Il Bigio (nominativo ufficiale Era fascista) è una scultura in marmo di Carrara (altezza 750 cm) di Arturo Dazzi, realizzata nel 1932 e posta in origine in piazza della Vittoria a Brescia.
Il colosso venne elogiato da Benito Mussolini nel 1932 come raffigurazione dell'Era fascista, che divenne il suo nome ufficiale. Per la popolazione bresciana tuttavia la statua passò alla storia con il nome di Bigio, più probabilmente perché realizzata in "marmo bigio" che per la forma dialettale del nome Luigi, assieme ad altri nomi meno noti come Camillo o Lello, quest'ultimo anche in relazione alla forma dialettale lélo, cioè sciocco, in senso dispregiativo.
Nell'immediato dopoguerra fu oggetto di numerosi atti di contestazione antifascista, fino alla sua rimozione nel 1945, quando venne trasferito in un magazzino comunale. Dopo quasi settant'anni di oblio e proposte sul suo recupero, nel 2013 la giunta guidata dal sindaco Adriano Paroli ha dato il via al restauro del colosso, in vista del suo ricollocamento pensato nell'ambito del progetto di riqualificazione generale della piazza, mirato a restituirne le linee originali e collegato all'apertura della fermata "Vittoria" della metropolitana di Brescia. La successiva amministrazione di Emilio Del Bono, tuttavia, ha bloccato il progetto e il dibattito sul destino della statua è ancora oggi in corso.
Storia Le prime idee di Piacentini L'idea di collocare una fontana con, forse, una statua in sommità nacque ancora nelle prime fasi progettuali dell'architetto Marcello Piacentini dopo la vincita del concorso, indetto dal comune, per la realizzazione della nuova piazza. L'elemento di spicco della statua doveva ancor più concentrare l'armonia dinamica dello spazio, animato da numerose presenze emergenti (il Torrione INA, la Torre della Rivoluzione e il Palazzo Peregallo) e dal profilo diversificato del suo contorno, praticamente doveva diventare il vero perno del piazzale..
Banalmente,Antonio Nezi, L'antico e il nuovo centro di Brescia, in Emporium, maggio 1930, pp. 291-301. le prime idee di Piacentini si indirizzarono su una classica fontana centrale, sormontata da una riproduzione della Vittoria alata. Le critiche ricevute in merito, però, lo portarono presto a muoversi verso altri fronti, cioè di usare anche la fontana come contributo alla variata morfologia della piazza: la fontana fu così traslata a ovest, davanti alla congiunzione fra il torrione dell'INA e il palazzo delle Assicurazioni Generali, dove poteva davvero dialogare con la voluta irregolarità delle moli e dei colori che si affacciavano sulla piazza. Questa modifica contribuì anche a un ripensamento generale della fontana stessa: serviva una figura dominante, emergente e verticale, più statua a sé che statua a coronamento di una fontana. Il tema della Vittoria alata venne dunque meno, preferendo qualcosa di più moderno e adatto al proprio ruolo di simbolo della nuova epoca e dei nuovi ideali sociali e politici. Le prime osservazioni in merito si riferiscono dunque a una «statua colossale», o un «monumento fontana dedicato alla Vittoria»,. oppure ancora ad un «colossale gruppo di bronzo»,. il tutto subito affidato alla mano di Arturo Dazzi, già consolidato collaboratore di Piacentini nei cantieri del Monumento alla Vittoria di Bolzano e del simile Arco della Vittoria a Genova, ma anche per alcuni lavori a Roma.
