Biografia Infanzia Era figlio del re dei Romani Corrado IV e di Elisabetta di Baviera. Alla morte di suo padre, avvenuta quando aveva solo due anni, Corradino gli succedette nella titolarità delle corone della casata. Corrado IV, pur scomunicato da papa Innocenzo IV, aveva affidato a lui l'erede. Innocenzo era intenzionato a offrire il regno di Sicilia a Edmondo, di soli nove anni, figlio di Enrico III d'Inghilterra, ma, vedendosi data la reggenza del regno, sospese l'accordo. Il fratellastro di Corrado IV, Manfredi, si recò dal pontefice per far valere subito la sovranità del nipote, ma il Papa obiettò che Corradino era troppo piccolo e, fino all'età adulta, al Papato sarebbe spettata la reggenza.

Manfredi accettò, prese tempo e si preparò ad attaccare militarmente il Papa per prendere il controllo del regno, ma, dopo la prima sconfitta militare, il pontefice morì per malattia. La reggenza passò a papa Alessandro IV. Data la tenerissima età di Corradino, l'uomo forte della fazione sveva non poteva che essere suo zio Manfredi, il quale ne usurpò il trono (la vulgata vuole anche facendo spargere la voce, falsa, della morte del bimbo), ma forse furono le circostanze a fare di suo zio un usurpatore di fatto e, di conseguenza, il re. Manfredi godeva di un prestigio immenso presso i suoi, sia per le sue qualità di condottiero sia per quelle di uomo di corte e di amante delle lettere e delle arti.

Insomma, con la morte di Corrado forse parve naturale che il comando dovesse essere di Manfredi e certo il principe di Taranto non si fece troppi scrupoli legalistici. Corradino, re di Sicilia, dai due ai sei anni d'età crebbe così in disparte in Baviera, lontano dall'agone italiano, il vero terreno dello scontro tra guelfi e ghibellini, tra papato e impero. Crebbe sotto l'ala protettiva di sua madre, dedito alla poesia e alle virtù cortesi. Il 24 ottobre 1266 probabilmente sposò per procura Sofia di Landsberg, figlia di Teodorico di Landsberg, margravio di Landsberg, su consiglio del tutore Ludovico II di Baviera. Se il matrimonio sia avvenuto o sia stato soltanto una promessa di matrimonio, è oggetto di dibattito tra gli studiosi.

Tuttavia, dopo la morte dello zio Manfredi, ucciso nella battaglia di Benevento il 26 febbraio 1266, i ghibellini italiani ne invocarono la discesa nella penisola e Corradino nel settembre del 1267 si mosse finalmente alla riconquista del suo regno, passato nel frattempo sotto la corona francese di Carlo I d'Angiò, il vincitore di Benevento. I dignitari tedeschi, invece, si limitarono a osservare lo svolgersi degli eventi. Ancora una volta, anche al suo epilogo, la storia degli Hohenstaufen era un fatto essenzialmente italiano.

La discesa in Italia

Corradino arrivò in Italia, accompagnato dall'amico e cugino Federico I di Baden-Baden, con il quale condivise fino alla morte la sua impresa. Venne ben accolto a Verona, a Pavia e specialmente a Pisa, città da tempo legatissima alla sua casata e senza oscillazioni di fede ghibellina, se si eccettua l'appoggio pisano dato inizialmente a Ottone IV di Brunswick, antagonista di Federico II nell'ascesa al trono imperiale. I pisani misero a sua disposizione danaro e soprattutto la loro potenza marinara. Giunto a Roma, gli venne tributato un vero e proprio trionfo e molti furono i romani che lo seguirono in battaglia, guidati da Enrico di Castiglia, senatore di Roma che, pur imparentato con l'Angiò e con il beneplacito di questi salito alla guida della municipalità capitolina, abbandonò il partito guelfo-angioino per sposare le sorti ghibelline. Il Papa non attese lo Staufen a Roma, ma si ritirò a Viterbo.

A proposito dell'apoteosi romana, il grande storico Ernst Kantorowicz ebbe a considerare che ciò che non era mai riuscito al grande Federico, trionfare a Roma, riuscì al piccolo Corradino. Il trionfo romano fu però effimero. Anche a sud la discesa di Corradino risvegliò entusiasmi filo-svevi e in particolare nella enclave musulmana di Lucera, i cui guerrieri, ancora una volta, si dimostrarono fedelissimi agli Staufen e alla memoria di Federico II, del quale erano stati per decenni la temibile guardia scelta.

