Biografia La formazione giuridica

Nacque a Chieri, a pochi chilometri da Torino, nei primi anni del Cinquecento, secondogenito del patrizio Giovanni Gribaldi e di Maria, appartenente alla famiglia dei marchesi di Ceva.Sostiene F. C. Church, I riformatori italiani, 1967, p. 207, che il cognome patrizio Mofa, o Mopha o Moffa, gli verrebbe dalla madre, mentre per parte paterna sarebbe stato imparentato con la famiglia patrizia dei Broglia. Nei primi anni trenta, il matrimonio con Giorgina Carraxe, nipote del medico Pietro Bairo, professore nell'università di Torino e medico dei Savoia,M. Gribaldi Moffa, De methodo ac ratione studendi, 1541, cap. 2. e figlia illegittima di Etiennette de Gento, signora di Farges, gli fece acquisire quel feudo del territorio di Gex, nella Repubblica di Berna, che nel novembre del 1536 gli fu definitivamente riconosciuto in proprietà dopo una contesa giudiziaria con un Jean de Grammont, che sosteneva di essere il figlio legittimo della suocera del Gribaldi.F. C. Church, I riformatori italiani, cit., pp. 206-207.

Studiò diritto probabilmente a Torino, in quella università dove Erasmo si era laureato nel 1506 e dove Matteo Gribaldi potrebbe aver frequentato le lezioni di Francesco Sfondrati insieme con Celio Secondo Curione. Dal 1535 al 1536 era insegnante di diritto a Tolosa, collega del Boyssoné e amico del poeta Jean Voulté: entrambi gli avrebbero fatto conoscere a Lione l'umanista ed editore Étienne Dolet. Il Boyssoné - con il quale Gribaldi si mantenne in corrispondenza per decenni - era stato accusato di eresia e, dopo aver abiurato, il 31 marzo 1532 era stato condannato dall'Inquisizione alla confisca dei beni, mentre il Dolet sarà bruciato sul rogo nel 1546: già dalle amicizie con questi umanisti si comprende come il Gribaldi avesse ormai maturato posizioni di seria critica nei confronti della Chiesa e della teologia cattolica.

Divenuto signore di Farges, dove trascorreva le sue estati libere dagli impegni cattedratici, e cittadino di Berna, passò a insegnare a Cahors, e dal 1540 a Valence, dove scrisse la prefazione dei suoi De methodo ac ratione studendi libri tres, dedicati agli studenti tolosani e pubblicati a Lione nel 1541.

Il « De methodo ac ratione studendi »

Il tradizionale metodo di studio e di insegnamento del corpus giurisprudenziale giustinianeo si era sviluppato nel Medioevo in Italia – e per questo motivo era detto mos italicus – diffondendosi presto in Europa. Il testo giuridico veniva esposto, analizzato e commentato in modo da renderlo applicabile ai casi concreti imposti delle esigenze della società moderna, stabilendo così norme del diritto comune. Maestro riconosciuto di tale esegesi era considerato il commentatore Bartolo da Sassoferrato (1314-1357), per lo studio della cui opera nel Cinquecento furono appositamente stabilite cattedre universitarie a Napoli e a Padova.

Nel XV secolo era anche nato, ancora in Italia, e si era diffuso soprattutto in Francia e di qui nel resto d'Europa, l'indirizzo – chiamato mos gallicus – di interpretazione storico-filologica del diritto giustinianeo, in modo da rintracciarne l'originario spirito che aveva portato alla sua costituzione, ridimensionandone così la sua autorità quale fonte del moderno diritto comune. Guillaume Budé (1468-1540), pubblicando nel 1508 le sue Annotationes in XXIV libros Pandectarum, rifiutava il mos italicus e sottoponeva a critica la tarda costruzione giustinianea per ricercare l'originario diritto classico romano.

