Il carcere di Poggioreale, ufficialmente Casa circondariale di Napoli Poggioreale "Giuseppe Salvia", è il principale istituto penitenziario di Napoli, situato nell'omonimo quartiere in via Nuova Poggioreale, 167. È uno degli istituti di pena più grandi e popolosi d'Italia e viene comunemente indicato come uno dei più affollati d'Europa.
Il carcere di Poggioreale, che è stato intitolato al vice direttore Giuseppe Salvia assassinato dalla Nuova camorra organizzata, fu costruito nel 1914. Il progetto del carcere giudiziario ebbe inizio nel 1905 per far fronte al sovraffollamento delle carceri in funzione all'epoca: Vicaria (Castel Capuano), Carcere del Carmine, il Forte di Vigliena.
Storia Costruzione e primi anni I lavori per il carcere giudiziario ebbero inizio nel 1905, per rispondere all'insufficienza e all'affollamento degli istituti di pena allora attivi a Napoli: il carcere della Vicaria (già Castel Capuano), il carcere del Carmine e il Forte di Vigliena. L'appalto fu inizialmente affidato all'impresa "Cacciapuoti fu Salvatore", che avrebbe dovuto completare l'opera in quattro anni; la costruzione terminò invece nel 1914.
Durante la prima guerra mondiale alcuni padiglioni furono occupati da truppe militari, con cambio temporaneo della destinazione d'uso e lavori di adattamento; l'occupazione causò danni all'edificio, che resero necessari successivi interventi di ripristino. Solo nel 1919 il Ministero dell'interno dispose il trasferimento dei detenuti provenienti dal carcere giudiziario del Carmine. Nel 1921, in seguito all'evasione di due detenuti, si rese necessario dotare l'istituto di un servizio di vigilanza esterna: fu perciò trasferito a Poggioreale l'intero corpo di guardia in servizio al Carmine.
L'istituto era stato concepito per ospitare circa 700 detenuti in celle di tipo "cunicolare" di due metri per due per due, quindi rigorosamente singole; fu però trasformato in una struttura a lunghe camerate per alloggiare un numero maggiore di reclusi. Nella prima metà degli anni quaranta e nell'immediato dopoguerra la popolazione detenuta arrivò a superare le 7 000 unità, complice anche la presenza di numerosi prigionieri politici e di commercianti della «borsa nera».
Il dopoguerra, il sovraffollamento e le rivolte Nel corso del Novecento l'istituto è stato ripetutamente teatro di rivolte e proteste legate alle condizioni igieniche e al sovraffollamento. Nel luglio 1968 una rivolta scoppiata per la prolungata mancanza d'acqua si protrasse per un giorno e una notte: il bilancio fu di oltre sessanta feriti tra agenti di custodia, carabinieri e detenuti, con l'incendio e la devastazione di gran parte della struttura e il successivo trasferimento di circa ottocento reclusi in altri istituti. Tra le più clamorose vi fu anche quella del 1972, quando alcuni detenuti denunciarono la presenza di insetti e cimici nelle celle: la protesta degenerò nella devastazione dei padiglioni, nell'abbattimento dei cancelli e nel saccheggio dei magazzini, con un detenuto diciannovenne ucciso da un proiettile e altri feriti.
Gli anni della camorra Gli anni più difficili coincisero con la faida tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta, quando le faide tra i clan si consumarono anche all'interno dell'istituto. Il 23 novembre 1980, mentre il terremoto dell'Irpinia colpiva la regione, nel carcere scoppiò una violenta sommossa nel corso della quale persero la vita tre detenuti e oltre venti rimasero feriti.
