Perdere la trebisonda è un'espressione della lingua italiana con cui si intende indicare il perdere il controllo, l'essere confusi e disorientati.... In senso lato, essa può anche significare il non sapere più cosa fare o non ragionare più, andare in collera e abbandonarsi ad azioni inconsulte, in genere procurando danno a sé stessi..
Frase idiomatica derivante dal gergo marinaresco e dalle esperienze di navigazione dei mercanti sin dall'Ellenismo, vede citata la città di Trebisonda (; ), sin dall'antichità classica un importante porto sulle coste del Mar Nero orientale. Sebbene non vi sia concordanza totale tra gli studiosi in quale contesto la frase venisse usata, è riconosciuto il ruolo che la città avesse durante la navigazione: perdere di vista la città avrebbe significato la perdita di un importante riferimento visivo per le navi che percorrevano le rotte in quella zona di mare.
Origine e significato
Trebisonda
Non si hanno certezze sulla nascita di questa espressione. Essa ha chiare origini marinaresche, così come la stessa parola Trebisonda.. La città, sin dall'epoca della Grecia classica, intorno al 400 a.C., era conosciuta con l'antico nome di Trapezunte.. Fino al Medioevo, questo fu il toponimo principalmente utilizzato per riferirsi alla città portuale sul Mar Nero, capitale del'Impero di Trebisonda di Alessio I Comneno.
La prima apparizione del termine Trebisonda avviene in un testo fiorentino della prima metà del XIV secolo, la Pratica della mercatura di Francesco di Balduccio Pegolotti. Il mercante toscano, che utilizza 32 volte il termine Trabisonda, ma si riferisce alla città del Ponto anche come Trebisonda.
Il termine antico non sparirà però del tutto: si ritrova il toponimo anche nei Diarii dello storiografo di epoca rinascimentale Marin Sanudo il Giovane, che la chiama in veneziano Trapezonta. (il termine Trapezunte viene ancora raramente usato nel XXI secolo; alla città con questo toponimo vi si riferiva, tra gli altri, Umberto Eco).. La città era molto frequentata da navi provenienti dalla penisola italiana: il trattato di Ninfeo del 1261, infatti, tra la Repubblica di Genova guidata dal capitano del popolo Guglielmo Boccanegra, e l'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo, stabilì la concessione di numerosi territori e porti in Crimea e in tutto il Mar Nero, oltre che sulle coste del Bosforo e nella stessa Bisanzio, con il quartiere di Galata...
Derivazione d'uso
Esistono diverse teorie su come l'espressione “perdere la trebisonda” possa essere nata e poi essere entrata nel gergo comune.
Nautica
Una delle teorie sulla nascita del termine fraseologico riguarda l'importanza in fatto di navigazione della città e del porto stesso, con il suo faro. Esso era infatti il principale punto visivo nella zona, tra i pochi presenti, perdendo il quale, durante la navigazione costiera,.. si rischiava di finire in mare aperto, esponendosi al rischio di andare incontro anche a imboscate piratesche in condizioni di totale vulnerabilità.. Secondo questa interpretazione, il significato dell'espressione sarebbe equiparabile a quello di "perdere la bussola". Al contrario, è sì vero che in caso di nebbia o burrasca il non vedere il faro della città poteva pregiudicare la navigazione, ma il porto di Trebisonda, così importante, rappresentava molto spesso il termine del viaggio delle rotte da occidente, che quindi difficilmente, seguendo la costa, avrebbero potuto perdere la città. Lo stesso Umberto Eco ha provato a dare una spiegazione alternativa, spostando l'attenzione non più sull'importanza della città oggi in Turchia, ma vedendola più come un punto intermedio per raggiungere la pianura di Kolkhida: Il significato dunque andrebbe inteso più come una metafora: "perdere la trebisonda" significherebbe non essere giunti all'obiettivo (porto) finale, perdendolo di vista nel mentre si cercava di raggiungerlo. A sostegno di questa teoria, bisogna considerare che Trapezunte era considerato, all'epoca dell'Antica Grecia (la città era colonia greca di Atene), l'estremo baluardo ellenico prima della Colchide, quindi l'ultimo porto sicuro e amico prima di commerciare con i barbari. Riguardo a questa ipotesi, viene proposto anche un altro motivo tecnico a supporto: l’entrata in porto a Trebisonda era resa difficile a causa delle frequenti secche che colpivano quel tratto di mare. Solo una buona conoscenza dei vari "corridoi" navigabili da parte del comandante delle navi consentiva un ingresso sicuro; altrimenti, il viaggio sarebbe dovuto proseguire senza tappa intermedia. Si sarebbe così persa l'opportunità di effettuare rifornimenti e di eseguire manutenzioni in città.
