Arciprete di Sondrio, morì mentre veniva interrogato e sottoposto a tortura da parte di un tribunale popolare controllato da una fazione di radicali antispagnoli protestanti. È venerato come beato dalla Chiesa cattolica, nella diocesi di Como e nella diocesi di Lugano.
Biografia Famiglia di origine
Nicolò Rusca nacque il 20 aprile 1563 a Bedano, vicino a Lugano, territorio politicamente soggetto ai Cantoni svizzeri, ma al tempo ecclesiasticamente appartenente alla diocesi di Como. originaria di Como; il padre, Giovanni Antonio, era notaio e la madre, Daria, proveniva dalla famiglia Quadrio di Tesserete.
Oltre a Nicolò, primogenito, i coniugi Rusca ebbero quattro figli, tra cui altri due preti: Bartolomeo, che affiancherà il fratello come coadiutore nell'arcipretura di Sondrio, passando successivamente, come parroco, alla vicina chiesa di Montagna, e Luigi, già coadiutore e successore di Nicolò come parroco di Sessa e Monteggio. L'unica figlia, Margherita, entrerà come monaca nel monastero benedettino di San Lorenzo di Sondrio, mentre all'ultimo dei figli maschi, Cristoforo, toccherà di continuare la discendenza Rusca, annoverando a sua volta nella propria famiglia due figli preti, Giovanni Antonio, parroco di Sessa Monteggio dal 1638, e Carlo, parroco di Chiesa in Valmalenco dal 1632 al 1656.
Studi e formazione al ministero pastorale
Il giovane Nicolò apprese i primi rudimenti della lingua latina sotto la guida del parroco di Comano, Domenico Tarilli, per passare poi a Roma, dove un parente era stato al servizio del cardinale Alessandro Farnese. Dopo un semestre di studio presso i Gesuiti, per mancanza di posti Nicolò trovò sistemazione presso il Collegio Elvetico, istituito a Milano dall'arcivescovo Carlo Borromeo. A Milano poté seguire, per sette anni, un regolare curriculum di studi, segnalandosi per virtù, pietà ed erudizione. Fu, infine, ammesso agli ordini sacri, giungendo, nel 1587, all'ordinazione presbiterale. Dal punto di vista accademico, Nicolò coronerà i propri studi qualche anno più tardi, nel 1591, presso l'Università degli Studi di Pavia, con il conseguimento del dottorato in teologia.
Dopo un primo mandato pastorale svolto dal giovane presbitero per un paio di anni come parroco di Sessa Monteggio, nel 1590 Nicolò Rusca fu eletto arciprete di Sondrio, e tale sarebbe rimasto fino alla morte.
Situazione politico-religiosa di Sondrio e della Valtellina nella prima metà del XVII secolo
Nei secoli XVI e XVII Sondrio era un modesto borgo, uno dei centri geografici ed amministrativi della Valtellina dopo le più importanti Tirano e Morbegno. Dal 1512 la Valtellina era soggetta allo Stato delle Tre Leghe (l'attuale Canton Grigioni, che a quel tempo era alleato della Confederazione Elvetica pur non essendone ancora uno Stato membro).
Tra il 1526 e il 1527, a seguito di una pubblica disputa tra cattolici e riformati, tenutasi a Ilanz (capoluogo della Lega Grigia), e dell'abolizione della celebrazione della messa decretata dal consiglio della città di Coira (capoluogo della Lega Caddea), circa la metà dei comuni grigioni passarono progressivamente alla Riforma protestante.
In quell'occasione, era stato emanato anche un editto di tolleranza (Toleranzedict), con il quale si riconosceva la facoltà di praticare, all'interno del territorio delle Tre Leghe, la confessione cattolica accanto a quella riformata.