Nel De methodo ac ratione studendi, che non è un testo teorico ma è un manuale pratico a uso degli studenti, Gribaldi si mantiene fedele al tradizionale mos italicus ma riconosce insieme la validità degli indirizzi dei moderni umanisti - «Budaeus, Zasius et Alciatus, viri immortalitate digni»Ossia Guillaume Budé, Ulrich Zasius e Andrea Alciati: M. Gribaldi Mofa, De methodo cit., I, p. 103. - intendendo piuttosto « ricongiungere l'eredità scientifica del "bartolismo" con le nuove acquisizioni del movimento umanistico», conservando «quella base razionalistica » che è il vanto della tradizione italiana.D. Quaglioni, Tra bartolisti e antibartolisti. L'Umanesimo giuridico e la tradizione italiana nella Methodus di Matteo Gribaldi Moffa, in « Studi di storia del diritto medioevale e moderno », 1999, p. 211. Il suo metodo è da lui riassunto in un famoso distico:

ovvero si premette l'argomento, lo si divide nelle sue parti costitutive, lo si sintetizza e lo si esemplifica fornendo un caso concreto. A questo punto lo si rilegge criticamente insieme con le ragioni che conducono all'individuazione del significato della legge, esponendo le obiezioni che confermano per contraria et oppositiones la correttezza dell'interpretazione.

Dall'Università di Valence passò nel 1543 a quella di Grenoble, avendo avuto la garanzia di un compenso superiore, che l'anno successivo gli fu ulteriormente aumentato. Ma la città poteva permettersi di pagare bene gli insegnanti grazie agli interessi percepiti su un precedente credito fatto al re,J. Berriat-Saint-Prix, Histoire de l'ancienne université de Grenoble, 1820, p. 17. esauriti i quali, nel 1545, Gribaldi lasciò la città. Si è sottolineato come a Grenoble Gribaldi frequentasse regolarmente le messe, in contraddizione con le compromettenti amicizie coltivate a Tolosa, ma non si può stabilire se tale devozione fosse sincera o espressione di nicodemismo, tenuto anche conto che il capitolo della cattedrale era impegnato a sostenere l'attività dell'Università.F. C. Church, I riformatori italiani, cit., pp. 209 e 269.

A Padova Dopo la partenza da Grenoble, per qualche anno del Gribaldi si perdono le tracce. Si è pensato che egli abbia abbandonato la Francia con la salita al trono di Enrico II, nel 1547, e per l'istituzione, da lui voluta, di una Chambre ardente incaricata di perseguire gli eretici.F. C. Church, I riformatori italiani, pp. 269 e 305. In Italia potrebbe essere stato prima podestà di Asti,D. Quaglione, Gribaldi Moffa Matteo, cit., che cita l'Archivio di Stato di Torino, Carte Biscaretti, m. 47, M.M., cc. 117 ss. ed è poi documentato il suo contratto di insegnamento nello Studio di Padova, stipulato il 22 marzo 1548, con uno stipendi di 800 fiorini, aumentati da ottobre a 1.100.J. Facciolati, Fasti Gymnasii patavini, 1757, II, pp. 140-141. Grande era la sua popolarità: da Grenoble, la cui Università aveva ottenuto finanziamenti reali, lo invitarono a tornare, mentre a Padova l'aula nella quale insegnava abitualmente era sempre così affollata che un giorno gli studenti se lo caricarono sulle spalle, portandolo in un'altra più grande.J. Facciolati, De Gymnasio patavino Syntagmata XII, 1752, p. 104.

Nella città veneta erano numerosi gli studenti venuti dalla Germania: erano in gran parte luterani e godevano di una speciale immunità, avendo la Repubblica veneziana stabilito per legge che essi non potessero essere perseguiti per le loro idee religiose. Gribaldi ne ospitava in casa alcuni - che i maestri accogliessero in casa studenti forestieri era normale consuetudine del tempo - e grande era la familiarità dei loro rapporti.

