Luce, che deriva dal latino "lux, lucis" (dalla radice indoeuropea leuk-), ha due corrispondenti termini in greco, uno dei quali reso con l'aggettivo λευκός, «brillante, bianco», mentre l'altro, dotato di un particolare significato, è φῶς (phaos/phōs), che originariamente non indica soltanto la luce come mezzo fisico per vedere, ma anche la luce che emana la verità raggiunta tramite la conoscenza; la sua radice corrisponde a quella del verbo phainō, che significa «mostrare», «rendere manifesto».

È questo significato che la filosofia ha visto nella luce, intesa come ciò che permette di vedere, di distinguere le forme, la profondità della realtà. Tuttavia della luce siamo coscienti solo quando questa è assente poiché senza di essa non siamo più in grado di vedere. Ed è proprio la luce che rivela e svela; ciò che non è illuminato non ci è dato di conoscere.Salvatore Natoli, Parole della filosofia o dell'arte di meditare, cap. 10, Feltrinelli, 2004.

La luce quindi, assunta come fonte di illuminazione di natura non solo fisica ma metafisica, nel senso spirituale di rivelazione o di scoperta di una verità nascosta nell'ombra, da sempre è stata associata ad un significato simbolico religioso e filosofico.

In proposito è stata utilizzata nei primi del Novecento l'espressione «metafisica della luce» (Lichtmetaphysik), da parte dello storico e filosofo tedesco Clemens Baeumker (1853–1924),Cfr. C. Baeumker, Witelo: Ein Philosoph und Naturforscher des XIII. Jahrhunderts, in Beiträge zur Geschichte der Philosophie des Mittelalters, vol. III, no. 2, Münster, Aschendorff, 1908, p. 379; il testo contiene uno studio del Liber de intelligentiis (1230 circa), da Baeumker attribuito a Witelo ed ora ad Adamo Pulchrae Mulieris. per indicare una tradizione di pensiero incentrata sulla concezione della luce che dall'antichità sbocca nella filosofia e nella teologia latina medioevale.Silvano Petrosino, Piccola metafisica della luce, Editoriale Jaca Book, 2004.

Tale metafisica della luce non è una concezione organicamente strutturata, ma è la risultante delle riflessioni sulla luce di vari autori sul piano fisico, psicologico, gnoseologico e teologico.

La luce come simbolo religioso

Il valore religioso originario del termine lux si scopre nell'origine etimologica del corrispondente aggettivo greco leukòs, ripreso dal latino lucus, il bosco sacro, cioè la macchia chiara all'interno del bosco (Lucus a lucendo)Espressione latina per spiegare l'origine etimologica del termine lucus, «bosco», riferita più spesso al suo negativo, cioè al contraltare della luce, l'oscurità: Lucus a non lucendo («bosco [deriva] da non illuminato»). dove si celebravano i riti sacri.Dizionario etimologico, Rusconi Libri, 2007, p. 585.

La locuzione latina Fiat lux, che tradotta letteralmente, significa «sia fatta la luce» e che si usa per sottolineare il sopravvenire di un chiarimento in questioni controverse, oscure, dibattute, proviene dall'antico testo della Bibbia pronunciata dal Creatore dell'Universo quando creò la luce.In lingua greca γενηθήτω φῶς (genēthētō phōs) a sua volta tradotta dall'ebraico יְהִי אוֹר (yehiy 'or) (Genesi, , "Vayomer Elohim yehi-or vayehi-or", «Dio disse sia fatta la luce e la luce fu»).

L'antico valore simbolico della luce si ritrova nei culti pagani come quello iraniano del dio solare Mitra, nelle varie celebrazioni del solstizio, oppure nell'ebraico Ohr, e ancora oggi nella cerimonia suggestiva della luce celebrata dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa, nel corso della quale l'edificio religioso completamente buio, illuminato all'inizio del culto dalle piccole fiammelle dei fedeli, passa al bagliore della luce simboleggiando il transito dal buio della morte alla luce della redenzione portata dal Cristo fotòforo, «portatore di luce», colui che ha annullato le tenebre del peccato e quindi anche lumen gentium («lume delle genti»)Anche se spesso si confondono i due termini, luce (lux) e lume (lumen) non hanno lo stesso significato: infatti il primo termine sta ad indicare la fonte della luce, lo "splendore" che appartiene ad un oggetto lucente (in italiano il verbo "lucere", da cui deriva il sostantivo luce è intransitivo), mentre la parola lume è usata per significare la funzione di illuminare (in italiano il verbo illuminare, da cui lume, è transitivo).:

Riferimenti alla luce sono presenti anche nei Vangeli, ad esempio come allusione all'occhio interiore, dal quale scaturisce la visione soprannaturale che rende possibile la salvezza: «La lucerna del tuo corpo è l'occhio. Se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà nella luce» (). Anche nelle altre religioni, in genere, la luce è associata al risveglio dalle tenebre dell'ignoranza, e quindi in senso metaforico all'illuminazione come ad esempio nel buddismo.

La luce nell'arte

Il valore religioso della luce è rimarcato in numerosi esempi della storia dell'arte. Le sfingi, gli obelischi e le piramidi egizie venivano costruite in modo che la luce solare giocasse un ruolo preponderante nei rituali religiosi, investendo con la sua energia vitale i sarcofagi dei faraoni. Cfr. anche

Le chiese cristiane erano di preferenza orientate verso est, da dove sorgeva la luce del Sole, simbolo di Cristo. Effetti particolari di luce vennero dall'uso dei mosaici, soprattutto bizantini,E. Concina, A. Flores David, M. Guidetti, Luce dell'invisibile: itinerari del mosaico intorno al Mediterraneo orientale, Marcianum Press, 2014. che smaterializzando gli ambienti evidenziavano il prevalere dell'Idea sulla materia, oppure delle vetrate gotiche. Dipinti del Rinascimento raffigurano volti dei santi e dei personaggi biblici circondati da aureole o aloni luminosi, ritratti mediante un uso libero del colore che diede vita alla corrente della «pittura di luce».

La luce nella filosofia

Il significato soprannaturale della luce ricorre quindi soprattutto nella storia della filosofia, nel corso della quale essa viene intesa sia come componente strutturale di ogni essere anche fisico, sia come metafora della luce spirituale. Platone ad esempio la attribuisce all'idea suprema del Bene, che nel mito della caverna abbaglia come il Sole per la sua potenza luminosa.Francesco Remotti, Somiglianze: Una via per la convivenza, pag. 19, Laterza, 2022.

Aristotele (384 a.C.–322 a.C) elabora un concetto della luce che pur nella sua apparente immaterialità è fondante della corporeità dell'universo. La luce infatti coincide con il quinto elemento, l'etere, una materia eterna evanescente e fluida che circonda tutti i corpi, la cui consistenza contingente è data dalla mescolanza dei quattro elementi tradizionali (terra, acqua, aria e fuoco). Quindi la luce è alla base dell'essere fisico animato ed inanimato.