L'applicazione di tale principio, tuttavia, si profilò fin dall'inizio alquanto complessa nei territori soggetti (la Valtellina, appunto, con i contadi di Chiavenna e di Bormio). In questi territori, la presenza di cristiani evangelici era connessa soprattutto con l'emigrazione dall'Italia di molti esuli perseguitati per la loro adesione - dichiarata o sospettata - alla Riforma, e per questo ricercati dall'Inquisizione. Si trattava, in genere, di personaggi di elevato livello culturale, spesso provenienti da ambienti umanistici. Per costoro, le valli dell'Adda e della Mera costituivano un rifugio ideale, in quanto non appartenevano a Stati della penisola italiana, erano soggette ad un regime di parziale tolleranza religiosa, e tuttavia erano territori di lingua e di cultura italiane. Nonostante l'impegno profuso nella predicazione e nella diffusione della Riforma da parte di personaggi anche degni di nota dal punto di vista culturale - tra questi Pier Paolo Vergerio, già vescovo di Capodistria - buona parte della popolazione di Valtellina, Chiavenna e Bormio si era dimostrata impermeabile al protestantesimo, spesso visto come una "novità" estranea alle tradizioni locali. Ciò non impedì, tuttavia, il costituirsi di alcune Chiese evangeliche in Valtellina (fino al 1620 nel "Terziere di mezzo" della Valtellina erano presenti tredici comunità abbastanza numerose, che a loro volta si suddividevano in molti gruppi locali disseminati nelle frazioni), oltre ad alcune Chiese riformate nella valle della Mera, tra cui quella, assai numerosa e vivace, del capoluogo Chiavenna.
Le singole comunità civili locali, in quanto suddite delle Tre Leghe, erano vincolate dai deliberati dell'annuale dieta federale e pertanto non potevano decidere in merito all'una o all'altra confessione. La legislazione retica in campo religioso, sia perché condizionata dalla forte componente riformata, sia perché preoccupata di tutelare la minoranza protestante nei territori soggetti, finì per sbilanciarsi a favore degli evangelici riformati presenti in Valtellina e Valchiavenna, e quindi a danno della popolazione locale cattolica. In particolare con i deliberati del 1557-1558 si impose alle comunità locali l'obbligo di lasciare ai riformati una delle chiese dove ve ne fosse più di una (o che cattolici e riformati facessero uso comune della chiesa quando questa fosse l'unico luogo di culto), nonché di mantenere i pastori riformati esattamente come i parroci cattolici, talora dirottando a questo scopo le entrate provenienti da benefici ecclesiastici già esistenti.
Le disposizioni della Repubblica delle Tre Leghe, inoltre, comprendevano anche alcune norme restrittive della giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Como e circa la presenza di Ordini religiosi nel territorio valtellinese. Questi provvedimenti finirono per suscitare reazioni da parte della componente cattolica della popolazione, che tra l'altro rimaneva nettamente maggioritaria.
La situazione dei cattolici valtellinesi e chiavennaschi costituiva motivo di preoccupazione per i vescovi di Como, in particolare con l'avvento di presuli che cominciarono ad applicare i principi della Controriforma scaturiti dal Concilio di Trento: Giovanni Antonio Volpi (a Como dal 1559 al 1588), Feliciano Ninguarda (1588-1595) e Filippo Archinti (1595-1621). Lo stesso Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano insignito anche del titolo di "protector Helvetiae" dalla Chiesa cattolica, aveva avuto fortemente a cuore la situazione della Valtellina, seguendone la situazione attraverso suoi fiduciari e visitandola, sia pure velocemente, nel 1580.
Arciprete a Sondrio
Durante il XVI secolo la parrocchia di Sondrio aveva visto succedersi alla sua guida arcipreti di contrapposte qualità: se alcuni si erano occupati ben poco della cura pastorale, non erano mancate neanche figure significative, quali i Pusterla, zio e nipote, che si erano prodigati per la comunità affidata alle loro cure. La situazione tuttavia "precipitò" nuovamente nel 1588 con l'arrivo di un certo Francesco Cattaneo (che sarebbe stato il predecessore del Rusca), del quale neppure si sapeva «se fosse prete o frate, ecclesiastico o laico»..