L'«Historia de quondam» A Padova Gribaldi si trovò coinvolto nel caso di Francesco Spiera. Questi era un avvocato di Cittadella che, condannato nel 1548 dall'Inquisizione per calvinismo, aveva abiurato unicamente per salvarsi la vita. Preso da profondi rimorsi, convinto di aver dannato per sempre la propria anima per aver rinnegato Dio, era caduto in una profonda depressione. Portato dai famigliari a Padova perché vi fosse curato, i suoi amici – Vergerio e Gribaldi erano tra questi – si riunivano spesso nella sua casa per convincerlo a confidare nella misericordia divina, ma inutilmente: il 27 dicembre del 1548 Spiera morì letteralmente di disperazione.

La vicenda provocò profonda impressione tra i riformati, e suscitò un dibattito sui temi della predestinazione, del libero arbitrio e del sonno delle anime, e sulla condotta che quegli italiani segretamente convertiti alla Riforma avrebbero dovuto tenere vivendo in un paese nel quale l'Inquisizione perseguitava i cosiddetti eretici. Gribaldi portò il suo contributo scrivendo il 27 novembre 1549 la Historia de quondam quem hostes Evangelii in Italia coegerunt abijcere agnitam veritatem (Storia di colui che i nemici del Vangelo costrinsero a rinnegare la verità riconosciuta) che nel 1550 verrà pubblicata a Basilea senza indicazione del suo nome in una silloge di scritti intitolata Francisci Spierae historia a quattuor summis viris summa fide conscripta, comprendente i contributi di Vergerio, di Celio Secondo Curione, di Giovanni Calvino e di Martin Borrhaus.

Gribaldi interpretava l'incapacità dello Spiera di trovare consolazione nel suo « essere irretito dalle fantasie stoiche sulla elezione, e non si rivolge alla voce del Vangelo e alla promessa universale [...] egli vuole sentire la consolazione dentro di sé prima di credere, mentre invece la fede deve venire prima di tutto, ed è peccato gravissimo rifiutare quell'invito del Figlio di Dio: "Venite a me voi che soffrite" ».M. Gribaldi Moffa, Historia de quondam, cit., c. C III r. La convinzione dell'irrimediabile dannazione era ribadita dallo Spiera con il verso virgiliano «Pauci quos aequus amavit Iuppiter»,Virgilio, Eneide, VI, vv. 129-130. già citato dal VallaL. Valla, De vero bono, in «Scritti filosofici e religiosi», 1953, p. 23. a ricordare che la teoria agostiniana della predestinazione si legava al dio stoico indifferente alle invocazioni degli umani, così che pochi sarebbero stati gli eletti.

In quelle « fantasie stoiche sulla elezione » Gribaldi mostra di rifiutare - denunciandola come stoica ma pensando a dottrine moderne - la teoria calvinista della predestinazione e sembra condividere il giudizio, diffuso anche tra i luterani, che quella dottrina potesse portare alla disperazione.D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, 1939, pp. 206-2007. Quel passo della Historia de quondam fu infatti commentato severamente dall'ortodosso calvinista Vergerio: «vi ha scritto sopra un certo suo giudicio dicendo impiamente che lo Spiera hebbe il cervello intricato nella openione de Stoici quanto alla elettione de Dio, et che i consolatori non intesero questa fonte del male».P. P. Vergerio, La historia di M. Francesco Spiera, il quale per havere in varii modi negata la conosciuta verità dell'Evangelio, cascò in una misera desperatione, 1551, cc. A II v-A II r.

La drammatica vicenda dello Spiera è riconosciuta essere la principale causa della fuga del Vergerio dall'Italia per la Svizzera nel 1549: il vescovo di Capodistria era del resto sospettato da tempo di essere un protestante mascherato. Gribaldi rimase a Padova, da dove scrisse a Calvino raccomandandogli l'amico, testimonianza che la conoscenza, diretta o per corrispondenza, con il riformatore francese doveva risalire almeno a qualche anno prima, forse avvenuta in occasione di uno degli annuali ritorni del Gribaldi nel proprio castello di Farges, che sorgeva a non molti chilometri da Ginevra.

Lo scontro con Calvino