Fu tra i fondatori delle riviste di poesia contemporanea “Scarto minimo”, Padova, 1986-1989, ed “Arsenal littératures”, edita a Brest dal 1999 al 2001.

Le sue opere vennero tradotte in Francia da Jean-Charles Vegliante (da ultimo in "Siècle 21" n.25, 2014, Poésie italienne d'aujourd'hui - Antologia).

Biografia Dopo i primi venti anni trascorsi a Nimis (Udine), paese dei suoi genitori, si trasferì nel 1976 a Padova dove si laureò in Lettere con una tesi sull'opera complessiva di Carlo Michelstaedter, diplomandosi poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Si dedicò all'insegnamento nelle scuole superiori, dapprima a Padova poi a Milano, città in cui si trasferì.

La sua vita, la sua poesia ed il suo modo di essere furono fortemente connotati dalla presenza di una malattia cronica: una particolare forma di sclerosi multipla che lo accompagnò dall'infanzia. Gravi episodi dovuti a questa patologia si verificarono nel 1999 e nel 2000. La notte del 14 settembre 2014 a seguito di un infarto con ipossia cerebrale venne ricoverato all'Ospedale San Luca di Milano dove fu tenuto in coma farmacologico per diverso tempo. Al suo graduale risveglio cominciò una terapia riabilitativa, per poi essere trasferito in una struttura sanitaria milanese per continuare le cure.

Benedetti morì il 27 marzo 2020, a causa di complicazioni da COVID-19, nella struttura sanitaria in cui viveva dal 2018, a Piadena (Cremona). È stato tumulato nella cappella di famiglia di Donata Feroldi, l'amica di una vita, la mattina del 30 marzo 2020.

Attività letteraria In seguito alla pubblicazione di varie plaquettes, nel 2004 Mario Benedetti riassunse il suo lavoro con Umana gloria, pubblicato nella collana Lo Specchio (Mondadori). A distanza di quattro anni da Umana gloria, uscì Pitture nere su carta (Mondadori, 2008), raccolta in cui l'autore batteva sentieri comunicativi ed espressivi precedentemente inesplorati, inaugurando una stagione nuova. «Mario Benedetti aveva imposto la sua voce originale nel 2004, con il suo primo libro importante e riassuntivo, Umana gloria, uno degli esiti maggiori della nostra nuova poesia [...]. Queste Pitture nere su carta si presentano invece quasi come l'aspro e tagliente rovescio di quella tessitura» (dal risvolto di Pitture nere su Carta). «In Pitture nere su carta Mario Benedetti ci sorprende con un libro che forse segna una svolta, o forse una profonda crisi. La comunicabilità con cui egli esprimeva la spontanea adiacenza alla fraternità, nel bene e nel male celebrata in Umana gloria, raccolta premiata da un folto consenso di critica e di pubblico, sembra qui polverizzarsi. Disintegrando l'umiltà della prosa e il tessuto sintattico del discorso nei soprassalti di una lacerante afasia, Benedetti sembra volerci stupire, prenderci in contropiede» (Biancamaria Frabotta).

"La lingua di Benedetti incarna l’incertezza, la precarietà e la povertà dell’essere umano immerso in una tenebra materna, che non ha nessuna via di salvezza. La parola è spezzata da continue afasie, accerchiata da un filo spinato. Chi si avvicina alla parola di questo poeta, non potrà uscire dalla realtà che egli disegna: un mondo frammentato, fatto di ossa, di morti, di brandelli di civiltà. Una parola che vive nella traccia di una vita che è già morte." (Luigia Sorrentino).