L'opera di Arturo Dazzi e la collocazione Già nell'agosto del 1931 il Dazzi avanzava al comune di Brescia un'offerta per la realizzazione della statua,L'offerta è datata 22 agosto 1931, la delibera di accoglimento è la n. 19576 dell'8 settembre 1931. Il comune confermò al Dazzi la sottoscrizione della proposta con una lettera il 14 settembre 1931, indicando le caratteristiche della statua. che sarebbe stata pensata e realizzata a coronamento della fontana disegnata da Piacentini. La proposta consisteva in una scultura alta 7,50 metri, dei quali 50 centimetri costituenti lo zoccolo, rappresentante «la Giovinezza d'Italia, mirando, oltre che a consacrare il ricordo della grande Vittoria, ad esprimere gli ideali rinnovatori del Regime Fascista».Verbale delle delibere del podestà, n. 9 del 16 giugno 1933. L'immagine della giovinezza, vigorosamente sbandierata dal fascismo come incitamento alla crescita demografica, allo sport e all'addestramento militare, doveva dunque trovare in questa statua la sua piena raffigurazione, sapientemente fusa con le celebrazioni della vittoria della prima guerra mondiale. I tempi di realizzazione si trascinarono parecchio rispetto a quanto stabilito dagli accordi iniziali e solo nell'aprile del 1932 Piacentini poteva scrivere ad Augusto Turati di aver visto il bozzetto della statua, alto la metà dell'altezza definitiva, esprimendo un giudizio lusinghiero:
In effetti, andò tutto come previsto da Piacentini:. il lavoro sul blocco di marmo di Carrara da cinquantadue tonnellate durò dal 15 giugno al 15 settembre e il traino da Seravezza,Le fonti citano la località utilizzando diverse denominazioni, fra cui Serravazza e Serravezza, ma l'unico toponimo credibile e, comunque, esistente nella zona delle Alpi Apuane è Seravezza. In una lettera diretta a Marcello Piacentini e datata 28 dicembre 1931, il podestà di Brescia Pietro Calzoni scrive di aver informato Augusto Turati della visita che lui stesso e il Piacentini avrebbero fatto durante la seconda metà del gennaio 1932 a Viareggio, per vedere come procedeva il lavoro del Dazzi. Si tratta probabilmente di un'imprecisione, anche perché si tratta della medesima zona. presso Forte dei Marmi, dove era stato scolpito prendendo come modello un giovane locale (Silvio Belli),La Repubblica, Milano, 9 Aprile 2013. fino a Brescia impiegò una settimana, giungendo in città il 22 settembre. Sul percorso non si ebbero ostacoli, tranne un sottopassaggio troppo basso di sessanta centimetri, che venne oltrepassato scavando il piano stradale per otto metri. All'arrivo del colosso a Brescia erano pronti ad accoglierlo, in pompa magna, l'autore Arturo Dazzi, il podestà Pietro Calzoni, Marcello Piacentini e altri notabili dell'amministrazione cittadina. Il giorno successivo, l'impresa edile Sabic, che gestiva i cantieri di alcuni edifici della piazza, mise a disposizione le sue attrezzature per il sollevamento e il posizionamento della statua, operazioni che furono dirette dai fratelli Lombardi, esperti industriali della pietra di Rezzato. Il 24 settembre, finalmente spogliato dall'incastellatura in legno che lo aveva protetto lungo il trasporto, fu issato sulla fontana in pietra di Botticino realizzata dalla ditta Gaffuri di Rezzato, raggiungendo l'altezza complessiva di nove o dieci metri (a seconda delle fonti).In piazza della Vittoria, in Il Popolo di Brescia, 1º maggio 1932. Nelle settimane successive la statua fu rifinita sul posto dallo stesso Dazzi, che ricevette come compenso per l'opera 300.000 lire, fra l'altro non prima di aver consumato accesi diverbi con il podestà Fausto Lechi il quale, sostituitosi a Calzoni nei mesi successivi, non volle riconoscere il valore dell'opera attribuitogli fino a quel momento. Proprio il Lechi, negli anni seguenti, si sarebbe rivelato anzi uno dei più accaniti detrattori del colosso dell'artista, soprattutto per la questione dei genitali scoperti. Nello stesso mese Benito Mussolini, pur avendolo visto solo in fotografia, già lo venerò come raffigurante in pieno lEra fascista e questo divenne il suo nome ufficiale.
Il Duce, comunque, ebbe modo di vedere il colosso poco più di un mese dopo, il 1º novembre 1932, durante la cerimonia di inaugurazione della piazza, durante la quale presenziò e tenne anche un discorso sull'arengario. Quel giorno, riporta Alfredo Giarrattana,Alfredo Giarrattana, Centomila bresciani hanno acclamato il Duce nelle piazze che rappresentano la storia antica e nuova della città, in Il Popolo di Brescia, 2 novembre 1932. «Mussolini si avvicinò alla fontana e, osservando di sotto in su la statua, si dice abbia esclamato: "È potente!". Arturo Dazzi, che era accanto a Mussolini, avrebbe reagito con commozione, mormorando: "Adesso anche se la vogliono buttar giù, non me ne importa niente!"».
