Biografia
Nato al tramonto del Seicento e morto poco oltre la metà del Settecento a Firenze, Giovanni Domenico Ferretti (o Giandomenico) fu uno dei più importanti pittori, sia d'affresco che su tela, del rococò toscano, suo padre Antonio, originario di Imola era orafo e la madre Margherita Gori proveniva da una famiglia molto in vista a Firenze, il cui rappresentante più famoso era Anton Francesco Gori, erudito di fama europea, anche per i suoi studi approfonditi sulla civiltà etrusca e cugino del pittore.
Secondo soltanto al contemporaneo Giovanni Camillo Sagrestani, Ferretti ebbe la buona ventura di incontrare nella sua strada un maestro di grande calibro come il bolognese Giuseppe Maria Crespi che apportò alla scuola classicista toscana la grande tradizione emiliano-padana che in Ferretti si fusero per intraprendere una carriera pittorica di grande originalità, supportata anche da altri artisti presso i quali lavorò sia a Firenze, presso Tommaso Redi e Sebastiano Galeotti che a Bologna nella bottega di Felice Torelli e la moglie Lucia Casalini ambedue pittori.
In Toscana
Quando Ferretti nacque, nel 1692, il tardo barocco ancora dominava in Italia e Mattia Preti era il più famoso frescante dell'epoca.
Con l'arrivo di Sebastiano Ricci e con i suoi affreschi per Palazzo Marucelli Fenzi, siamo nel primo decennio del Settecento, Firenze improvvisamente scopre la pittura rococò veneziana con i suoi cieli trasparenti e i colori brillanti; colori che a Firenze non si vedevano più dai tempi di Pietro da Cortona nella sua opera più importante e imponente lasciata nel capoluogo toscano all'inizio del XVII secolo: gli affreschi nelle stanze di Palazzo Pitti residenza del Granduca di Toscana.
In questo periodo la decadenza della pittura toscana è al suo massimo storico, le grandi opere commissionate dalla corte medicea sono in mano a pittori stranieri, come gli affreschi per Palazzo Medici del napoletano Luca Giordano, quelli di Palazzo Pitti di Pietro da Cortona, toscano di origine ma romano d'adozione e di formazione pittorica, e quelli di Palazzo Marucelli, come abbiamo già detto, del veneziano Sebastiano Ricci.
Se da un lato l'arrivo di stranieri fu un brutto colpo per i pittori toscani d'altro lato questa frequentazione permise la circolazione di nuove idee e nuove forme di pittura più vicine al clima internazionale.
Questo influenzò non poco la pittura toscana la quale però non riuscirà più ad esprimere un pittore di calibro europeo come era avvenuto nella stagione del Rinascimento e manierismo.
In Emilia
Ferretti, data l'origine emiliana della famiglia paterna, iniziò, nel 1708 i suoi primi studi presso un oscuro pittore imolese: Francesco Chiusuri e come sua prima commissione importante, in questa città, fu chiamato a decorare il Duomo (1720) e le Storie della vita di San Domenico per il convento omonimo, perciò quando Ferretti iniziò ad imporsi anche in ambiente fiorentino fu detto l'Imolese o L'Imola pur se nato a Firenze.
Dato che il suo primo mecenate, il cardinale bolognese Ulisse Giuseppe Gozzadini, era divenuto arcivescovo di Imola, Ferretti lo seguì e continuò la sua carriera in ambiente emiliano assorbendo la maniera dei grandi pittori del Seicento dei Carracci, Guercino, Domenichino, Guido Reni e Francesco Albani, ma anche la pittura di genere popolareggiante come quella del Crespi, del quale fu diretto allievo, con i suoi paesaggi e gli interni oscuri ancora legati alla tradizione emiliano-lombarda del cinque e seicento di Moroni e Caravaggio si ritrovano nel giovanissimo Ferretti nelle tele dipinte per il convento di San Domenico a Imola.
Trasferitosi a Bologna nel 1714 lavorò nell'ambiente di Giovanni Gioseffo dal Sole e con il suo allievo Felice Torelli con i quali affrescò palazzi bolognesi, compreso quello del Gozzadini, ma queste opere giovanili non sono rintracciabili o attribuite ad altri pittori.
