Il Fanum Voltumnae era il principale santuario federale degli Etruschi, luogo di culto della divinità che le fonti latine chiamano Voltumna. Secondo Tito Livio vi si riunivano periodicamente i rappresentanti dei dodici popoli della lega etrusca per deliberare su questioni di interesse comune e per celebrare cerimonie religiose e giochi solenni.. Il termine latino fanum non designa un singolo tempio, ma un'area sacra nel suo insieme, comprendente edifici e spazi con funzioni distinte., con riferimento a Svetonio, Divus Iulius, 54.
Nessun autore antico ne indica l'ubicazione, ritenuta evidentemente nota ai lettori.; . Gli scavi condotti dal 2000 in località Campo della Fiera, alla base della rupe di Orvieto (l'etrusca Velzna, la Volsinii dei Romani), sotto la direzione di Simonetta Stopponi, hanno portato alla luce un vasto complesso santuariale che la letteratura scientifica identifica oggi in larga prevalenza con il Fanum Voltumnae.; ; ; ; .
Resta invece dibattuta la sorte del santuario dopo la conquista romana di Velzna (264 a.C.): una parte degli studiosi sostiene la piena continuità cultuale del sito fino al tardoantico, mentre altre posizioni ipotizzano uno iato o il trasferimento delle funzioni federali presso la rifondata Volsinii Novi (Bolsena).; ; .
La divinità Il teonimo latino Voltumna è il calco di una forma etrusca non attestata direttamente, ricostruita come *Velthum(e)na; la variante Veltune compare come didascalia accanto a una figura divina maschile, barbata e con lancia, sul celebre specchio inciso da Tuscania con scena di aruspicina.. Marco Terenzio Varrone definisce il dio deus Etruriae princeps,Varrone, De lingua latina, V, 46. espressione il cui significato è discusso: mentre parte della critica vi legge una preminenza nel pantheon etrusco, altri studiosi, come Gérard Capdeville, la intendono nel senso di primo dio etrusco introdotto a Roma, e Francesco Marcattili esclude a sua volta che indichi una superiorità gerarchica.; .
Il carattere maschile della divinità è oggi ritenuto pacifico negli studi: la confusione di genere, diffusa già nell'antichità e ripresa da parte della critica moderna, viene spiegata con la resa in latino dei nomi etruschi terminanti in -na, recepiti sia al maschile sia al femminile.. L'opinione oggi prevalente, sostenuta fra gli altri da Pettazzoni, Pfiffig, Roncalli e Cristofani, riconosce in Velthumna un epiteto di Tinia, il sommo dio etrusco, venerato nel territorio volsiniese nella sua valenza di divinità ctonia; Capdeville considera invece Tinia e Voltumna due divinità distinte.; ; , citato in Tamburini.
Le fonti latine identificano Voltumna con il dio romano Vortumnus/Vertumnus, la cui antica statua sorgeva nel vicus Tuscus a Roma. Secondo la ricostruzione di Giorgio Ferri i due culti avrebbero però origini distinte: Vortumno sarebbe una divinità latina, connessa al verbo vertere e non attestata epigraficamente in Etruria, la cui "etruscità" deriverebbe dalla collocazione della statua nel quartiere etrusco di Roma; l'identificazione con Voltumna si sarebbe fissata in occasione della probabile, ma non certa, evocatio compiuta dal console Marco Fulvio Flacco alla presa di Velzna.. Al dio evocato Flacco dedicò un tempio sull'Aventino, il cui dies natalis cadeva alle idi di agosto (13 agosto), stesso giorno del tempio di Diana aventinese: una coincidenza che accomuna le divinità tutelari delle due maggiori leghe dell'Italia centrale, quella etrusca e quella latina.; .
Le fonti antiche
Livio nomina espressamente il fanum Voltumnae in cinque passi (IV, 23, 5; IV, 25, 7; IV, 61, 2; V, 17, 6; VI, 2, 2), relativi ad avvenimenti compresi tra il 434 e il 389 a.C.; . Per la cronologia dei singoli passi: . I concili vi vengono convocati soprattutto in relazione alla crisi tra Roma e Veio: le altre città etrusche discussero ripetutamente le richieste di aiuto veienti, senza mai giungere a una strategia comune.. Altri passi di Livio (II, 44, 8; VII, 21, 9) e di Dionigi di Alicarnasso (III, 59, 4; IX, 1, 2; IX, 18, 2-4) menzionano concili etruschi senza nominare il santuario; l'apparente irregolarità delle date ha fatto ipotizzare che le riunioni non avessero una cadenza fissa..
