Il grande crollo è la versione italiana del libro The Great Crash, scritto da John Kenneth Galbraith, pubblicato per la prima volta dalla casa editrice Houghton Mifflin di Boston, nel 1954. Tratta la crisi finanziaria ed economica che si verificò nel 1929 ed è stato ininterrottamente ripubblicato a causa dell'interesse che ha sempre suscitato nella popolazione ogni volta che si manifesta sul mercato finanziario un episodio speculativo con il conseguente tracollo.

Introduzione John Kenneth Galbraith ne “Il grande crollo” analizza le dinamiche socio-economiche della crisi del '29, riportando minuziosamente una cronaca giornaliera degli avvenimenti salienti con la descrizione ed il commento del punto di vista di vari economisti dell'epoca.

L'autore non si prefigge l'obiettivo di predire il futuro, ma osserva soltanto ciò che il passato ha mostrato in maniera così evidente, ed infatti afferma che “...lo stesso fenomeno si è verificato più volte dal 1637, quando alcuni speculatori danesi intravidero nei bulbi di tulipani la loro magica ascesa verso la ricchezza, e dal 1720 quando John Law e la sua ricerca dell'oro, a quei tempi non ancora scoperto, in Louisiana tramutarono i sogni di ricchezza dei parigini in improvvisa povertà.”..

La tesi dell'autore è la seguente: il boom nasce in Borsa e si sviluppa mantenendo sempre qualche relazione con la realtà delle imprese, cioè con le loro esigenze finanziarie, i loro profitti e i loro dividendi. Se questa relazione si mantiene, il boom si sviluppa e va avanti in modo fisiologico, ma se il mercato perde contatto con la realtà del sistema economico e, ancora peggio, con le imprese, si verifica l'entrata di chi vuol godere dell'aumento dei prezzi dei titoli. Questo momento si chiama speculazione.

Nei processi finanziari questa parola non sempre ha un'accezione negativa, infatti se fosse accompagnata dal risparmio, il ciclo economico procederebbe senza problemi; ma se gli operatori per correre dietro a questo “treno in corsa” utilizzano prestiti bancari, questo meccanismo si tramuta in ciò che è più noto come “bolla speculativa”, destinata ad esplodere sotto una qualsiasi pressione. Scoppiata la bolla è l'emozione a dominare, così la valanga delle vendite fa precipitare il mercato.

Gli anni precedenti alla crisi Nei primi capitoli del libro viene descritta la situazione americana dei primi anni '20 e la loro incidenza sulla crisi del '29.

La popolazione statunitense e soprattutto i contadini erano scontenti delle proprie condizioni economiche dopo che la depressione del 20-21 aveva ridotto bruscamente i prezzi agricoli pur mantenendo elevati i costi.

Nonostante ciò, la vittoria della Guerra e il successivo ritorno al Gold Exchange Standard collocarono gli U.S.A. al vertice del potere finanziario divenendo i principali esportatori di capitali verso l'estero per aiutare l'Europa a risollevarsi dalla fine del conflitto. Inoltre la Germania doveva pagare i debiti di riparazione e questo comportò un notevole spostamento di oro dalle casse tedesche a quelle americane. Le banche centrali in quel periodo non detenevano solo riserve auree, ma anche riserve in dollari americani.

Gli anni venti negli Stati Uniti sono quindi anni di prosperità economica e di prospettiva: la produzione e l'occupazione erano in aumento e ad elevati livelli, i salari non crescevano, ma i prezzi rimanevano stabili.

Fra il 1925 e il 1929 “il numero delle aziende manifatturiere aumentò da 183.900 a 206.700; il valore della loro produzione salì da 60 a 68 miliardi di dollari.”.. Gli utili delle aziende crescevano rapidamente. A tutto ciò si accompagnava il desiderio del popolo americano di arricchirsi senza fatica, questo si risolse in uno dei più grossi boom immobiliari scoppiato a metà degli anni venti in Florida, a Miami Beach; sono di quel periodo l'arrivo di figure quali il truffatore bostoniano di origini italiane Charles Ponzi il quale nella corsa alla lottizzazione del territorio riuscì “a ricavare 23 lotti per ogni acro” (4000 m²). – Ponzi comprava terreni a 16 dollari per acro, suddivideva ogni acro in ventitré lotti e vendeva ciascun lotto a 10 dollari, promettendo agli acquirenti rendimenti favolosi (prometteva di trasformare i loro 10 dollari in più di 5 milioni in soli due anni).