“Presa” lUrbe, Corradino valutò l'ipotesi di espugnare Viterbo e fare prigioniero il Papa, ma desistette, seguendo così l'esempio di suo nonno Federico, più volte trovatosi di fronte al dilemma se far cessare l'odio curiale mettendo in ceppi direttamente il Pontefice, ma sempre dissuaso dal compiere questo passo dalla facile previsione del disastro propagandistico che un'azione del genere avrebbe causato.

In ogni caso, tutti questi episodi impensierirono non poco la Curia papale, inizialmente assai scettica sulle possibilità di successo del giovane svevo; prova ne siano gli scritti di propaganda denigratoria del tempo, dove, per mettere all'erta i guelfi italiani, la Curia prende ad apostrofare Corradino come odioso basilisco, ultimo mostruoso parto della stirpe del drago. Sono i consueti toni apocalittici e di taccia di Anticristo, cui tutti gli Hohenstaufen, in primis il grande Federico II, dovettero sottostare. Anche lui, come tutti i suoi predecessori, fu scomunicato.

Incoraggiato dalle vittorie riportate in Toscana sugli Angioini dal suo sodale Federico duca d'Austria e da alcuni rilevanti successi marinari degli alleati pisani, che tra Calabria e Sicilia inflissero perdite ingenti alla flotta angioina, Corradino si illuse di aver facilmente ragione del nemico.

La sconfitta e la fine

Corradino si diresse quindi verso il sud e giunto alle porte del suo regno, ai Piani Palentini, tra Scurcola Marsicana e Albe, venne finalmente a contatto con le schiere di Carlo d'Angiò, il quale aveva lasciato l'assedio di Lucera. Qui ebbe luogo la tragica e fatale battaglia che poi Dante Alighieri ha reso nota col nome di battaglia di Tagliacozzo, il 23 agosto 1268. Corradino fu sconfitto dopo un'apparente vittoria iniziale: è documentato che un nobile di parte angioina abbia indossato in battaglia le vesti di Carlo, esponendone le insegne. Caduto questo combattente, i ghibellini ebbero l'illusione di aver ucciso l'odiato francese e di avere in pugno la vittoria. Si lanciarono così all'inseguimento dei guelfi in apparente rotta, per essere poi travolti dalla carica di 800 cavalieri di parte angioina, fino ad allora tenuti in riserva. Lo schieramento ghibellino non resse il colpo e si disperse, subendo la strage.

Corradino si dette alla fuga, dirigendosi verso Roma. La città che poco tempo prima lo aveva trionfalmente accolto, si dimostrò ora ostile allo sconfitto. D'altronde, l'ira di Carlo verso i romani, ritenuti traditori per l'appoggio dato al giovane rampollo degli Hohenstaufen, fu terribile, come atrocemente sperimentarono i cittadini romani fatti prigionieri a Scurcola. Essi, infatti, furono barbaramente massacrati con inumani supplizi. Forse la statua di Arnolfo di Cambio, che raffigura Carlo d'Angiò in trono con un'espressione torva, dovette avere anche la funzione di monito al popolo romano sul prezzo dell'infedeltàQuesta statua, oggi nei Musei Capitolini, venne posta nella basilica di Santa Maria in Aracoeli sul Campidoglio, lo stesso Campidoglio che non molto tempo prima aveva ospitato il Carroccio della Lega Lombarda, catturato da Federico a Cortenuova e inviato a Roma a riedizione dei trionfi degli antichi imperatori.. Il viatico di questi eventi non favorì la solidarietà dei romani verso il fuggiasco Corradino. Lo svevo e i suoi risolsero che sarebbe stato più prudente lasciare Roma per lidi più sicuri. Raggiunta con i suoi compagni Torre Astura, località del litorale laziale nei pressi di Nettuno, Corradino tentò di prendere il mare, probabilmente diretto verso la fedelissima Pisa. Fu invece tradito da Giovanni Frangipane, della prestigiosa omonima famiglia, signore del luogo, e consegnato a Carlo d'Angiò, che lo fece imprigionare a Napoli a Castel dell'Ovo. Processato e condannato a morte, fu decapitato a Campo Moricino (l'attuale piazza del Mercato di Napoli), il 29 ottobre 1268.