Ferretti rimase a Bologna per 5 anni anche se continuò a tornare a in Toscana dato che, sia gli affreschi della Villa La Magia di Quarrata, che l'affresco del soffitto della Chiesa di Santa Chiara di Firenze sono datati 1715, dopo che la chiesa è stata sconsacrata ed adibita ad altra funzione quest'ultimo affresco è oggi ormai irrimediabilmente perduto, o quasi.
Ritorno a Firenze
Tornato a Firenze nel 1719 con una lettera di raccomandazioni del cardinale Gozzadini per l'allora Granduca Cosimo III de' Medici, Giandomenico Ferretti iniziò la sua carriera in Toscana come frescante, forse l'ultimo fiorentino di un certo calibro insieme a Vincenzo Meucci suo amico e rivale ed anche lui discepolo a Bologna di Gioseffo del Sole, ebbe numerose richieste per affrescare oratori e chiese minori.
Molte di queste chiese ebbero una pessima fortuna e furono soppresse, con gli affreschi di Ferretti, al tempo del riformista Granduca Pietro Leopoldo di Lorena nella seconda metà del Settecento.
Dopo gli affreschi per le chiese minori, Ferretti fu anche chiamato a decorare grandi complessi storici, fu anche impiegato nell'Arazzeria Medicea ma, entrato in competizione col Sagrestani, abbandonò presto questa attività.
Gli affreschi del coro per la Badia Fiorentina del 1734 sono uno dei momenti migliori del giovane Ferretti, ma altre sue opere furono richieste da chiese importanti di Firenze come la decorazione della Cappella Vespucci in Ognissanti (1721), dell'Oratorio di San Niccolò del Ceppo (1733-34), l'altare e la cupola di San Salvatore al Vescovato (1738), la cappella di San Giuseppe nel Duomo di Firenze (1741) e la decorazione della Chiesa di Sant'Angelo a Legnaia (1759). Nel 1737, prima degli affreschi della cupola di San Salvatore, Ferretti fu chiamato ad affrescare il convento di San Domenico al Maglio (oggi sede della Scuola di Sanità Militare) in collaborazione con Vincenzo Meucci e Mauro Soderini, trasformando così l'ex convento in una vetrina dei migliori frescanti fiorentini del XVIII secolo.
Ma il suo impegno più importante fu la decorazione del soffitto e varie cappelle della chiesa di Santa Maria del Carmine alla quale lavorò dal 1755 sino alla sua morte nel 1768.
La chiesa del Carmine era, dal punto di vista pittorico, uno dei gioielli di Firenze. Questa chiesa conteneva infatti il ciclo degli affreschi della Cappella Brancacci dipinta alla fine del Quattrocento da Masolino da Panicale ma soprattutto dal suo allievo Masaccio che la trasformò nel manifesto della pittura rinascimentale e affascinò e ispirò i grandi pittori dei secoli successivi.
Ferretti lavorò fianco a fianco con uno dei pilastri della pittura italiana ed europea, ma nella notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1771, tre anni dopo la sua morte, un violento incendio distrusse quasi completamente la chiesa del Carmine; gli affreschi di Masaccio si salvarono, ma quelli del più modesto Ferretti andarono completamente distrutti insieme al soffitto della chiesa.
Pittura mitologica
Ferretti lavorò spesso anche fuori Firenze, in maniera particolare per la decorazione di palazzi delle nobili famiglie toscane, qui si ritrova un altro aspetto della sua pittura cioè quella di genere mitologico, molto diffusa durante il Settecento grazie soprattutto al grande maestro veneziano, suo contemporaneo, Giovanni Battista Tiepolo.
Tiepolo si confrontò con i grandi esempi di pittura mitologica della sua città, da Veronese a Sebastiano Ricci, poi la sua grande tecnica ed inventiva lo portò anche fuori dall'Italia per decorare grandi cicli: presso il Residenz di Würzburg e il Palazzo reale di Madrid.
