo Porciatti, rimasto in carica almeno fino al 1913. Dopo una seconda parentesi di Pizzetti dal 1921 al 1923, la biblioteca con il museo venne affidata al canonico Antonio Cappelli, già membro del consiglio direttivo dal 1904. La prima iniziativa fu quella di destinare la Chelliana alla sede di palazzo Mensini in via Mazzini, ex seminario e sede del Regio ginnasio e liceo "Carducci-Ricasoli"; una residenza finalmente stabile e l'attenta direzione da parte di Cappelli consentirono una crescita esponenziale dell'istituto, soprattutto grazie a una cospicua serie di acquisti e donazioni. Nel 1934 il professor Angelo Davoli della Scuola bibliografica italiana condusse un'indagine sugli incunaboli posseduti dalla biblioteca, scrivendo infine di una «doviziosa raccoltina di trentadue incunaboli», della presenza di varie centinaia di manoscritti e cinquecentine e di una collezione totale di circa volumi.