Il popolo, la critica e le polemiche Dopo poche settimane emersero le prime insofferenze, soprattutto di carattere morale: il colosso, completamente nudo e dunque con i genitali scoperti, fu condannato dal vescovo dell'epoca Giacinto Gaggia come trionfo della laicità edonistica, diffondendo un messaggio nel quale diceva:
Nel 1933 si tentò di risolvere la questione aperta dalla critica cattolica applicando una foglia di vite in alluminio sulle parti anatomiche condannate. La foglia fu confezionata a Brescia dalla fonderia artistica Perani: il disegno fu affidato allo scultore Claudio Botta, mentre l'operaio Paolo Talenti la modellò e la dipinse ad imitazione del marmo.Danilo Tanagnini, L'uomo che coprì le nudità del Bigio, in Giornale di Brescia, 6 marzo 1995. La cosa dovette suscitare diverse polemiche, come dimostra il forte interessamento dei giornali locali dell'epoca circa la questione della copertura dei genitali, anche a causa della soluzione della foglia di vite, ormai molto banale. Il quotidiano Il Popolo di Brescia, ad esempio, in un articolo sulla nudità delle sculture nella storia dell'arte dice, con velato riferimento al Bigio di Brescia: Il dibattito sul tema, oltretutto, non era inedito in quegli anni, poiché già aperto dalla sfilata dei nudi e aitanti atleti dello Stadio dei Marmi a Roma, nel Foro Mussolini, sculture ancora oggi ritenute un trionfo della genialità virile, con entusiastiche letture anche da parte del mondo omosessuale.
Altri pareri avversi emersero negli anni, già prima della guerra, soprattutto dagli esponenti delle correnti antimoderniste che si scagliavano contro l'anticlassicismo delle forme della statua, benché in verità proprio di statua classica si trattasse. Numerosi furono anche i tentativi di screditare l'opera, in particolare circa la sua qualità, dicendo che si trattava solamente di una scultura scartata dal Foro Mussolini, notizia invero totalmente infondata. Altre illazioni furono la presenza di scheggiature ritoccate con lo stucco, il fatto che i nove decimi dei bresciani fossero concordi alla sua rimozioneArnaldo Gnaga, presidente del "Gruppo amici dei monumenti", in una lettera al podestà Fausto Lechi datata 25 gennaio 1934. Fondo Ateneo di Brescia, busta 186. e che il colosso era stato la causa di un incidente mortale verificatosi durante un'azione goliardica: un giovane, con le intenzioni di creare un vestito alla statua, si sarebbe arrampicato fino sulle spalle per prenderne le misure e da lì sarebbe precipitato al suolo, morendo. Non si ha alcuna prova, di fatto, che questo evento sia accaduto veramente. Altre denunce, come detto precedentemente, provennero dal nuovo podestà, il conte avvocato Fausto Lechi, che nel 1933 lamentava quell'«ibrido, indecoroso grottesco della foglia di vite»Molinari & Dorini (a cura di), Brescia cattolica contro il fascismo, Brescia 1978, pag. 104. che, persa la verniciatura nel corso degli anni, non avrebbe fatto altro che mettere «ancor più in evidenza il punto anatomico e la sudicia copertura».Renzo Bresciani, Dietro l'ombra della statua di piazza Vittoria, in Giornale di Brescia, 2 giugno 1988.
Il popolo, da parte sua, accolse la statua e il suo posizionamento in modo anche sbeffeggiante e goliardico, umanizzante, come spesso accadeva per i monumenti statuari. Il Caffè Impero, retrostante il colosso e ancora esistente, fu addirittura soprannominato café dele ciàpe, letteralmente caffè delle chiappe, poiché i posteriori del giovane raffigurato davano direttamente sui tavolini e, in particolare, dalla sala al primo piano del caffè se ne poteva godere un'ottima e diretta visione.
Nel 1939 la rivista Brixia fidelis pubblicò una curiosa poesia di un anonimo, firmato con lo pseudonimo di Rasighì, cioè "seghetto":