Il valore dei terreni iniziò a salire bruscamente offrendo grandi possibilità speculative, le operazioni bancarie a Miami salirono nel 1925 a 1.066.528.000; c'erano tutti gli ingredienti della bolla speculativa ma per fortuna (se così si può dire) nell'autunno del 1926 ci fu un uragano che colpì le regioni interessate, comportando quindi un notevole rallentamento del processo in atto, appunto come afferma l'autore “... l'uragano aveva provocato un salutare attimo di tregua del boom, ...”..

Il boom della Florida fu un primo segnale dello stato d'animo degli anni '20, da notare come tale sentimento sopravvisse nei cittadini americani anche dopo tale episodio.

La crisi del ‘29 Il mercato azionario americano, a partire dal 1927, cominciò ad aumentare; la causa è riconducibile per molti alla politica economica attuata dal presidente degli U.S.A. Calvin Coolidge, il quale acconsentì alle richieste degli stati europei, l'oro affluì negli U.S.A. e i fondi resi disponibili dalla Riserva Federale furono investiti in azioni ordinarie o utilizzati per finanziare i privati nella compravendita di azioni ordinarie sul mercato, da allora in poi la situazione divenne fuori controllo.

Con l'inizio del 1928 il boom cambiò natura, in quanto la popolazione cercava di non vedere la realtà delle cose ma di trovare pretesti per evadere verso un nuovo mondo di fantasia: in inverno il mercato che era rimasto calmo, improvvisamente cominciò a salire in modo irregolare, a grandi balzi.

Galbraith, come esempio, riporta l'andamento del corso delle azioni della Radio (Corporation of America) la quale “il 12 marzo guadagnò 18 punti. Il giorno dopo aprì a 22 sopra la chiusura precedente. Poi perse 20 punti all'annuncio che il comitato di borsa stava indagando sull'andamento delle contrattazioni, guadagnò 15 punti e ne perse ancora 9. Qualche giorno dopo registrò un altro incremento di 18 punti.”..

Il boom di marzo vide all'azione gli operatori più importanti quali John J. Raskob (membro del C.d.A. di General Motor) e William Crapo Durant (altro grande imprenditore dell'industria automobilistica), capaci come altri di movimentare il mercato solo con le dichiarazioni rilasciate alla stampa.

A partire dal giugno dello stesso anno Wall Street ripiegò leggermente verso il basso, il 12 giugno fu un giorno di notevoli perdite: 5.052.790 azioni cambiarono di mano.

In luglio ci fu un lento incremento delle contrattazioni, che sfociò in agosto in una forte ripresa.

Scampata la paura, molti tra i più noti economisti del periodo (tra i quali Irving Fisher), dichiararono che la prosperità sarebbe continuata; l'autore afferma che questa è la formula magica che tali menti intendono utilizzare affinché, qualora non ci siano comunque le condizioni idonee, la crescita del mercato continui il suo trend positivo.

Riparte così il meccanismo iniziato nel '27, definito nelle pagine del libro come ingegnoso e quasi grazioso: il volume dei prestiti erogati agli operatori di borsa era aumentato in maniera esponenziale negli ultimi anni, se nel '26 ammontava 2.500.000.000 di dollari, il 1º giugno del 1928 esso toccava quota 4.000.000.000, il 1º novembre 5.000.000.000 e alla fine dell'anno 6.000.000.000.

I tassi su questi prestiti già al 5%, continuarono a salire e raggiunsero il 12%, per le banche questa fu l'occasione di compiere una formidabile operazione di arbitraggio; esse infatti potevano chiedere a prestito dalla Riserva denaro al 5% e impiegarlo nella concessione dei finanziamenti per la compravendita titoli al 12%.