Commercio In senso metaforico, il termine potrebbe derivare anche da riferimenti all'ambito della mercatura. Essendo Trebisonda uno dei maggiori porti sul Mar Nero, per i mercanti che rifornivano le regioni interne dell'Anatolia, "perdere la trebisonda" significava perdere il denaro investito nel viaggio.. Da qui deriverebbe un'allegoria al danno economico e alla disgrazia. In questo senso, la frase potrebbe essere riferita e riflessa anche ad alcuni eventi storici: la conquista della città da parte dell'Impero ottomano nel 1461 sotto Maometto II e, più in generale, delle altre colonie genovesi nella zona (ultima fu Caffa, nel 1475) determinò infatti una grave crisi economica per Trebisonda, con Genova che dovette rivolgere la sua attenzione verso occidente, abbandonando i suoi empori e riducendo la sua presenza nel Mar Nero e in Armenia.
Follia e lontananza
Dallo studio di alcuni testi pubblicati tra il XV e il XVII secolo, gli studiosi hanno provato ad ipotizzare un'altra possibile origine, basandosi sui riferimenti ironici che vengono attribuiti al luogo.. In una raccolta di testi del Quattrocento intitolata Novelle e attribuita a Gentile Sermini, la città di Tribusonda viene utilizzata a indicare un luogo estremamente lontano:.
Nella commedia cinquecentesca Ardelia di un autore anonimo, Trebisonda invece viene usata per indicare il luogo da dove, per antonomasia, provengono i "matti":.
Allo stesso stesso modo, in un poemetto in terza rima di Giulio Cesare Croce intitolato La barca de' ruinati che parte per Trabisonda dove s'invitano tutti i falliti consumati e mal andati et tutti quelli che non possono comparire al mondo per i debiti, pubblicato a Bologna nel 1592 presso la stamperia di Vittorio Benacci, la città turca è di nuovo abbinata alla pazzia, specialmente quella di chi ha dilapidato il proprio patrimonio o quello altrui e cerca rifugio in una città lontana. Sottointesi nello scritto di Croce sono il senso di pericolo che aleggia sulla città ma anche l'attrazione fatale che la città esercita..
La città come "bene inestimabile" Lo stesso senso di smarrimento e la sensazione di pericolo, provati sia nel mare circostante sia in città, sono ciò che accomuna tutte le possibili origini del detto. Questo spiegherebbe perché, già nel Seicento, la città di Trebisonda si sia evoluta come figura retorica nei vari dialetti italiani prima e nell'italiano poi sinonimo di "rissa", "rischio", "mistificazione" ecc. In "perdere la trebisonda", il lessema "trebisonda" ha però un senso positivo. Si ipotizza dunque che l'espressione sia stata coniata circa nel XIX secolo e che quindi, con il passare dei secoli, l'espressione si sia introdotta nel linguaggio comune dell'italiano recuperandola da "perdere la bussola" e "perdere la tramontana", quindi perdere un "bene inestimabile" (come d'altronde era considerato per la navigazione), concentrando la mancanza di locuzione nel suo insieme....