Ferretti invece decorò fra gli altri: Palazzo Taddei, Palazzo Roffia, Palazzo Ginori, Palazzo Rucellai e Palazzo Panciatichi a Firenze, Palazzo Amati Cellesi a Pistoia, Palazzo Sansedoni a Siena e Villa Flori a Pescia ispirandosi piuttosto alla lezione lasciata da Luca Giordano nel fiorentino Palazzo Medici alla fine del Seicento sostituendo però il colore intenso e violento del pittore tardo barocco con più moderne tinte pastello settecentesche. Al clima drammatico di Luca Giordano, Ferretti contrappose uno stile più lezioso, sfumato e trasparente come si richiedeva ad un pittore del rococò italiano.
Molto importante in questa attività di Ferretti fu l'apporto (cosa non rara nel Seicento-Settecento) di due quadraturisti molto famosi come Lorenzo del Moro e Pietro Anderlini, che resero più scenografici il grandi cicli di affreschi per i palazzi nobiliari, ma anche per l'imponente soffitto della cupola del coro della Badia Fiorentina.
Pittura di genere
Molto diffusa nel Settecento presso gli stati italiani, la pittura di genere ispirò al Ferretti maturo (negli anni 1750), parallelamente ai temi della pittura sacra e mitologica fino ad allora a lui commissionati per chiese e palazzi nobiliari, una serie di tele di genere teatrale con protagonista il personaggio della commedia dell'arte più famoso: Arlecchino.
In questa numerosa serie di tele si sente, più che altrove, l'influenza della scuola emiliana e di Giuseppe Maria Crespi in maniera particolare. Dal Crespi, Ferretti eredita più che altro il gusto per le atmosfere oscure, un po' tardo caravaggesche, ma al contempo introduce anche i colori brillanti del rococò, che mettono in primo piano i personaggi svincolandoli dallo sfondo, più come se fossero colpiti da una innaturale luce di scena piuttosto che da quella di una finestra o di una lampada ad olio così come richiedeva la tradizione della pittura di genere.
Il genere popolare era ormai da più di un secolo che si era imposto nella pittura, anche se gli olandesi lo avevano introdotto sin dalla fine del Quattrocento (come si vede, ad esempio, nelle opere di Pieter Bruegel il Vecchio). Sempre olandesi e fiamminghi erano poi i maestri delle scene di caccia, le nature morte e la pittura di genere; queste tipologie vennero accolte con gran favore nell'Italia del Seicento tanto che alcuni di questi pittori vi si trasferirono definitivamente come per esempio Pieter van Laer detto "il Bamboccio" che a Roma dette vita ad una vera e propria scuola detta Scuola dei bamboccianti e che ci ha lasciato molti quadri con mendicanti fra le rovine classiche, ma anche Giusto Utens che dipinse le ville medicee del contado fiorentino con scenette di caccia e gli svaghi dei nobili cortigiani in campagna.
Alla fine del Cinquecento anche il bolognese Annibale Carracci sperimentò questo genere pittorico e nacquero dei piccoli capolavori come Il mangiafagioli o La bottega del macellaio. Questi quadri aprirono la strada ai caravaggeschi che, sempre più spesso, preferivano alle pale d'altare delle scene popolareggianti ambientate nelle osterie romane con soldati, ubriaconi, giocatori di carte e zingare indovine.
Nel Settecento questa pittura di genere si era ormai affermata in tutta la penisola, ma un genere particolare, quello teatrale, ebbe un suo sviluppo autonomo. Intanto nasceva come testimonianza delle messinscena del suo tempo, ma poi, con l'inserimento dei personaggi mascherati della Commedia dell'Arte all'interno di situazioni non sempre consone alla commedia – stiamo pensando ai personaggi teatrali di Antoine Watteau – le maschere teatrali diventano presenze non più sceniche ma un elemento metaforico o giocoso all'interno di scenette per lo più arcadiche. Gilles il quadro più conosciuto di Watteau dedicato ad un personaggio della commedia, emerge in primo piano tra le siepi di un giardino non più come il ritratto di un Pierrot, ma come l'essenza malinconica del pagliaccio bianco innamorato, forse la metafora dell'amore non corrisposto.
Le tele di Ferretti sono divise in varie serie, per lo più omogenee in quanto a soggetti e dimensioni, per le quali si può riconoscere una commissione unica rivolta ad un unico compratore ma poi, dato il successo che verosimilmente ebbero al tempo, furono replicate anche in altri formati e con tecniche pittoriche anche differenziate.