Bisogna fare qualcosa?. Il nuovo presidente degli U.S.A. Herbert Hoover, nutriva intenzioni ostili nei confronti della Borsa. Nel febbraio del '29 il Consiglio dei Governatori della Riserva respinse la richiesta di aumento del tasso sul risconto fatta dalla Banca della Riserva Federale di New York giudicandola priva di senso. Un semplice aumento degli scarti di garanzia avrebbe sicuramente frenato la febbre speculativa, poiché molti clienti non disponevano di molti contanti per operare in borsa e già allora (scarto = 45-50%) erano al limite delle loro possibilità. Non fu fatto niente, il boom continuò. “Le conseguenze di un'azione coronata da successo apparivano quasi altrettanto tremende delle conseguenze dell'inazione, e potevano persino essere più spiacevoli per chi conduceva l'azione. È facile far scoppiare una bolla di sapone. Ma inciderla con un ago in modo che decresca gradualmente è un'impresa abbastanza delicata.”..

I titoli industriali guadagnarono 30 punti in gennaio e le contrattazioni raggiunsero a Wall Street il traguardo di 5.000.000.

In febbraio e marzo vi furono alcuni ribassi e le continue riunioni del Consiglio della Riserva scatenarono un piccolo panico negli investitori i quali cominciarono a vendere, tanto che molti credettero che fosse giunta la fine.

Scesero allora in campo con dichiarazioni mirate gli economisti più importanti dell'epoca, in particolare Charles E. Mitchell, capo della National City Bank, il quale dichiarò che sussisteva la necessità di aumentare i tassi di riporto e controllare la super-speculazione (egli era favorevole al boom). Ciò venne fatto dalla Riserva agli inizi dell'estate, ma il mercato si infiacchì soltanto per un giorno.

Un altro fattore importante della crisi del '29 fu sicuramente l'operato sul mercato degli Investment Trust, nati su proposta di Raskob per incrementare la ricchezza anche tra i più poveri, queste società dovevano acquistare titoli ed emettere obbligazioni e azioni privilegiate sfruttando l'effetto leva, ci fu così una corsa precipitosa a patrocinare tali società, le quali a loro volta avrebbero patrocinato altri trust.

Nell'estate del '29 il mercato ormai dominava anche la cultura. La politica del laissez faire messa in atto negli U.S.A. contribuì a far nascere nella popolazione l'idea che il mercato fosse diventato lo strumento personale di uomini misteriosi ma onnipotenti, ed ecco che proprio nell'estate si concentrarono le operazioni concordate fra più società mirate a far salire determinati titoli senza che si verificassero “sgambetti” tra gli aderenti.

Il 3 settembre alla borsa di New York finì la grande corsa al rialzo e si vendettero 4.438.910 di azioni. Immediatamente ci furono interventi dei più importanti economisti dell'epoca tra cui il professor Irving Fisher, il quale fece notare che i dividendi delle società stavano aumentando e che quindi il tracollo non si sarebbe verificato.

Per tutta la settimana successiva il mercato ebbe un andamento negativo ma la fiducia non si disintegrò anche perché alle giornate negative si alternavano giornate positive.

Durante tutto settembre i prestiti agli operatori di borsa aumentarono di circa 670 milioni di dollari e molti fautori del boom cercavano di tranquillizzare tutti sulla solidità dell'economia americana evitando accuratamente di alimentare il panico tra gli investitori.

Nel mese di ottobre si verificarono i seguenti fatti salienti: Il 19 ottobre si iniziò a parlare di “sostegno organizzato”, ovvero di quelle attività che gli uomini influenti e potenti dovevano mettere in atto al fine di sostenere i titoli di Wall Street; infatti gli industriali in quella giornata persero in media 7 punti a testa e 3.488.100 azioni cambiarono di mano; Il 21 ottobre le azioni vendute ammontarono a 6.091.780 con la conseguenza che a questo punto nessuno sapeva più cosa stesse succedendo. Fisher intanto continuava a propagandare che la ripresa era alle porte. Il 23 ottobre molti speculatori decisero di “tirarsi fuori”, ci furono infatti gravi perdite e nell'ultima ora di mercato si cambiarono 2.600.000 azioni a prezzi in ribasso.