Linguistica
Appellativizzazione di Trebisonda Sebbene Trebisonda sia un'entità geografica, dunque nella lingua italiana il suo riferimento sia un nome proprio e quindi da trascrivere con l'iniziale maiuscola, in "perdere la trebisonda" viene, nella maggior parte dei casi, scritto con l'iniziale minuscola.. Infatti, in questo caso la parola "trebisonda" ha subito un processo di appellativizzazione, ovvero il passaggio di una parola dalla categoria di nome proprio a quella di nome comune, diventando un detoponimico. Non è del tutto chiaro il passaggio semantico che ne è responsabile. Secondo un'ipotesi, ciò potrebbe essere avvenuto con l'accostamento a "perdere la tramontana", detto dal significato e dall'origine marinaresca simile. La stessa espressione "perdere la tramontana" probabilmente deriva da un'altra, "perdere la bussola". La tramontana è d'altronde un vento freddo proveniente da nord, in prossimità dell'Orsa Maggiore (punto di riferimento fondamentale per orientarsi di notte, a patto che il cielo sia sereno),. di una certa importanza nella navigazione: nonostante il vento "soffi da nord" e la bussola "indichi il nord", entrambe le frasi evocano la stessa idea di direzione di marcia, le cui conseguenze dello smarrimento sono identiche..
Nonostante ciò, l'espressione può essere utilizzata anche come "perdere Trebisonda".
Monocollocabilità ed evoluzione della frase Oltre a descrivere la città, la parola "trebisonda" viene utilizzata solamente nella frase "perdere la trebisonda" o accompagnata in frasi con parole che sono sinonimi o antonimi di "perdere": "smarrire la trebisonda", "ritrovare la trebisonda", "tenere la trebisonda", etc. Questo fenomeno viene detto in fraseologia monocollocabilità e indica una parola il cui raggio di combinabilità è limitato a una o, secondo una concezione più ampia, a poche altre unità lessicali. Le parole monocollocabili occorrono sempre in fraseologismi, siano essi di tipo referenziale come le espressioni idiomatiche, di tipo comunicativo come alcune formule lessicali di routine, o di tipo strutturale..
Riguardo ai vari usi e variazioni delle frasi che contengono "trebisonda", risulta che, per la parola stessa in esame, anche se usata prevalentemente con "perdere", è possibile assegnare il significato isolabile "controllo", processo mentale favorito dall’uso di "trebisonda" con articolo e in funzione dell’oggetto diretto, nonché dall’esistenza della combinazione sinonimica "perdere il controllo". Da qui, nel corso dell'evoluzione linguistica, probabilmente il concetto stesso di "trebisonda" è passato dall'essere il nome di una città a indicare il controllo di una situazione, trasformandone il significato intrinseco e consentendo la creazione di nuove espressioni idiomatiche.
Nella cultura di massa
"Perdere la trebisonda" è stata utilizzata da molti autori per descrivere sia un momento di smarrimento fisico che psicologico, sia in relazione ad una condizione di ira.
Tra i vari esempi, nel significato di "disorientamento", Emilio De Marchi descrive il suo senso di disorientamento:
Carlo Emilio Gadda utilizzò invece l'espressione nel suo racconto del 1940 L'incendio di via Keplero, descrivendo lo spavento e il concitamento di un pappagallo durante un incendio, che aiuta i vigili del fuoco a salvare sia lui che la sua padrona bambina..
Il senso di follia viene sottolineato dall'espressione "perdere la trebisonda", anche da Dario Fo, che fa pronunciare la frase al commissario Bertozzo nell'opera teatrale Morte accidentale di un anarchico. Anche Alberto Arbasino utilizzò la frase con questo significato nel suo romanzo Super Eliogabalo del 1969.
La frase è presente nella canzone in dialetto milanese di Nanni Svampa Mi sont on malnatt, rifacimento di Je suis un voyou di Georges Brassens.
L'espressione è di uso comune anche nel dialetto ticinese come calco linguistico: Pèrd la Trebisónda. Esiste anche la variante Vegní da Trebisónda, che indica un oggetto acquisito per vie traverse o in modo illegale..
Note
Bibliografia
Voci correlate Trebisonda
Collegamenti esterni
Categoria:Modi di dire italiani Categoria:Trebisonda