Biografia Romano Madera nasce a Cuasso al Piano in provincia di Varese il 25 gennaio 1948 da Filomeno Madera e Natalia Borsoi. Negli anni nascono: Rosella, Nuccio, Francesco, Vittorio e da ultimo Romano. Romano cresce nei quartieri popolari di Malnate, piccolo paese operaio del varesotto nell'Italia degli anni Cinquanta, in una famiglia cattolica e piccolo-borghese. Ultimo di quattro figli, distante sei e nove anni dai due fratelli e undici dalla sorella maggiore, è il cocco di papà, il privilegiato, l'unico a non essere passato in mezzo ai bombardamenti, a non sapere cosa vuol dire essere sfollati, a non aver sentito la miseria vera e dunque formato al debito di riconoscenza.Da qui in avanti si riprendono, segnalandole in corsivo e tra virgolette singole, parole dello stesso Màdera, estrapolate da interviste e conversazioni pubbliche e riportate, in questa pagina, nei collegamenti esterni. Il modello sociale di riferimento è ancora quello patriarcale e il clima generale, permeato dalla religione con le sue luci e le sue ombre, se da un lato è sessuofobico e repressivo e disprezza ogni forma di carnalità, dall'altro è caratterizzato dall'intolleranza nei confronti delle ingiustizie. Nonostante fosse il figlio del Direttore del Circolo Didattico e di un'insegnante, l'inserimento nella realtà malnatese non gli si rivela inizialmente facile: i capelli ricci, l'accento, l'incapacità di comprendere il dialetto locale (padre calabrese, madre di Treviso, fratelli del viterbese: in casa non si poteva parlare che l'italiano, per capirsi) tradivano una differente provenienza che, di fatto, lo spingeva a frequentare per lo più gli altri figli di emigrati; la pallacanestro, sport per eccellenza nel varesotto, diventa successivamente il fattore decisivo per l'integrazione e per l'ottenimento di quella fiducia che gli autoctoni - artigiani e operai - non concedevano gratuitamente agli intellettuali e ai funzionari, come invece era più facile che accadesse nel mondo contadino. È frequentando l'oratorio locale che il giovane Romano entra in contatto con i missionari comboniani, la cui presenza, ai suoi occhi, spezza la routine quotidiana e costituisce la prima apertura nei confronti del mondo, lasciando intravedere realtà lontane e grandi piaghe sociali per cui lottare: il mito degli ultimi da riscattare e il coraggio di affrontare l'ignoto lo affascinano così tanto da fargli prendere in considerazione, per un paio d'anni, la possibilità di entrare in seminario, ipotesi poi scartata, senza che venissero minimamente scalfiti, però, i motivi che le erano sottesi e che seguire avrebbero trovato altre modalità di espressione.
Negli anni della scuola superiore Màdera entra in contatto con la grande cultura secolarizzata europea che fa nascere in lui i primi dubbi e lo spinge a porre sotto esame le credenze religiose: alla ricerca di un cambiamento reale che la Chiesa non riusciva a sostenere o, in certi casi, avversava, inizialmente oscilla tra l’appartenenza a Gioventù Studentesca e l’adesione alla critica della religione e dell’ideologia. Decisivi risultano l'incontro con Cesare Revelli, suo docente di filosofia e storia, cattolico e comunista luxemburghiano vicino a Lelio Basso del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), e la lettura dei libri di Giulio Girardi sui rapporti tra cristianesimo e socialismo. Màdera si lascia, dunque, alle spalle un certo quietismo religioso e si fa trasportare senza remore dalla tensione trasformativa del mondo attraverso la pratica sociale e politica. Il pensiero di Marx riusciva, per lui, a cogliere 'l'impasto di ideale consolazione e rinvio illusorio' che era proprio dell'atteggiamento religioso, funzionale alle coperture ideologiche dello stato di cose.