Un passo liviano riferito al 403 a.C. (V, 1) informa che presso il santuario i dodici popoli eleggevano annualmente per suffragio un sacerdos e che vi si celebravano giochi solenni la cui interruzione era considerata sacrilega (sollemnia ludorum quos intermitti nefas est): il re di Veio, offeso per essere stato battuto nell'elezione, aveva ritirato gli artisti dagli spettacoli, attirando sulla propria città l'ostilità degli altri popoli.. Alle riunioni si accompagnavano fiere e mercati, come suggerisce la menzione liviana dei mercatores.Livio, IV, 24, 2 e VI, 2, 2; . Sul carattere anche emporico del santuario: . In età arcaica i dodici lucumoni avrebbero forse eletto uno di loro quale primus inter pares; in età imperiale è attestato il titolo onorifico di praetor Etruriae XV populorum, in etrusco zilaθ meχl rasnal..
Altre fonti collegano il santuario e il suo dio a Volsinii: Properzio attesta l'origine volsiniese di Vertumno;Properzio, IV, 2, 3-4; . Plinio il Vecchio, sulla scorta di Metrodoro di Scepsi, riferisce che dalla conquista della città i Romani trassero un bottino di duemila statue di bronzo, indizio della ricchezza di un grande luogo di culto;Plinio, Naturalis historia, XXXIV, 34; ; . Festo ricorda che nel tempio aventino del dio Fulvio Flacco si fece raffigurare in toga picta da trionfatore.Festo, 228 L; . Valerio Massimo definisce Volsinii ricca, ordinata da costumi e leggi, "caput Etruriae".Valerio Massimo, IX, 1, ext. 2; .
Il rescritto di Spello Il cosiddetto rescritto di Spello (), copia su pietra di un documento della cancelleria di Costantino I databile tra il 333 e il 337 e rinvenuta nel 1733 presso l'area templare di Villa Fidelia, concedeva agli Umbri, rappresentati dagli abitanti di Hispellum, l'esonero dall'obbligo di raggiungere ogni anno Volsinii per celebrare insieme agli Etruschi, "secondo l'antica usanza", giochi teatrali e gladiatori.; . Il documento attesta la persistenza in età tardoantica delle festività che avevano sostituito i concili etruschi, divenute in età dioclezianea il centro del culto imperiale per la provincia di Tuscia et Umbria, affidato al coronatus Tusciae et Umbriae.. Sull'identificazione della Volsinii del rescritto, se la città romana di Bolsena o l'area del santuario orvietano, la critica è divisa (si veda oltre).
Storia della ricerca La questione dell'ubicazione del fanum si pose a partire dal Rinascimento. Nel XV secolo il frate domenicano Annio da Viterbo lo collocò a Viterbo, all'interno del sistema di falsificazioni erudite con cui mirava a procurare alla propria città un passato illustre.. Su Annio: Riccardo Fubini, Nanni, Giovanni (Annio da Viterbo), in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 77, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012. Nell'Ottocento George Dennis propose dapprima il colle di Montefiascone e in seguito Viterbo; altre localizzazioni chiamarono in causa Civita Castellana, il Voltone e Monte Becco presso Farnese, la stessa rupe di Orvieto, Tarquinia, oltre ai centri non identificati di Oenarea e Trossulum.; . Secondo Pietro Tamburini queste ricerche muovevano da un equivoco di fondo: l'interpretazione di fanum come "tempio", da cercare in posizione elevata e dominante, laddove un santuario destinato ad accogliere concili, giochi, gare e mercati richiedeva ampi spazi pianeggianti, sul modello del santuario panellenico di Olimpia.