Umana gloria (2004) Composto di una selezione e riscrittura di testi dell'opera poetica precedente, a cui si affiancano – senza soluzione di continuità – nuove poesie inedite, Umana gloria (2004) è il libro con cui Benedetti si impose definitivamente sulla scena poetica italiana contemporanea. Nella raccolta, tanto compatta da non far sospettare il proprio carattere antologico, si rivelano tutti i temi, i motivi e i principi formali che caratterizzano la scrittura dell'autore. E tuttavia qui Benedetti non solo fa maturare i frutti della propria poesia, ma anche li raccoglie e, nel frattempo, prepara il terreno per la sua futura opera (alcuni collegamenti, infatti, sono ravvisabili tra i testi delle ultime due sezioni di Umana gloria – come Rientri di fine agosto in città, Le mani sulla mela, sole con il verde…, Area museale – e i primi capitoli di Pitture nere su carta, e soprattutto con la poesia liminare di quest'ultima raccolta, vero e proprio trait d'union tra Umana gloria e le Pitture, come l'autore stesso ha riconosciuto in un'intervista di Claudia Crocco a Mario Benedetti). Al centro del libro è il ritorno, attraverso una memoria di tipo fortemente visivo, a tutto ciò che è stato: situazioni, azioni, persone, luoghi, sensibilità, valori, letterature. Non stupisce perciò che a dominare la scena siano le rievocazioni di un Friuli agreste, povero, appena sconquassato dal terremoto del 6 maggio 1976; rievocazioni, queste, che non sono dettate da un bisogno privato di commemorare nostalgicamente un luogo o un evento, bensì dalla necessità di fornire una testimonianza, una percezione di un frammento di realtà. Tale necessità giustifica l'altissima frequenza, nelle poesie di Umana gloria, dei verbi percettivi («guardare», «vedere») o mentalistici («pensare»), anche combinati insieme («Servirebbe guardare da lontano, pensare che si guarda», p. 17). Benedetti si conferma un poeta dalla «pertinace fede ottica»Raffaella Scarpa, Mario Benedetti, in Parola plurale (2005), secondo una felice definizione della Scarpa. Al Friuli, terra natale del poeta e pertanto collegato alle memorie infantili, si sovrappongono mano a mano altri luoghi (come recita il titolo della terza sezione), i luoghi dell'età adulta: la Slovenia, la Francia settentrionale, Torino, Milano. Ecco allora che i vecchi affetti si mischiano ai nuovi, gli sfondi si intrecciano, persone di epoche diverse convivono, i morti vengono alle spalle dei vivi. In questo vero e proprio cortocircuito della memoria, è facile che il reale si confonda con il sogno («È stato un grande sogno vivere», p. 35; «Ho sognato, ho sempre sognato, d'inverno ti tenevo nei bastoncini di vischio», p. 69; «E si può andare dalla finestra, dall'aria della finestra semiaperta fuori/ sull'occhio che butta resina. Sembra con due sogni», p. 100), e a sua volta questa incapacità di mettere totalmente a fuoco la realtà, di dominare l'oggetto percepito senza pure esserne dominato, è la prima causa di quel senso di stupore infantile che è un altro tratto caratteristico della poesia di Benedetti («Passi lontani, bambini crespi nell'aria forte,/ il piccolo gelo delle mani tenute vicine a prendersi. Oh inverno», p. 17; cfr. la poesia conclusiva di Pitture nere su carta: «Erano le fiabe, l'esterno./ Bisbigli, fasce, dissolvenze.// L'esterno dell'esterno/ qualcosa ascolta.// Qui./ Oh», p. 107). Stilisticamente, i versi di Umana gloria sono lunghi, caratterizzati da un andamento lento che spesso riproduce la sintassi del parlato. Il lessico riesce a conferire agli elementi più prosaici e materiali una venatura di liricità. Come nota perfettamente Afribo, la lingua di Benedetti può definirsi una «sintesi originale di rasoterra e prosaico da una parte, e stupefatto stile lirico dall'altra, convergenti in un'unica distanza dalla norma, sempre sotto o sopra la linea di una diretta e razionale nominazione delle cose»Andrea Afribo, Mario Benedetti, in Poesia contemporanea dal 1980 a oggi (2007), p. 208.