Il 1967, con l'inizio degli studi universitari, sancisce, per Màdera, il passaggio alla militanza nella sinistra extraparlamentare: attraverso Valerio Crugnola passa dal PSIUP al PCd'I e aderisce al Movimento studentesco milanese. Con la disgregazione del PCd’I, nel 1969, è, con Giovanni Arrighi, tra i fondatori del Gruppo Gramsci cui afferiscono giovani intellettuali e operai accomunati dal rifiuto del populismo e dall'idea di far convergere i diversi antagonismi (comunismo, femminismo, liberazione sessuale e il nascente movimento omosessuale italiano) in una formazione culturale alternativa unitaria che trova in Rosso, rivista quindicinale del gruppo, la sua prima espressione. L'impresa si rivela, però, tutt'altro che facile e resta limitata dall'impossibilità di trovare forme significative di collaborazione con le altre realtà "rivoluzionarie".
A fronte di una più generale crisi della politica rivoluzionaria, nel 1975, dopo un ultimo infelice tentativo di unione con i gruppi dell'autonomia di origine operaista, Màdera decide di abbandonare la militanza. Crollava, per lui, tutto un modo di vivere e di pensare: il fallimento non era, ai suoi occhi, solo politico, ma antropologico. La crisi esterna, inoltre, procedeva in parallelo a quella interiore: nel 1973, a soli venticinque anni, Màdera aveva perso il padre e avuto un figlio da «una relazione nevroticamente sperimentale quanto disastrosa» e ora si ritrovava a confrontarsi dolorosamente con la fine della seconda fase della sua vita."Nella mia vita ci sono quattro fasi e, insieme, modelli di sapere e di esistenza, a volte intrecciati o sovrapposti. Il primo tempo è quello dell'aspirazione religiosa, iniziata nell'infanzia, interrotta verso i diciotto anni, nel 1966, e poi ripresa a trenta. Mancava, al sentimento di accordo con la natura e alla fiducia nello spirito buono del destino, la forza dell'agire intelligente, la scelta efficace dei mezzi: a compensarlo venne il tempo della politica, fino ai ventisette e, in tono minore, qualche ripresa di interesse verso i trentotto anni. Mancava, alla volontà di scuotimento e di creazione, il respiro ampio e calmo, l'amore e la malinconia della terra e dell'eterno, la verità e la semplicità interiore. Venne il tempo psicologico, dai ventinove anni: manca l'orizzonte affratellante, il passo comune e solidale, la possibilità di un sapere che si innalzi dalla vita, che non riaffondi senza eccezione nel moto interiore, o che non si disperda, quando esce dal confronto delle anime, nel sapere disciplinare. E un tempo continuo, come scolaro e come insegnante: un conoscere rattristato dall'esclusione dalla vita quotidiana, appeso a voci separate da sé, recitanti nel vuoto. Che filosofia è mai questa, che si smentisce da sé nella ginnastica pseudologica e nella forzosa retorica dell'esistenza separata dalle biografie? Nel sapere dell'aula resta sconosciuto il realissimo sangue che pur sento dentro, troppo perturbante per la licenza, data alla parola, di fare astrazione dalla sua testimonianza. Da queste mancanze, dalle sconfitte delle risposte tentate, mi ripropongo di tentare il progetto più ardito e improbabile: esplorare, in una via sola, tutte le vie che mi hanno lasciato su un cammino interrotto. Questa è la via dell'esperienza di sé, della comprensione e del sincretismo biografico: religiosa nel rispetto della dignità di senso dell'altro; politica nella comunicazione solidale di sé; psicologica nell'ascolto dei motivi oscuri dell'anima e delle sue lente mutazioni; filosofica nello slancio a rinnovare l'interrogazione, e poetica nel suo lasciar trasparire il mondo che invoca" - R. Màdera, L'animale visionario. Elogio del radicalismo, Il Saggiatore, Milano, 1999, pp. 153-154. Lo smarrimento cresceva e l'impossibilità immediata di poter ricorrere all'analisi lo spinse a intraprendere una forsennata produzione diaristica, una pratica che caratterizzerà comunque – pur se in forma meno personale – anche tutti gli anni successivi, nella convinzione del valore terapeutico della scrittura di sé.