Nel 1935 lo studioso orvietano Geralberto Buccolini, riesaminando le relazioni degli scavi ottocenteschi che nella vallata a sud-ovest della rupe avevano riportato alla luce murature di edifici monumentali e terrecotte architettoniche di notevole qualità, in parte confluite a Berlino, propose di riconoscere il fanum nella zona del "Giardino della Regina", nell'area di Campo della Fiera.; . Una prima conferma giunse casualmente nel 1987, quando lo scavo della trincea per il nuovo acquedotto di Orvieto restituì grandi quantità di materiali edilizi etruschi e di ceramiche etrusche, greche e orientali; un successivo saggio della Soprintendenza archeologica per l'Umbria individuò un tracciato stradale romano affiancato da edifici più antichi.; .
Gli scavi sistematici iniziarono nell'estate del 2000 a cura dell'Università di Macerata, sotto la direzione di Simonetta Stopponi; dal 2008 la concessione passò all'Università di Perugia, affiancata dall'anno successivo dall'Università di Foggia, con la medesima direzione scientifica.; . Le campagne, tuttora in corso, proseguono con cadenza annuale..
Il santuario
L'area santuariale si estende per oltre tre ettari; la superficie indagata in profondità supera i 30.000 metri quadrati.; . Dopo sporadiche tracce di frequentazione di età villanoviana, i materiali acquistano consistenza poco prima della metà del VI secolo a.C., con frammenti di terrecotte architettoniche di prima fase e di ceramiche greche; la presenza di ceramica attica si infittisce nel terzo quarto del VI secolo..
Il sito è attraversato da due strade basolate: una, costruita verso la metà del III secolo a.C., larga cinque metri e segnata dai solchi dei carri, collegava Orvieto a Bolsena; l'altra, di larghezza compresa fra sette e nove metri e dal tracciato rettilineo, è interpretata come la via sacra del santuario.; . Il settore centrale è occupato da un recinto sacro, più volte ricostruito tra età repubblicana e imperiale, caratterizzato dalla presenza di due pozzi: al suo interno si trovano il tempietto A, orientato a est e preceduto da altari in tufo e in trachite, un donario monumentale in trachite, un thesaurus litico per le offerte monetali e una struttura quadrangolare che conteneva una base iscritta.; ; . Un secondo grande edificio templare (tempio B), in asse con la via sacra e in posizione elevata e dominante, è considerato da alcuni studiosi il tempio principale del santuario, forse quello di Voltumna; un terzo edificio arcaico (tempio C) sorgeva presso il lato orientale della via sacra.; .
Le terrecotte architettoniche rinvenute, dalla policromia spesso ben conservata, coprono un arco compreso tra la fine del VI e gli inizi del III secolo a.C.; il ritrovamento di una matrice di epoca classica indica che parte delle decorazioni fu prodotta localmente per il santuario.; . Tra i materiali votivi figurano ceramiche attiche a figure nere e rosse, bronzetti, teste votive femminili e monete di zecche umbre, greche e siculo-puniche, indizio di una frequentazione che superava i confini dell'Etruria..
Le iscrizioni Il documento epigrafico più rilevante è la base in trachite per una statua bronzea, con la più lunga iscrizione arcaica finora nota a Orvieto, incisa su due lati: kanuta larecenas lautenitha aranthia pinies puia turuce / tluschval marvethul faliathere. Nell'interpretazione di Stopponi il testo ricorda la dedica di Kanuta, liberta della gens Larecena e moglie di Aranth Pinie, alle divinità femminili Tluschva della dimora nel "luogo celeste" (faliathere); Giovanni Colonna intende invece il gruppo divino come maschile e legge diversamente il termine marvethul.; ; , citato in Tamburini. La dedica di una liberta è stata messa in relazione con una competenza del santuario sulla sfera dell'affrancamento..
Una ciotola frammentaria in bucchero grigio reca graffita sul fondo interno la parola apas ("del padre"): Colonna vi riconosce una dedica a Voltumna quale padre degli dei, mentre Stopponi preferisce riferire il termine a Dioniso.; , citato in Tamburini; . Da una fontana presso il tempio B proviene inoltre un piattello a vernice nera con il digramma ve, che Stopponi ha proposto, in via suggestiva, di sciogliere come abbreviazione di Veltune.; . Manca a oggi un'iscrizione che menzioni per esteso il teonimo della divinità titolare.
I culti