Pitture nere su carta (2008) Anticipate da Reliquiari, una selezione di dieci poesie inedite apparsa sullAlmanacco dello Specchio 2005, le Pitture nere su carta escono il 27 ottobre 2008 e colpiscono immediatamente il lettore per una forma totalmente rinnovata: il dettato conciso e scarnificato si articola in pochi versi brevi, scalpellati, raggruppati quasi sempre in distici, con un esito davvero straniante per chi ripensa alla sintassi lenta e dilatata di Umana gloria. Composte prendendo come punto di riferimento varie opere artistiche, a partire dalle Pinturas negras di Goya, queste Pitture nere su carta si propongono di metterci davanti agli occhi, con veri e propri tocchi di inchiostro anziché di pennello, quello che l'autore vede: corpi, reliquie, chiese, città (Parigi, Milano, Attimis, Siracusa). Di qui il ricorso all'enumerazione e all'ipotiposi, due figure retoriche che rispondono immediatamente a un procedimento di tipo iconico. Sempre in virtù del carattere figurativo delle Pitture, non deve stupire l'articolazione dei testi, del tutto inconsueta per una raccolta di poesie, in otto capitoli; «capitoli» e non «sezioni» perché meglio adatti a contenere, come veri e propri cicli, le serie tematiche di immagini che l'autore ha selezionato: «colori», «lacrime», «reliquiari», «sfarzo», «smalti», «supernove». I temi che queste carrellate di immagini portano con sé, ossessivamente ricorrenti in tutta la raccolta, sono la violenza del dolore e della morte («Torna morta la carne che si indora, la muta del sangue nero», p. 7; «Cane, gioca con le carni,/ i bastoni di ossa», p. 15; «Dal cadavere spagnolo, incisioni oli su tela tempere», p. 90), l'assenza e il nulla («Non io, non tu, nell'arcobaleno», p. 11; «Va dolce il nulla,// il dolcissimo nulla», p. 16; «Dietro di te, e davanti, oltre, non c'è niente», p. 104). La violenza della morte e l'orrore dell'assenza vengono spesso analizzati attraverso il rapporto del poeta con la figura paterna o materna; si pensi, a tal proposito, alla poesia V, 7 (p. 105): «Dove sei. Madre.// E si à di murì, e nol par vêr./ Si deve morire, e non sembra vero.// Così le foglie. Così,/ forse, foglie non sono state». E, in definitiva, è proprio questo dolore che non si può scrivere a regalarci la forma anomala, pericolosamente innovativa, delle Pitture nere su carta. Come rileva Biancamaria Frabotta: «qui invece, l'irrigidimento prevale sulla docilità, il discorso di secondo grado intavolato con la grafica delle maniere nere spezza il filato di quel parlare sghembo, di quell'andare fuori dal senso comune e un po' per sommi capi, quel tanto di dolcemente contrariato che era necessario a salvare i suoi [del poeta] saltuari, ma miracolosi incontri dal naufragio della memoria»Biancamaria Frabotta, Ut pictura poesis: Benedetti, Vitale, in Almanacco dello Specchio 2009 (2010), pp. 249-250. Neppure quell'umana gloria capace di recuperare ciò che si è perso e così di far ritrovare se stessi è ora possibile. Permane soltanto lo stupore bambino dei monosillabi finali, ultimo luogo in cui rifugiarsi, e dissolversi: «Qui./ Oh.» (p. 107).

Tersa morte (2013) Dopo l'esperienza dei Materiali di un'identità (2010), dove diverse tipologie testuali (il saggio, la poesia, la prosa poetica e l'intervista) partecipavano insieme all'enucleazione dei punti-chiave della poetica dell'autore, nel 2013 Mario Benedetti aggiunge un nuovo, importante capitolo alla sua opera poetica con il libro Tersa morte.