Carlo, implacabile nella decisione di giustiziare Corradino, ma temendo di alienarsi, con l'uccisione di un fanciullo, la fedeltà delle popolazioni conquistate (anche perché era ovvio che Corradino era incolpevole del crimine di majestas - cioè di infedeltà all'usurpatore francese - di cui era assurdamente imputato), volle giustificarsi con la difesa dei diritti della Chiesa, la cui autorità Corradino avrebbe minacciato; da ciò nacque la celebre frase attribuita a Clemente IV: Mors Corradini, vita Caroli. Vita Corradini, mors Caroli ("La morte di Corradino è la vita di Carlo. La vita di Corradino è la morte di Carlo"). Non ci sono documenti in cui il Papa, che invece più volte aveva rimproverato a Carlo la sua crudeltà e la durezza dei suoi metodi coi quali avrebbe perso il favore del popolo, abbia detto ciò; ci è pervenuta però una lettera di Carlo al Papa in cui gli dice che Corradino ha meritato la fine che spetta ai "persecutori della Chiesa".

I resti di Corradino e degli altri giustiziati, come era stato per lo zio Manfredi, non ebbero sepoltura; furono trascinati verso il mare, che dista pochi passi dal luogo del supplizio, e abbandonati, ricoperti solo parzialmente con sassi dal popolo impietosito. La salma fu recuperata e tumulata in una tomba solo con l'intervento della madre.

Testimonianze

Sul luogo dove avvenne l'esecuzione fu edificata una chiesa, l'attuale Santa Croce e Purgatorio al Mercato, dove si trova una delle testimonianze più suggestive del triste avvenimento. Si tratta di una colonna commemorativa in porfido che reca incisa questa frase:

È invece nella vicina chiesa di Santa Maria del Carmine che sono sepolte le spoglie di Corradino, per decisione della madre: qui è visibile il monumento funebre dello sventurato principe, fatto erigere, secoli dopo, da Massimiliano II di Baviera e disegnato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen. La lastra frontale del basamento su cui poggia la statua di Corradino reca incisa la dedica del duca di Baviera, che definisce il giovane re “l'ultimo degli Hohenstaufen”. Anche se ciò cronologicamente non è vero - lo zio Enzo, figlio di Federico II, sopravvisse a Corradino, sia pure per veder consumata inutilmente la propria vita nella perpetua prigionia bolognese – è certamente vero sul piano storico: in campo Moricino si consuma l'ultimo atto significativo della stirpe del Barbarossa e dello Stupor MundiAncor oggi a Napoli il ricordo dell'evento di Campo Moricino è (relativamente) vivo tra la gente, anche per le altre "celebri" esecuzioni che da Corradino in poi lì ebbero luogo..

Nella chiesa, in virtù del lascito della madre, vanamente accorsa a Napoli per riscattarlo, vien detta annualmente una messa in suffragio di Corradino di Svevia.

Dopo l'8 settembre 1943, i monaci del Carmine dovettero occultarne le spoglie di cui Hitler aveva disposto il "ritorno" in Germania.

Ancora un'altra chiesa reca un'interessante testimonianza della vicenda di Corradino, vista, per così dire, dalla parte opposta: è l'abbazia di Santa Maria della Vittoria a Scurcola Marsicana, della quale rimangono solo ruderi. La chiesa oggi dedicata alla vittoria di Tagliacozzo, incastonata nella rocca Orsini, alla sommità del borgo di Scurcola, non è la chiesa originariamente fatta costruire da Carlo d'Angiò, per esaudire il voto fatto in caso di vittoria, ma fu ricostruita in epoca più tarda. Qui è custodita la Madonna della Vittoria, statua lignea francese del sec. XIIIForse in questa statua va trovata l'origine della felicissima scuola abruzzese specializzata nella produzione di pregevoli Madonne, e in generale sculture, lignee., donata dall'Angiò all'originaria abbazia e che una leggenda vuole realizzata personalmente dal re di Francia Luigi IX (San Luigi), fratello di Carlo. Dalla rocca Orsini lo sguardo spazia sui Piani Palentini, luogo della battaglia.

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Corradino tra storia e leggenda