In questo contesto si colloca la figura di Giuseppe Salvia, vicedirettore dell'istituto all'inizio degli anni ottanta, che impose il rispetto delle regole anche ai detenuti affiliati alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, rifiutando privilegi a quest'ultimo e sottoponendolo alla perquisizione di rito. Per questa fermezza Salvia fu condannato a morte dai clan: il 14 aprile 1981 la sua auto fu affiancata sulla tangenziale di Napoli e l'uomo venne ucciso a colpi d'arma da fuoco. Nel 2013 il carcere gli è stato intitolato e, con decreto del Presidente della Repubblica, gli è stata conferita la Medaglia d'oro al valor civile.
Alla memoria dell'istituto sono legati anche altri appartenenti al corpo di custodia e alla polizia penitenziaria caduti in quegli anni: l'agente Nicandro Izzo, addetto al controllo dei pacchi destinati ai detenuti, ucciso a Napoli il 31 gennaio 1983 e in seguito riconosciuto vittima del dovere (il carcere di Viterbo porta oggi il suo nome); il sovrintendente Pasquale Campanello, in servizio nei reparti di massima sicurezza, ucciso a Mercogliano l'8 febbraio 1993 e a cui è intitolata la sala convegni dell'istituto; e l'agente Aniello Vittoria (Avella, 1965), insignito della Medaglia d'oro al valor civile alla memoria dopo essere annegato il 1º giugno 1986 nel tentativo di salvare due bagnanti a Foce Sele.
Sviluppi recenti Nel 1983, nell'area che ospitava i capannoni delle lavorazioni dei detenuti, fu ricavata un'aula bunker per la celebrazione del maxiprocesso alla Nuova camorra organizzata noto come "processo Tortora", poi suddivisa in quattro aule bunker utilizzate per procedimenti di particolare rilievo. Nel 1998 fu realizzato un tunnel sotterraneo lungo circa 900 metri che collega direttamente l'istituto al nuovo Palazzo di Giustizia di Napoli, per consentire trasferimenti rapidi e sicuri dei detenuti.
La struttura ha ospitato alcune visite di rilievo nazionale. Nel novembre 1990 papa Giovanni Paolo II incontrò i detenuti; nel 2010 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scelse Poggioreale per la prima visita ufficiale di un capo dello Stato italiano in un istituto penitenziario; nel marzo 2015 papa Francesco incontrò i reclusi condividendo con loro il pranzo.
Negli anni duemiladieci l'istituto è stato al centro della vicenda giudiziaria della cosiddetta «cella zero»: sulla base delle denunce di alcuni ex detenuti, che riferivano di violenze subite tra il 2012 e il 2014, dodici agenti di polizia penitenziaria furono rinviati a giudizio; gli imputati rinunciarono alla prescrizione, chiedendo di essere giudicati nel merito, e nel marzo 2023 il tribunale di Napoli li ha assolti tutti perché il fatto non sussiste.
L'8 marzo 2020, durante la pandemia di COVID-19, nell'istituto scoppiò una rivolta dopo l'annuncio della sospensione dei colloqui con i familiari, disposta per contenere il rischio di contagio; i detenuti chiedevano inoltre misure per garantire la pulizia delle celle e ridurre il rischio di diffusione del virus. La protesta causò il danneggiamento di arredi e reparti e alcuni contusi tra agenti e detenuti. Per quei fatti, nel novembre 2022 la procura di Napoli ha ottenuto la fissazione dell'udienza preliminare per 56 detenuti.
Struttura e padiglioni Realizzato secondo il modello panottico a tre piani tipico della fine dell'Ottocento, il complesso è costituito da otto corpi centrali, i "padiglioni", originariamente distinti e in seguito collegati da un lungo corridoio di raccordo. I reparti presero nel tempo il nome di città italiane: Napoli, Milano, Livorno, Genova, Torino, Venezia, Avellino, Firenze, Salerno e Roma (quest'ultimo nato come carcere femminile, detto "Italia"). Fu successivamente realizzato il padiglione "San Paolo", sede del Centro Diagnostico Terapeutico (CDT), ossia l'ospedale del carcere, che accoglie anche degenti provenienti da altri istituti penitenziari.