Nella filosofia neoplatonica la luce è immagine stessa dell'Uno divino, la cui attività di emanazione non solo ne rivela la natura traboccante, ma è generatrice delle intelligenze celesti e attraverso queste, con la mediazione dell'Anima, del mondo terreno.Werner Beierwaltes, Plotins Metaphysik des Lichtes, in C. Zintzen (curatore), Die Philosophie des Neuplatonismus, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1977, pp. 75-117. Plotino lo assimila al centro di una serie di cerchi concentrici provenienti da una fonte luminosa:G. Reale, Il pensiero antico, pag. 454, Milano, Vita e Pensiero, 2001. In genere però, Plotino preferisce paragonare più propriamente l'Uno alla Luce in sé, che rende meglio l'idea di una sostanza sottilissima priva di sostrato, l'Intelletto al Sole che la proietta, e infine l'Anima alla Luna che la riceve.«E, pertanto, si può paragonare l'Uno alla Luce, il termine immediatamente seguace al Sole e il terzo alla Luna che riceve la sua luce dal Sole. L'Anima, voglio dire, ha solo uno spirito di accatto il quale colora di luce semplicemente la sua superficie, allorché essa sia spiritualizzata; lo Spirito, al contrario, lo ha come suo proprio: esso non è tuttavia solamente e puramente luce, ma il suo essere è irradiato di luce fin nella sua intima essenza; ma chi gli somministra la luce è un'altra luce, una pura e semplice luce che offre allo spirito la possibilità di essere quello che è» (Plotino, Enneadi, V, 6, 4, a cura di V. Cilento, Laterza, Bari 1948, vol. 3, p. 82 e segg). Paradossalità della luce è che, pur essendo invisibile per la sua trasparenza, essa tuttavia mostra sé stessa nel far vedere, cioè nel rendere possibile la visione;Enneadi II, 4, 2 (cfr. Marco Vannini, Sulla religione vera: rileggere Agostino, pag. 125, Torino, Lindau, 2023). allo stesso modo, l'Uno plotiniano si mostra attraverso le idee che rendono possibile il pensiero.«Come il Sole, il quale, per le cose sensibili, è causa sia dell'esser viste, sia del loro divenire, nonché della vista, [...] così anche la natura del Bene, essendo causa dell'essenza e dell'Intelligenza, [...] non è né gli esseri né l'Intelligenza, ma è la causa per la quale, ad opera della sua luce che si effonde sugli esseri e sull'Intelligenza, è possibile pensare» (Enneadi VI, 7, 16, trad. it. di Giuseppe Faggin, cit. in Sant'Agostino, I soliloqui, pag. 78, nota 3, Città Nuova, 1997). Cfr. anche: Salvatore Lavecchia, Alla ricerca della sfera di luce, in Immagini della luce: dimensioni di una metafora assoluta, Milano-Udine, Mimesis, 2019, p. 40.Michele Federico Sciacca, Sant'Agostino, Edizioni Ares, 2021, p. 208.

In ambito cristiano, l'essenzialità della luce è riportata da Sant'Agostino (354–430) alle fondamenta della gnoseologia, per cui la possibilità della conoscenza umana è dovuta all'illuminazione di Dio, unica fonte della verità nonché del pensiero, da lui sostituita alla dottrina platonica della reminiscenza. Secondo Agostino, Dio è presente nell'anima umana come una luce che è condizione del suo stesso pensare, sebbene in forma inconsapevole, e prema perciò per affiorare alla sua coscienza.

Questa luce, che è pienezza e manifestazione dell'Essere, viene da lui contrapposta alle tenebre che non hanno però un loro principio, essendo un semplice non-essere in cui risiede la possibilità del male: questo è dovuto al fatto che la luce, man mano che si allontana dalla sorgente, tende ad affievolirsi. Il buio non ha quindi un'esistenza propria, ma essendo soltanto mancanza di luce, vive del suo riflesso.

La tematica della luce è dominante anche nello Pseudo-Dionigi, mentre la dottrina dell'incorporazione della luce (cioè della sua penetrazione all'interno dei corpi naturali) nasce esplicitamente nel pensiero di Severino Boezio (476–525), che nel suo De institutione musica sostiene come il suono sia una luce celeste che si incorpora nell'aria, in modo tale che anche le sfere celesti abbiano una loro musica.Cecilia Panti, L'incorporazione della luce in Roberto Grossatesta, "Medioevo e Rinascimento" n. 13, 1999, pp. 45-102.

Avicenna (980–1037) ed Averroè (1126–1198), insieme con Al-Hazen (965–1040), deducono da Aristotele che la luce pur non essendo corporea, in quanto non occupa uno spazio, quando però si unisce a un oggetto si moltiplica in un'infinità di punti materializzati in corpi. Lo stesso universo corrisponde a questa luminosità corporea, quale sua manifestazione, e poiché la materia non può essere infinita, anche la luce si arresta ad un termine finale.

Roberto Grossatesta (1175-1253), filosofo e teologo del XII secolo, può essere considerato il fondatore della metafisica della luce, dottrina elaborata nella scuola francescana, derivante dalla concezione plotiniana e agostiniana del processo di emanazione del mondo dal Dio-Uno,Aa.Vv., Il Rosone della Basilica di San Francesco in Assisi. Funzione luminosa e allusioni simboliche, pag. 98, Gangemi, 2001.Marco Martini, Dall'Ellenismo alla crisi della Scolastica, Isu., 2017,l p. 10. un'immagine della quale fu rappresentata nella decorazione del rosone della basilica di Assisi, come allegoria dell'irradiazione metafisica divina.