È in questa fase di grande subbuglio che Màdera getta le basi del suo pensiero filosofico, con la pubblicazione del suo primo libro, Identità e feticismo (1977), un «amorosissimo testa a testa con il tentativo di Marx di coniugare la sua critica al feticismo capitalistico […] con una teoria rivoluzionaria basata sulla lotta di classe […]». Di lì a poco l'autore si imbatte nell'opera di Ernst Bernhard, «capostipite degli junghiani italiani», viene chiamato a insegnare Filosofia delle scienze sociali all’Università della Calabria, dove resterà fino al 1982, e su indicazione di Hélène Eba-Tissot, curatrice dell'unico testo dello stesso Bernhard, inizia un percorso analitico con Paolo Aite, allievo diretto dello psicoanalista tedesco.
L'analisi contribuisce in modo sostanziale alla stesura del secondo volume di Màdera, Dio il mondo (1989), ed elicita in lui la vocazione terapeutica. Dal 1979 in poi, infatti, per alcuni anni il docente sperimenta con gli allievi che fanno la tesi con lui «un metodo di ricerca della motivazione. La scelta dell’argomento veniva rimandata, per mesi si dialogava su temi vitali e si parlava delle immagini dei sogni. Poi si passava all’elaborazione concettuale, in nulla apparentemente diversa da una tesi normale: la differenza stava nel fatto che l’autore sapeva di che cosa stava parlando, di quale materia personale era intessuto il proprio studio».
Chiamato da Emanuele Severino a insegnare all'Università Ca' Foscari di Venezia, Màdera intraprende il training analitico presso l'Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e, parallelamente, insieme a un gruppo ristretto di amici (tra cui lo studioso Carlo Enzo, le cui letture della Genesi e del Vangelo di Matteo hanno particolare influenza sul pensiero maderiano), avvia un esperimento di narrazione autobiografica: tutti i partecipanti raccontano la propria storia di vita nell’ottica «del riconoscimento, dell’empatia, dell’offerta di altre prospettive possibili e […] di una sospensione autoanalitica dell’attacco all’altro». Quando tutti i partecipanti ebbero raccontato la propria storia di vita, «un altro gruppo di persone […] si diede a questa prova a partire dal 1995»: quello che originariamente era informalmente definito gruppo sincretico o dei sincretisti si dava ora il nome di 'Compagnia di ognuno' e l'intento di praticare «una comunicazione libera e solidale, inibita […] nel mondo del lavoro e […] spesso anche nell’intimità. E perciò un esercizio […] difficile e prezioso […] perché la sua ambizione è grande: riuscire a trasformare ogni momento dell’esistenza in un riflessivo e perciò consapevole atto di autorealizzazione. Dunque, lo scopo è toccare con mano questa autorealizzazione nel chiuso degli incontri […] per poi tentare di viverla ognuno nella propria quotidianità […]».
Nel 1998, dal sodalizio intellettuale tra Màdera e Luigi Vero Tarca e grazie all'incontro con il pensiero di Pierre Hadot (che presenta la filosofia antica come quello specifico stile di vita caratterizzato dalla pratica della ricerca della saggezza e, quindi, da una tensione a concepire la propria singolarità nel contesto del cosmo e della comunità umana, dalla relativizzazione del proprio particolarismo egoico e da un desiderio di consapevolezza, verità e autenticità), nasce, presso l'Università di Venezia, il primo Seminario Aperto di Pratiche Filosofiche. Nell’autunno del 2002 ha luogo il primo ritiro di pratiche filosofiche, un appuntamento che diverrà poi annuale, e durante l’estate del 2004 Màdera e Tarca ampliano ulteriormente l’idea originaria e definiscono le linee portanti di una vera e propria comunità di praticanti. È Màdera, in particolare, a sottolineare l’importanza di una dieta quotidiana che possa comprendere la meditazione, lo yoga, il canto, la preghiera, la lettura di testi ed esercizi fisici e spirituali di varia natura.