Nella sua configurazione più recente l'istituto è di fatto articolato in dodici padiglioni, ciascuno con una specifica vocazione trattamentale: tra gli altri, il reparto Livorno destinato ai condannati con pena definitiva, il padiglione Roma ai detenuti con problemi di tossicodipendenza, il Firenze ai "nuovi giunti", il Torino ai detenuti protetti, il Milano a una sezione ex art. 32 del regolamento di esecuzione, l'ala sinistra dell'Avellino al regime di alta sicurezza (AS3) e l'ala destra all'isolamento; il padiglione San Paolo è dedicato all'assistenza sanitaria. Alcuni reparti (Napoli e parte del Genova) sono stati interessati da lavori di ristrutturazione con conseguente riduzione della capienza.
Sovraffollamento e condizioni detentive L'istituto registra da decenni un numero di presenze superiore alla capienza regolamentare. Secondo il XXII rapporto dell'associazione Antigone (2026), con 2.101 persone presenti alla data della visita è l'istituto penitenziario più popoloso d'Italia; il rapporto regionale sulla Campania segnala la presenza di celle da otto-dieci posti. In una visita di follow-up il Garante nazionale aveva rilevato 2.223 presenze a fronte di una capienza regolamentare di 1.571 posti; la relazione annuale 2025 del garante regionale campano indica un indice di affollamento del 134%.
Tra il 2024 e il 2025 Poggioreale è stato, insieme al carcere di Verona, l'istituto con il maggior numero di suicidi di detenuti in Italia, con sei casi; secondo i dati del garante campano, dall'inizio del 2025 si sono inoltre registrati 25 tentativi di suicidio e oltre 200 atti di autolesionismo. Lo stesso garante ha segnalato la carenza di circa duecento agenti di polizia penitenziaria e di personale sanitario, dichiarando che «il diritto alla dignità non è negoziabile».
Nel luglio 2026 l'istituto è stato visitato da una delegazione dell'«Alleanza per l'articolo 27», iniziativa che riunisce rappresentanti delle istituzioni, dell'avvocatura e della società civile allo scopo di verificare la rispondenza delle condizioni di detenzione ai principi della funzione rieducativa della pena e del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità sanciti dall'articolo 27 della Costituzione.
Nella cultura di massa Il carcere è profondamente radicato nella tradizione popolare napoletana del Novecento; a Napoli il termine "Poggioreale" è di fatto sinonimo di carcere.
Il carcere è citato in varie canzoni. Del 1972 è la canzone Puceriale (Poggioreale in napoletano) di Mario Trevi. È citato in Giuvaniello, canzone della Nuova Compagnia di Canto Popolare (1977), nella canzone del 1990 Don Raffaè di Fabrizio De André, tratta dall'album Le nuvole, in Gimmerulove degli Almamegretta, nel 2016.
Sul piano audiovisivo, l'istituto è stato utilizzato come set per il film TV Il caso Enzo Tortora - Dove eravamo rimasti? (2017), diretto da Ricky Tognazzi, in cui il carcere in cui fu recluso Tortora venne ricostruito proprio negli ambienti di Poggioreale. Alla vicenda di Giuseppe Salvia e alla vita nel carcere di quegli anni è dedicato il documentario Le ultime parole del boss (2022), per la regia di Raffaele Brunetti, tratto dall'omonimo libro-inchiesta di Antonio Mattone.
Note
Bibliografia Antonio Mattone, E adesso la palla passa a me. Malavita, solitudine e riscatto nel carcere, Napoli, Guida Editori, 2017. Antonio Mattone, La vendetta del boss. L'omicidio di Giuseppe Salvia, prefazione di Andrea Riccardi, Napoli, Guida Editori, 2021, ISBN 978-88-6866-746-7.
Voci correlate Giuseppe Salvia Carcere di Secondigliano
Collegamenti esterni
Poggioreale Categoria:Architetture di Napoli