D'altro canto, proprio a Sondrio aveva sede la più numerosa chiesa di cristiani riformati, con diverse comunità tra le quali quella del borgo (con circa 250 membri di Chiesa), quelle di alcune frazioni montane, e la comunità della Valmalenco, a quel tempo ancora parte del comune e della parrocchia di Sondrio. Ai riformati erano state assegnate, a norma dei decreti del 1557, la chiesa dei Santi Nabore e Felice in Sondrio e quella di San Bartolomeo nella frazione di Mossini, oltre all'uso in comune con i cattolici delle chiese parrocchiali di Lanzada e di Chiesa in Valmalenco, sino a quando, in questi due centri montani, essi non riuscirono a costruire dei templi propri, rispettivamente nel 1578 e nel 1608.
La situazione locale era dunque assai delicata, e si sarebbe ulteriormente acuita con il complicarsi del quadro politico all'inizio del nuovo secolo. Un momento di forte tensione si creò in seguito al progetto dello Stato retico di aprire una scuola umanistica pluriconfessionale (almeno nelle intenzioni dichiarate dalle autorità pubbliche) proprio a Sondrio. L'iniziativa, che pure veniva presentata come di carattere puramente culturale, era comunque organizzata soltanto da ambienti riformati. La netta opposizione all'attuazione concreta di questo progetto da parte dell'arciprete Giovanni Giacomo Pusterla, aveva già provocato, nel 1584, una sollevazione popolare ed era costata al Pusterla alcuni mesi di carcere e la tortura; egli peraltro sfuggì a una possibile condanna a morte per tradimento, rifugiandosi presso Carlo Borromeo, di cui era da tempo fidato collaboratore.
Proprio per far fronte in modo efficace a una situazione delicata dal punto di vista religioso e politico, il vescovo di Como Feliciano Ninguarda – domenicano di grande esperienza come riformatore di conventi e diocesi negli oltre trent'anni passati in Paesi tedeschi -, dopo aver allontanato da Sondrio l'arciprete Francesco Cattaneo, si rivolse a Nicolò Rusca, il quale concorse per il beneficio dell'arcipretura di Sondrio e, aggiudicatoselo, poté iniziare il proprio ministero pastorale nel luglio del 1591. La comunità cattolica locale, che lo aveva accolto con grandi manifestazioni di stima, riponeva in lui grandi speranze.
In effetti, l'arciprete Rusca, nei quasi trent'anni di permanenza a Sondrio (1591-1618), svolse il proprio ministero con grande dedizione: la sua valida preparazione culturale gli dava la possibilità di dedicarsi con competenza a «continue prediche, dispute, decisioni di casi».Relazione di Nicolò Rusca per la visita pastorale di Filippo Archinti, 1614, in Alla frequente predicazione accompagnava anche l'insegnamento del catechismo con l'istituzione di una scuola della dottrina cristiana per i bambini, mentre per la formazione e il fervore religioso degli adulti aveva provveduto all'istituzione della Compagnia del Santissimo Sacramento.
Rusca non trascurò neanche la cura materiale degli edifici sacri, attuando una serie di interventi di restauro e di abbellimento della collegiata, che dotò di pulpito, organo, confessionali e nuove campane. Particolare attenzione ebbe l'arciprete Rusca nei confronti degli altri preti di Sondrio e della pieve: intrecciò buone relazioni con il clero locale, in un clima di intesa tale che poteva affermare: «quando ci troviamo insieme, havemo grandissima consolatione come se fossimo tutti figli de una istessa madre»..
Rusca fece crescere attorno a sé anche un gran numero di aspiranti al ministero presbiterale: egli era consapevole della difficile situazione locale e temeva che i Grigioni avrebbero posto ostacoli alla vita della Chiesa cattolico-romana locale, affermando persino che «in breve tempo mancherà la religione catolica, se non si provede diligentemente che sieno formati alunni idonei per detto carico, onde dipende la salute di tutte quelle anime».Cfr. il documento in Biblioteca Ambrosiana D 216 inff., ff. 40r-40v.
Il generoso impegno nel ministero pastorale a Sondrio procurò all'arciprete Rusca tale stima e fama nella popolazione del borgo e della valle, che venne più volte richiesto il suo intervento come arbitro in contese sia pubbliche sia private..
Difesa del cattolicesimo in Valtellina